La firma sul pre-accordo di pace in 14 punti, tra Stati Uniti e Iran, è stata salutata trionfalmente, sia da parte di Trump che dagli Ayatollah. Il testo dice che le due parti si danno 60 giorni di tempo per giungere alla definizione finale dei termini per il cessate il fuoco, che, probabilmente, dovrà contenere qualcosa di più sull’utilizzo del nucleare da parte della Repubblica islamica.
Ciò che ha sorpreso non poco è stata l’assenza di Israele, che è la parte in causa principale, sul piano geografico, strategico, economico e geopolitico. Con la consueta durezza, il ministro suprematista Ben-Givr non le ha mandate a dire ed ha opposto un netto “nessuno può dirci cosa dobbiamo fare!” come reazione a caldo. Come è possibile, al di là della propaganda di parte, escludere Bibi dalle trattative ufficiali con quello che tutto il suo governo e gran parte del popolo considerano una minaccia esistenziale?
A meno di 24 ore, infatti, è successo ciò che ritenevamo logico avvenisse: il bombardamento a tappeto del Libano da parte dell’IDF. Nel pre-accordo uno dei punti fondamentali è proprio la pace nel Paese dei cedri, che è militarmente molto vulnerabile e politicamente debole. Trump faceva intendere che avrebbe usato i giorni a disposizione per convincere il premier israeliano della bontà dell’accordo finale. “Dovrò evitare che impazzisca” – ha detto il tycoon alla stampa.
Ma i nervi della maggioranza estremista sono a fior di pelle, perché ha sempre preteso come condizione minima, la deposizione del governo islamista di Khamenei jr., che, invece, non solo non è prevista ma ha usato toni celebrativi, parlando di Stati Uniti “umiliati”, a fronte dei 300 miliardi di dollari da incassare per la ricostruzione e, soprattutto, lo scongelamento dei fondi all’estero, per un ammontare che varia dai 25 ai 100 miliardi di dollari. Pertanto, parlare di pace è ancora prematuro, come hanno dimostrato le bombe di Israele.
Pochi osservatori hanno scritto che dietro la tensione di Israele c’è molto di più della questione iraniana, libanese e della Palestina, che preoccupa il governo che riteniamo voglia ottenere l’aiuto determinante degli Stati Uniti, almeno come mediatori a suo favore: la manifestazione di una guerra fredda che percorre l’intero Medio Oriente e giunge addirittura fino al Corno d’Africa.
Parliamo di una frattura che oppone due blocchi sempre più definiti, che hanno interessi, prerogative strategiche e visioni del futuro regionale agli antipodi. Da una parte ci sono Israele e gli Emirati Arabi Uniti, caratterizzato dalla volontà di modificare l’ordine regionale, ovvero disponibile a sostenere secessioni tra gli Stati con conflitti separatisti, ma soprattutto a lanciare un guanto di sfida contro il controllo saudita sull’Opec, rompendo gradualmente le convenienze diplomatiche consolidate da anni.
Dall’altra, c’è un’alleanza ufficiosa tra Arabia Saudita, Turchia, Pakistan ed Egitto, che serve a difendere il mantenimento dello status quo, quindi dell’integrità territoriale degli attuali Paesi e della compattezza delle istituzioni multilaterali.
Il 14 giugno, il neoeletto Presidente del Somaliland Abdirahman Mohamed Abdullahi – detto Cirro – che ha segnato, di fatto, la secessione dell’area, ha compiuto la sua prima visita di Stato proprio in Israele, per incontrare la sua controparte Isaac Herzog, il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri Gideon Saar. Il fine primario è ricevere riconoscimento internazionale e stringere alleanze, utili e strategiche.
Il 22 febbraio 2026, sei giorni prima dell’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, Netanyahu ha parlato della necessità di un «esagono di alleanze», che dovrebbe unire Israele a India, Grecia e Cipro, insieme ad altri «Stati arabi, africani e asiatici», in un gruppo “di nazioni che condividano la stessa visione della realtà, delle sfide e degli obiettivi contro gli assi radicali, sia quello sciita radicale […] sia l’emergente asse sunnita”.
Quest’ultima, nel modo di vedere di Bibi, allude implicitamente a Turchia, Arabia Saudita e Pakistan ovvero gli storici avversari di Israele nella regione. Chiaramente, la conseguenza di una pace giusta e duratura con l’Iran non sarebbe funzionale al consolidarsi di questi obiettivi, in quanto rafforzerebbe il nemico iraniano e, per conseguenza diretta, l’asse geopolitico opposto.
Il 19 marzo 2026, i ministri degli Esteri di Turchia, Pakistan, Arabia Saudita ed Egitto si sono ritrovati a Riad per discutere la possibilità di creare un quadro di sicurezza congiunto. Ulteriore forza unificante per “l’asse sunnita” è la crescente sfiducia nelle garanzie di sicurezza americane, dovute alla guerra contro l’antica Persia, degli ultimi mesi. Israele avrebbe, perciò, tutto l’interesse a coinvolgere Trump nella guerra fredda in Medio Oriente perché gli interessi in campo sono assai maggiori rispetto ad una pace con gli Ayatollah, che, peraltro, da parte ebraica viene vista comunque e sempre con sospetto.
La spaccatura che contrappone Turchia, Arabia Saudita ed Egitto a Israele e Emirati Arabi Uniti non è limitata al Medio Oriente, ma si estende alle profondità del Corno d’Africa e trova la propria forma più recente proprio nella visita di Cirro a Gerusalemme. Il Somaliland si trova a 30 chilometri a sud dello Stretto di Bab el-Mandab: per Israele, logorato dalla passata campagna degli Houthi contro le proprie navi e il porto di Eilat, una presenza militare a Berbera significherebbe incrementare la capacità di proiettare potere contro le autorità di Sana’a.
Decontestualizzare la guerra in Iran da questo scenario geopolitico, che sta ridisegnando equilibri, alleanze e forze di un intero Continente sarebbe fuorviante soprattutto perché, al momento, è il motivo principale per cui in questo momento la pace non è funzionale nei rapporti di forza sul Medio Oriente dell’asse Israele e Emirati Arabi Uniti.
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