Ogni isola ha il suo faro che resta a far luce anche in mezzo alla tempesta. A Salina si chiama Nino Caravaglio, vignaiolo indigeno e lungimirante che ha appena inaugurato una nuova cantina pronta, finalmente, ad accogliere turisti e wine lover.
«Oltre ad un sogno, per me la chiusura di un cerchio – dice il vignaiolo al Gambero Rosso – Per produrre c’è bisogno di spazio, a maggior ragione per i vini bianchi strutturati. Ma è anche una cantina pensata per l’accoglienza: se dieci anni fa su dieci turisti solo uno veniva a visitarci, oggi il rapporto si è capovolto». I nuovi locali che si trovano a Malfa (contrada Gramignazzi) prevedono, quindi, accanto ad un primo livello per la vinificazione e un secondo per l’affinamento, una zona per l’accoglienza ricavata da un vecchio rudere di 100 metri quadri con sala degustazione, punto vendita e una piccola cucina di cui si occuperà la figlia Alda.
L’attaccamento all’isola di Salina
La nuova cantina è, quindi, il coronamento di un sogno per un vignaiolo indigeno sì, ma ormai conosciuto in tutto il mondo. «Quando in passato gli stranieri che arrivavano da queste parti mi chiedevano se fossi un vero indigeno, quasi mi offendevo – ci confessa – ma allora ero giovane e mi sembrava che la parola avesse una connotazione negativa (ride; ndr)». Nato sull’isola da una famiglia di isolani e attaccato a quella stessa isola come i capperi ai muri di pietra, Caravaglio è proprio la definizione perfetta della parola indigeno. Nessuno conosce l’isola meglio di lui ed è capace di gestirne le dinamiche.
Quando lo raggiungiamo al telefono, con la linea che viene e va, ci sembra di sentire già il profumo mediterraneo della salsedine. Non ci risponde subito. Poi richiama: «Ero alle prese con il corriere per spedire i vini: per evitare che le bottiglie rimangano al porto sotto il sole per tante ore preferisco tenerle a casa – spiega – L’accordo con il trasportatore è che passi all’ultimo carico, così non rischiamo di provocare traumi al vino che deve fare ancora tanta strada». Bastano poche parole per farci rivivere il ritmo assolato di quell’isola di poco più di 2mila anime, dove tutti si conoscono e dove il patto per la sopravvivenza è l’alleanza primordiale tra uomini.
Vivere su una piccola isola di un piccolo arcipelogo a sua volta avamposto di un’altra “grande” isola ha decisamente qualcosa di fascinoso. Almeno se lo si fa per un mese. Ma farlo per tutta la vita è decisamente un’altra storia. Quella di Caravaglio, appunto (protagonista dell’evento Rotte Mediterranee – Terra Mare Visione).
La storia di Caravaglio viticoltore
«Nasco da una famiglia di coltivatori diretti di Salina che produceva in egual misura capperi e vino. Si spiega così il mio amore per la natura, a cui si aggiunge quello per il mare: mio padre si dedicava anche all’altra attività principale dell’isola, la pesca. E io spesso lo accompagnavo. Il primo bivio della mia vita arriva al momento di scegliere che scuola superiore frequentare. Opto per l’istituto tecnico agrario di Messina, ma questo significa lasciare Salina». Una scelta difficile ma necessaria che fa parte della lista dei pro e dei contro di vivere su un’isola. A seguire c’è il percorso universitario alla Facoltà di Scienze Agrarie di Catania: ancora anni dall’altra parte del mare, fino a quando il richiamo diventa troppo forte: «Alla fine dopo una parentesi di insegnamento, decido di tornare a Salina per mettere letteralmente a frutto i miei studi, focalizzandomi sulla viticoltura e, in particolare, sulla malvasia delle Lipari».
Inizia così la storia di Caravaglio viticoltore, che in pochi anni lo porterà ad acquistare nuovi vigneti (oggi sono 14 sparsi su tutta l’isola tra quelli di proprietà e quelli in affitto), creare una piccola cantina di imbottigliamento e diventare un punto di riferimento per la viticoltura eoliana.
La scommessa sulla malvasia secca
Il vero punto di svolta di questa storia di vino e di mare è la reinterpretazione della malvasia. Le famiglie dell’isola l’avevano sempre considerata un’uva adatta al passito di Lipari, ma Caravaglio ci vede anche dell’altro e prova a vinificarla secca. Nasce l’Infata. «A convincermi sono la freschezza e l’acidità del vitigno. Così decido di provarci per vedere cosa ottengo. E ottengo un vino profumato con una bella mineralità. Capisco che ci siamo. Ogni nuovo progetto è legato a due componenti – spiega – la sapienza e la conoscenza, a cui si aggiunge il fato».
E in questo caso il fato gli è decisamente favorevole: arrivano i riconoscimenti (tra cui i Tre Bicchieri del Gambero Rosso) e – ma questa è storia recente– arriva anche l’attestato di stima di un produttore d’Oltralpe: Thomas Duroux, da cui nasce una inedita collaborazione proprio nel nome della Malvasia. Galeotta è l’Infata che spinge il ceo di Château Palmer a voler conoscere Caravaglio. Da questa amicizia nascono due nuovi cru appena arrivati sul mercato in edizione limitata: Salina Igt Malvasia Piano della Croce e Salina Igt Malvasia Punta Capo. Esplosione di vegetazione mediterranea il primo, finezza equilibrata e profonda il secondo. Due vini che dimostrano come in un’area quasi tascabile, dallo stesso vitigno e nella stessa annata si possano ottenere due espressioni totalmente diverse del territorio, ma ugualmente autentiche. Croce e delizia di avere vigne su un’isola dove mettere assieme pochi ettari ravvicinati è pura utopia.
Storia di viaggi, migrazioni e ritorni
Ma la storia non finisce qua. Anzi si ripete attraverso piccoli segnali che sta a noi cogliere. Se oltre quattro secoli fa la viticoltura – e nello specifico la malvasia – ha ripopolato l’isola di Salina, oggi in un certo senso il miracolo si ripete sotto nuove forme. La storia della malvasia (uno dei vitigni più antichi del Mediterraneo e dell’Europa prima che fosse tale) è una storia di viaggio e migrazione, così come storie di viaggi e migrazioni sono quelle della famiglia Caravaglio e quella dei migranti che lo stesso vignaiolo ha deciso di accogliere in azienda (progetto che gli è valso il Premio Progetto Solidale della guida Vini d’Italia 2026 del Gambero Rosso).
«La malvasia parte da Creta, allora Candia – racconta lo stesso Caravaglio – ma furono i veneziani, tornati dal Peloponneso, a portarla a Salina, dove grazie al vescovo di Lipari ebbero in concessione dei terreni e iniziarono a impiantarla, ripopolando l’isola rimasta deserta per secoli. A seguire lo stesso vescovo favorì l’arrivo di famiglie dalla Spagna e dal Portogallo proprio per coltivare quelle terre. Tra queste c’erano appunto i Caravaglio». Secoli dopo – e arriviamo ai giorni nostri – da quello stesso Mediterraneo attraversato da guerrieri, mercanti e naviganti arrivano i “ragazzi di Caravaglio”, i migranti del progetto che oggi sono inseriti nell’attività lavorativa dell’azienda agricola. Una rotta che in qualche modo sembra ripetersi e che vede nella viticoltura di Salina il suo naturale approdo.
Una storia di mare
Prima di lasciare idealmente l’isola, ci concediamo solo un’ultima domanda. Ed è quella domanda che potrebbe riscrivere tutta la storia: «Ha mai pensato di lasciare definitivamente le Eolie?». La risposta arriva netta e chiara: «Mai. Chi nasce in mezzo al mare non può pensare di lasciarlo». Poi il rumore di sottofondo riprende, la voce si fa confusa, la linea si dissolve. L’isola ritorna lontana. E la storia è pronta per essere raccontata.
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Antonella De Santis
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