Il generale Vannacci come agente al soldo di Mosca: dalla Russia con livore? È questa l’ultima trovata della nostra stampa e dei suoi commentatori, per provare a spiegarci – o meglio, per evitare di farlo – come mai l’impresa politica dell’ex militare e del suo Futuro Nazionale sembri tanto rilevante pur partendo quasi da zero.
Non ci interessa fare previsioni, cioè se FN possa diventare a destra (elettoralmente parlando) quello che il M5S è diventato a sinistra. Il tempo lo dirà, mentre chi vuole anticipare la risposta o se lo augura, o pensa di esorcizzare il rischio. Non siamo disposti a farci ingannare per altri scopi o anche semplicemente per non guardare in faccia alla realtà, per quanto cruda possa essere. Vannacci, come molti altri, è una manifestazione politica nostro malgrado tipicamente italiana. Provare a spacciarla per russa fa torto soprattutto a chi ha l’ardire di sostenerlo.
L’anno elettorale e la prossima corsa al Quirinale
Avevamo già parlato del generale due anni fa, quando Roberto Vannacci si era fatto eleggere a Strasburgo dalla Lega di Matteo Salvini. Il vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture sapeva che il crollo che attendeva il suo partito non sarebbe stato un fisiologico rimbalzo dopo l’exploit del 2019. E siccome sapeva anche, come notavamo, che le Europee sono un test nazionale d’opinione, pensò di coprirsi a destra con le bordate del militare. L’operazione gli è minimamente riuscita, ma Vannacci è sceso presto dal treno salviniano, si è fatto un gruppuscolo in Parlamento a Roma, pescando tra i partiti della maggioranza di centrodestra. E adesso cerca di fare pesare il più possibile il suo consenso presumibile o temibile.
Mentre ci avviciniamo alle elezioni Politiche del prossimo anno, Vannacci, che non si è mai presentato a questo tipo di competizione né come singolo, né come leader di un movimento/partito, si ritrova spasmodicamente al centro dell’attenzione. Sulla base di cosa? Dei sondaggi. Tutto il consenso di cui il generale viene accreditato è presunto e non passibile di alcun confronto con analoghe prestazioni precedenti, appunto inesistenti.
Vale la pena ripetere che dal nostro punto di vista i sondaggi sono fatti più per far dare o non dare voti, che per fotografare le corrispondenti intenzioni degli elettori. La frenesia per gli assetti della futura legislatura raggiunge vette parossistiche, perché l’Italia non ha mai confermato due volte di seguito una maggioranza al governo, da quando l’alternanza alberga (bene o male) anche presso di noi. E poi perché il venturo Parlamento dovrà eleggere il nuovo presidente della Repubblica, sempre che se ne trovi un altro dopo 14 anni su una decina di milioni di connazionali con più di 50 anni.
Gli istinti e la ragione
Dove può arrivare Vannacci? I progressisti e gli elettori di sinistra non possono certo votarlo, benché si augurino che crei problemi ai loro avversari. Per cui, quelli di Vannacci saranno pur sempre necessariamente consensi di destra. E alcuni elettori delusi di destra, a quale condizione minima potranno suffragarlo?
Evidentemente, che votarlo non significhi contribuire ad issare la sinistra al governo, né propiziare soluzioni alchimistiche che annullino del tutto i residui e già modestissimi margini della politica rispetto alla tecnocrazia e al potere economico-finanziario. Sin qui, il piano razionale. È noto, però, che l’essere umano non si riduce alla sola ragione. Qualche elettore di destra potrebbe persino suffragare la “destra-destra” per sgarbo alla destra, anche se questo alla fine volesse dire ritrovarsi al governo la sinistra. Molto dipenderà pure dalla legge elettorale, la sorte della cui possibile riforma rimane avvolta da nebbia fitta, causata proprio dal timore della “condensazione” dei sondaggi e la loro trasformazione in voti vannacciani.
Comunque, per chiudere sulla ragione, Vannacci dovrebbe trovare il modo di stare dentro il perimetro di coalizione almeno in sede elettorale. E, specularmente, la presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, con o senza cambiamento della legge elettorale, dovrebbe trovare il modo di non disperdere consensi che sono comunque meno alieni da sé di quanto non lo siano dai sui avversari.
Le dichiarazioni rese dalla premier a margine del G7 di Evian, al netto di un’ambiguità studiata e della polemica scontata (quelli di Vannacci hanno votato cinque volte la sfiducia al Governo), fanno fede in questo senso. A un giornalista che le ha contestato di avere escluso l’alleanza elettorale con FN, Meloni ha risposto che quest’affermazione non le appartiene, prima di concludere che il modo migliore per provare a rivincere le elezioni è governare bene e non pensare di sommare percentuali di consensi presunti.
La Lega di Salvini e…
L’ultimo spunto per non parlare d’altro che di Vannacci è l’aggancio/sorpasso nei sondaggi ai danni della Lega di Salvini, con cui il generale si accusa reciprocamente di avere stabilito all’inizio un rapporto “usa e getta”. Al netto della contingenza del 2024, l’incontro con Vannacci rappresentava per Salvini un naturale sviluppo della mutazione del partito da sentinella del nord a formazione nazionale. Se fosse e restasse convinto della bontà della scelta, Salvini non dovrebbe necessariamente cambiarla. Il problema è che l’uomo ha già dato clamorose dimostrazioni di essere incline a soprassedere: la rielezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica quattro anni fa ha rappresentato il punto più alto (o più basso?) della sua attitudine transattiva.
Per quanto ci riguarda, non cambiamo parere né su Vannacci – un ottimo apprendista di marketing – né sul fatto che il vero problema sia la disponibilità degli elettori a prestare appoggio (anche solo occasionalmente) ad esperimenti di questo tipo. Se uno non vuole essere governato, destra o sinistra fa poca differenza e meno ancora fa paura l’instabilità. Al contrario: più aumenta la confusione, meno il potere pubblico potrà insidiare i feudi e gli orti.
Il problema siamo noi
Per finire, non possiamo non tornare all’inizio e stigmatizzare nel modo più risoluto l’ultima trovata della grande stampa (per tutte, teniamo a mente due firme di peso del Corriere della Sera quali Ernesto Galli della Loggia e Paolo Mieli). Cioè il tentativo di tirare dentro Vannacci e le sue allusioni alla possibilità di una destra differente nella propaganda antirussa pressoché totalitaria del nostro mondo dell’informazione.
Se provare a fare credere che Trump sia alleato di Putin è un patetico tentativo di nascondere che l’attrito ucraino è la leva con cui Washington logora contemporaneamente Mosca e l’Europa, presentare Vannacci come un agente infiltrato dal Cremlino è ridicolo. Il problema dell’Italia siamo noi italiani: tanto quelli che disprezzano l’interesse generale e per questo appoggiano qualsiasi eccentricità politica, quanto quelli che non riescono a pensare al Paese se non in funzione del giogo schiacciante dei vincoli esterni che lo opprime.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.
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Corrado Cavallotti
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