Si dovrà ancora attendere per comprendere se l’ex discarica Vergine oggi Lutum (società controllata dal gruppo CISA) riaprirà. Eventualità che su queste colonne da anni abbiamo dato purtroppo per scontata.
E’ l’esito interlocutorio della terza Conferenza dei Servizi che si è svolta sull’istanza di PAUR (Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale) in relazione al famoso progetto per la “Riattivazione di una installazione di smaltimento rifiuti non pericolosi (IPPC 5.3 e 5.4)”, ubicata in località Palombara nel Comune di Taranto, di cui ci siamo a lungo occupati negli anni sulle colonne di questo giornale.
Gli ultimi dodici mesi, ovvero dallo scorso 3 luglio quando si svolse la seconda Conferenza dei Servizi, sono trascorsi all’insegna di uno scambio di documenti in particolare da parte della Asl di Taranto e la stessa Lutum, in relazione al parere contrario dall’Azienda sanitaria locale sul procedimento in essere.
L’Asl ha infatti formulato nei precedenti contributi istruttori, osservazioni finalizzate a evidenziare taluni profili di incompletezza e ambiti di incertezza rilevanti ai fini della valutazione sanitaria complessiva dell’intervento, con particolare riferimento alla necessita di considerare, oltre alla via inalatoria, ulteriori possibili vie di esposizione, come i rischi legati al consumo di cibo prodotto nelle aree agricole circostanti o al contatto con il suolo e le polveri.
Secondo quanto documentato dal Dipartimento di Prevenzione della Asl di Taranto, la Lutum ha integrato la Valutazione di Impatto Sanitario, “estendendo l’analisi anche alle vie di esposizione orale e per contatto dermico, ivi inclusa l’ingestione accidentale di suolo, mediante l’elaborazione di scenari valutativi dichiaratamente cautelativi, con riferimento a scenari espositivi orientati a non sottostimare il potenziale contributo emissivo dell’impianto”.
Aggiornamento ritenuto “complessivamente idoneo” in quanto i risultati delle elaborazioni “riportano, per le vie di esposizione considerate, valori di rischio ampiamente contenuti entro i limiti di accettabilità richiamati nel documento“.
Pur evidenziando che “la presente valutazione deve intendersi quale presa d’atto positiva dell’integrazione prodotta, senza che ciò implichi una validazione autonoma, da parte di questa ASL, dei singoli presupposti metodologici adottati dal proponente e dai relativi consulenti”.
Stessa valutazione per quanto riguarda i chiarimenti e le misure prospettate dal proponente in materia di gestione degli impatti odorigeni, fermo restando il rispetto delle eventuali prescrizioni che saranno definite in sede autorizzativa.
Valutazione positiva anche per quanto concerne la proposta di monitoraggio biologico/ambientale ante operarn e in corso di esercizio, che prevede “monitoraggi su matrici ambientali ritenute significative, al fine di concorrere a una più adeguata caratterizzazione ambientale dell’area”. Proposta che dovrà comunque prevedere per la Asl uno specifico protocollo operativo, da condividere con gli Enti competenti, con puntuale individuazione delle matrici da indagare, dei punti di campionamento, dei parametri e test da eseguire, delle metodiche, delle frequenze dei controlli e dei criteri di interpretazione dei risultati”.
ARPA Puglia, l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale, ha invece ribadito il suo parere sfavorevole alla compatibilità ambientale del progetto attraverso un documento di 45 pagine, nelle quali ha evidenziato le molte criticità ambientali del progetto.
In particolar modo l’Agenzia ha evidenziato n relazione alle attività di MISE (Messa in sicurezza d’Emergenza), “il procedimento è ancora nella fase di individuazione del responsabile e non risulta effettuato alcuno studio per l’attribuzione delle cause dei superamenti delle CSC (Concentrazione Soglia di Contaminazione) dei parametri Ferro e Manganese (e in un caso del tetracloroetilene) nelle acque. Ciò inibisce la definizione dei “valori di riferimento” e conseguentemente anche dei valori di guardia rendendo di fatto impossibile il monitoraggio degli impatti della proposta progettuale sulle acque sotterranee”.
Altra problematica riguarda il fatto che “il sito di interesse ricade in una cava censita con codice C-TA_00214 e classificata come recuperata; permane quindi la necessità di chiarire lo status giuridico e amministrativo delle aree di cava interessate dal progetto, anche considerato il mancato coinvolgimento, come già evidenziato nel precedente parere, del Servizio Attività Estrattive della Regione Puglia nell’ambito del procedimento in oggetto”.
Una cava esaurita e mai autorizzata e mai esercita come discarica, che comunque potrebbe rappresentare in prospettiva un altro catino da utilizzare per il conferimento eventuale di rifiuti.
Inoltre, ARPA sottolinea come il Proponente abbia confermato “la previsione di un bacino di provenienza di rifiuti caratterizzato da una distanza media di 30 km, tuttavia tale ipotesi non tiene conto della dichiarata disponibilità di volumetrie per il soddisfacimento delle esigenze del ciclo dei rifiuti prodotti dai Comuni pugliesi e/o sul territorio nazionale; nel buffer di 30 km dall’impianto proposto ricadrebbero solo alcuni comuni delle province di Taranto e Brindisi”. Pertanto per l’Agenzia “la distanza di 30 km considerata non sia pienamente rappresentativa dello scenario di progetto”.
Infine, l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale contesta il fatto che la società non abbia ritenuto necessario individuare alcuna ragionevole alternativa localizzativa rispetto quella proposta in progetto poiché il progetto in esame “consiste nella riattivazione dell’installazione di smaltimento rifiuti non pericolosi che aveva già ricevuto parere favorevole alla compatibilità ambientale con Determinazione Dirigenziale n. 16 del 18.01.2005, titolo ormai scaduto”.
“Tuttavia – evidenzia ARPA nel suo parere – lo stesso Proponente dichiara che “il progetto in esame, pur non comprendendo modifiche in maniera sostanziale dell’intervento originario, si configura come realizzazione di un nuovo impianto poiché sono previste nuove attività di trattamento rifiuti (a seguito della revoca) edifici ed infrastrutture già in precedenza previste”. La non necessità di valutare alternative localizzative secondo le indicazioni delle Linee Guida SNPA n. 28/20 è motivata dal Proponente anche considerando che la vasca B è già allestita per gli interventi di MISE; tuttavia si evidenzia che il progetto in esame non prevede il solo utilizzo della restante parte della vasca B a seguito degli interventi di MISE, ma anche la realizzazione del II Lotto di discarica (vasca C e vasca D) con annesse attività di scavo e movimentazione di terre e rocce“.
Durante la Conferenza dei Servizi, le amministrazioni di Lizzano, Faggiano, Fragagnano, Monteparano e Roccaforzata hanno ribadito il proprio parere contrario, motivandolo in particolare con riferimento agli aspetti ambientali e sanitari connessi alla riapertura del sito. Mentre il Comune di Taranto ha chiesto ed ottenuto altri 15 giorni di tempo per inviare le proprie osservazioni.
Le volumetrie residue abbancabili nella discarica (di cui al PAUR) in corso sono pari a circa 1.600.000 metri cubi, in quanto parte della volumetria complessiva (2.288.000 metri cubi) è stata utilizzata nella precedente gestione del sito. Pertanto, la Lutum ha confermato la disponibilità al soddisfacimento del fabbisogno regionale della gestione del ciclo dei rifiuti una volumetria del 15% del totale residuo, pari a 240.000 metri cubi.
Ad inizio dicembre, il Capo di Gabinetto della Regione Puglia ha preso atto della disponibilità manifestata da Lutum S.r.l. a destinare volumetrie residue dell’impianto al soddisfacimento delle esigenze del ciclo dei rifiuti urbani dei Comuni pugliesi, condividendo l’indirizzo favorevole espresso da AGER (Agenzia territoriale della Regione Puglia per il servizio di gestione dei rifiuti), rilevando che l’assegnazione delle volumetrie aggiuntive potrà contribuire al rafforzamento della resilienza del sistema di gestione dei rifiuti urbani in ambito regionale. Smentendo di fatto, ancora una volta, quanto affermato negli anni: ovvero che l’ex Vergine non avrebbe riaperto.
L’Ager infatti, in qualità di Ente di Governo d’Ambito Unico per la Regione Puglia in materia di gestione di rifiuti urbani, ha accolto favorevolmente la disponibilità del proponente a garantire l’utilizzo di volumetrie che, ove concesse, si renderanno utilizzabili per il soddisfacimento delle esigenze del ciclo dei rifiuti prodotti dai Comuni pugliesi.
Nel merito, valutata anche la capacità impiantistica riportata negli elaborati progettuali acclusi all’istanza di PAUR depositata presso la Provincia di Taranto (Volume totale disponibile per stoccaggio definitivo pari a 2.288.000 m3), ed analogamente a quanto formulato in occasione di precedenti procedimenti analoghi, la stessa Ager ha formulato la richiesta che venga destinata al soddisfacimento del fabbisogno regionale della gestione del ciclo dei rifiuti una volumetria non inferiore al 15% del totale sviluppato dal progetto, pari ad almeno 343.300 metri cubi.
Nel suo complesso l’installazione (piattaforma di trattamento + discarica), secondo quanto riportato nella “Relazione Generale” del 10/2022 annessa all’istanza LUTUM s.r.l. potrà accettare 350-400 tonnellate/giorno di rifiuti e che la capacità produttiva dell’impianto di trattamento è di 100.000 tonnellate/anno, con una produttività di 325 tonnellate/giorno di rifiuti smaltiti e/o recuperati.
Noi restiamo convinti che la soluzione migliore, al di là delle esigenze della Regione Puglia in tema di gestione dei rifiuti e degli interessi economici del gruppo CISA, sarebbe stata soltanto una: ovvero mettere in sicurezza e bonificare l’intera area evitando la riapertura della discarica. Chiudendo così per sempre, almeno in parte, il capitolo dello smaltimento dei rifiuti nel versante orientale della provincia tarantina.
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