Analisi geopolitica a cura del dott. Yari Lepre Marrani. L’illusione di Washington e il miraggio di Islamabad
La geopolitica contemporanea è impietosa con chi confonde la retorica muscolare con la strategia imperiale. Nulla lo dimostra più chiaramente del monumentale fallimento dell’amministrazione Trump nella gestione del dossier iraniano. Un fallimento che oggi trova il suo stigma definitivo nei 14 punti del memorandum d’intesa di Islamabad, un documento che fotografa la resa della linea della “massima pressione” e l’ammissione di un’impotenza strutturale.
L’obiettivo dichiarato della Casa Bianca era draconiano: un regime change a Teheran e lo smantellamento radicale di ogni residuo e ambizione nucleare. Il risultato reale, analizzato a mente fredda, è l’esatto opposto. La Repubblica Islamica non solo ha resistito, ma ha capitalizzato l’ostilità americana per compattare le proprie fila, accelerare il disallineamento dal dollaro e stringere alleanze strategiche di ferro con Pechino e Mosca. L’Iran di oggi non è un paria isolato, ma un attore geopolitico resiliente e saldamente inserito nel blocco eurasiatico.
«Stiamo arrivando»: l’etica del tradimento e la perdita di credibilità
Il collasso dell’autorità morale statunitense si condensa in un’immagine drammatica, che rimarrà impressa nella storia del Medio Oriente come il simbolo del cinismo di una superpotenza in declino. “Scendete in piazza, stiamo arrivando”, gridava Donald Trump, arringando le opposizioni interne e infiammando le speranze della gioventù iraniana desiderosa di cambiamento. I ragazzi e le ragazze di Teheran, di Shiraz, di Isfahan lo hanno fatto davvero. Hanno sfidato i pasdaran, hanno occupato le piazze, hanno offerto i loro petti alle pallottole del regime.
Sono stati massacrati. E l’America? L’America non è mai arrivata.
Questa è la radiografia semplice e spietata di un disastro: una guerra psicologica ed economica da cui Washington non ha ottenuto nulla. Il regime teocratico è saldamente in piedi, il programma nucleare ha ripreso a correre oltre i livelli del 2015, e gli Stati Uniti hanno sacrificato sull’altare dell’opportunismo elettorale l’unica risorsa immateriale che rende una potenza un leader globale: la credibilità. Un gigante che promette protezione e abbandona i propri alleati al macello non è più un egemone; è una potenza ridicola, decadente, intrappolata nel teatro della propria propaganda.
Il grande confronto: l’inconsistenza americana vs il dovere europeo
Il fallimento dell’accordo (per ora non definitivo) e la ritirata strategica degli USA aprono una faglia tettonica negli equilibri globali. Se l’Occidente inteso come blocco a guida americana è in via di dissoluzione, ciò non significa la fine della civiltà occidentale, ma l’inizio della sua necessaria metamorfosi.
Mentre gli Stati Uniti si rifugiano in un isolazionismo isterico o in interventi per procura privi di visione lungimirante, l’Europa si trova di fronte al suo tornante storico più cruciale dal 1945. Continuare a essere il terminale passivo delle decisioni di Washington significa condannarsi all’irrilevanza, a essere “sudditi degli eventi”, spettatori terrorizzati di un mondo che cambia per incapacità intrinseca e codardia politica.
| Dimensione | La Decadenza Statunitense | La Necessità Europea |
| Strategia | Massima pressione fallimentare, sanzioni unilaterali inefficaci. | Diplomazia multilaterale, stabilità continentale e mediterranea. |
| Etica | Retorica vuota (“Stiamo arrivando”), abbandono dei dissidenti. | Coerenza tra valori e azione politica, responsabilità storica. |
| Prospettiva | Egemonia coercitiva in declino. | Forza giuridica e militare integrata. |
La rinascita mazziniana: dall’Europa dei mercati all’Europa dei popoli
È precisamente in questo vuoto di potere che si colloca il momento storico perfetto per la rinascita del Vecchio Continente. Ma questa rinascita non può passare attraverso le asfittiche burocrazie di Bruxelles o i meri calcoli ragionieristici dei trattati economici. L’Europa deve riscoprire la sua missione profonda attraverso un’azione di stampo puramente mazziniano.
Giuseppe Mazzini insegnava che i diritti non possono esistere senza i doveri, e che l’emancipazione di un popolo deriva unicamente dalle proprie forze, dall’autocoscienza e dal sacrificio. L’Europa non deve attendere un salvatore d’oltreoceano che non arriverà, né deve rassegnarsi a essere terra di conquista per i nuovi imperi orientali. I popoli europei devono unire le proprie forze per edificare la Giovine Europa: una superpotenza che non sia solo un colosso economico, ma un’entità dotata di:
- Una forza giuridica universale: Capace di dettare le regole del diritto internazionale, della transizione ecologica e della dignità umana, ponendosi come arbitro etico del pianeta.
- Una forza militare sovrana: Un esercito comune continentale, indipendente dalla NATO e dalle paturnie elettorali del Presidente statunitense di turno, capace di proiettare sicurezza nel Mediterraneo, in Africa, in Medio Oriente e in tutto il globo.
Una simile Europa non emulerà l’arroganza distruttiva di Washington, né la spietatezza di Teheran o Pechino. Sarà una superpotenza di tipo nuovo, la cui sintesi tra spada e diritto farà impallidire il mondo per equilibrio e determinazione.
Il risveglio dal sonno dogmatico
Il memorandum di Islamabad e il sangue versato dai giovani iraniani rimasti soli nelle piazze sono il certificato di morte della Pax Americana. L’impero è nudo, fragile e incapace di mantenere le proprie promesse.
Per l’Europa questo non è il tempo del timore, ma il momento del risveglio dal sonno dogmatico della dipendenza transatlantica. Coniugare la lezione del fallimento americano in Iran con l’audacia di una visione mazziniana significa comprendere che il destino europeo appartiene solo agli europei. È tempo di alzare la testa, di smettere di subire la storia e di iniziare, finalmente, a scriverla.
Il Manifesto della Giovine Europa: l’attualità di Mazzini nel XXI secolo
Per comprendere l’urgenza di questa metamorfosi, è necessario strappare Giuseppe Mazzini dalle pagine polverose dei manuali di storia e ricollocarlo al centro del dibattito geopolitico contemporaneo. Il dramma dell’Europa odierna risiede nella sua schizofrenia esistenziale: possiede il PIL e la tecnologia di una superpotenza, ma si muove sullo scacchiere internazionale con la timidezza di un protettorato intimidito. Quando Washington fallisce in Iran, l’onda d’urto destabilizza il vicinato europeo, non le coste della California. Eppure, l’Europa assiste immobile, incapace di una postura autonoma.
In questo limbo di passività, il pensiero mazziniano non è un mero esercizio di nostalgia romantica, ma l’unico software ideologico capace di riattivare l’hardware continentale. Mazzini aveva intuito, con un secolo e mezzo di anticipo, che l’Europa dei re e dei mercati — ieri la Santa Alleanza, oggi l’unione tecnocratica dei bilanci e dei tassi d’interesse — sarebbe stata strutturalmente incapace di fare la Storia. L’Europa dei popoli, al contrario, nasce da un principio spirituale e politico cardine: l’associazione come superamento dell’impotenza atomistica.
«L’Associazione è il mezzo con cui le forze dei singoli si uniscono per formare una forza collettiva, capace di raggiungere scopi altrimenti preclusi all’individuo.» — Giuseppe Mazzini, Doveri dell’Uomo
Applicato alla geopolitica odierna, questo significa che nessun singolo Stato nazione europeo — né la Francia con la sua force de frappe, né la Germania con la sua potenza industriale — possiede la massa critica per resistere al declino dell’Occidente o per trattare da pari a pari con i colossi continentali come la Cina, l’India o la stessa autocrazia russa. L’isolamento è suicidio; la sottomissione a una Washington decadente è agonia. La sintesi mazziniana offre la terza via: la transizione dal nazionalismo egoista a un nazionalismo europeo integrato, dove la sovranità non viene ceduta a un’entità astratta, ma potenziata attraverso la condivisione del destino comune.
Il dovere dell’azione contro la burocrazia del rinvio
L’attualità di Mazzini si misura soprattutto nella sua feroce critica all’indifferentismo e al moderatismo paralizzante. L’Europa contemporanea è governata dalla dottrina del rinvio: di fronte alle crisi geopolitiche, si convocano vertici, si esprimono “profonde preoccupazioni”, si varano sanzioni che spesso colpiscono le proprie stesse economie più di quelle dei bersagli. Questa è la declinazione moderna di ciò che Mazzini definiva il vizio dei “moderati”, capaci solo di riforme parziali e terrorizzati dall’audacia dell’azione.
Il fallimento dell’amministrazione Trump in Medio Oriente, culminato nel vicolo cieco del memorandum di Islamabad, dimostra che lo spazio geopolitico non tollera il vuoto. Se l’Europa non occupa lo spazio lasciato libero dal collasso della credibilità statunitense, altri attori, con valori radicalmente antitetici a quelli europei, lo faranno. L’azione di stampo mazziniano richiede invece il passaggio immediato dal pensiero al fatto: pensiero – ideale – sacrificio – volontà di potenza – azione.
Per uscire dai margini della storia, l’Europa deve compiere tre passi mazziniani fondamentali:
- Il superamento del materialismo economico: L’Unione Europea non può continuare a fondarsi solo sull’euro e sul mercato unico. Un popolo non si unisce sotto una bandiera per difendere uno spread, ma per difendere una civiltà. Serve un’anima collettiva, un’epica della rinascita che parli alle nuove generazioni, le stesse che oggi vedono le promesse tradite delle superpotenze e cercano un punto di riferimento morale.
- La coincidenza di Pensiero e Azione: Non si può sbandierare il primato del diritto internazionale se non si possiede la forza materiale per farlo rispettare. La forza giuridica europea deve essere blindata da una forza militare integrata. Un esercito europeo non è uno strumento di aggressione imperialista, ma la precondizione mazziniana per l’indipendenza: il dovere di difendere i propri confini e i propri valori senza delegare la propria vita a mercenari o ad alleati d’oltreoceano instabili.
- La fine della sudditanza psicologica: Il trauma psicologico del Novecento ha generato un’Europa affetta da una sindrome di down. L’articolo di fede secondo cui “senza gli Stati Uniti non c’è sicurezza” è smentito dai fatti. L’America abbandona i giovani a Teheran, si ritira caoticamente da Kabul, destabilizza regioni intere e poi si ritira nei propri confini. L’Europa deve autopromuoversi a maggiorenne della storia.
La spada e il diritto: La Nuova Sintesi Continentale
Innalzare l’Europa a superpotenza non significa imitare il cinismo geopolitico che ha portato Washington al fallimento iraniano. L’impero americano è decadente perché privo di una visione etica a lungo termine, ridotto a pura coercizione militare ed economica. L’Europa mazziniana deve essere l’antitesi di questo modello: una superpotenza della sintesi.
Questa sintesi unisce la forza giuridica universale — l’eredità del diritto romano, dell’illuminismo e dello Stato di diritto — con una forza militare sovrana. Quando l’Europa parlerà al mondo, la sua voce non sarà ascoltata perché minaccia bombardamenti indiscriminati o sanzioni affamanti, ma perché rappresenterà un modello di civiltà superiore, capace però, se sfidato, di difendersi con una determinazione che farà impallidire i vecchi imperi.
I giovani iraniani che hanno gridato nelle piazze, e che sono stati cinicamente abbandonati dalla ritirata americana, cercavano esattamente questo: un punto di riferimento morale che avesse la forza di essere coerente. L’America ha dimostrato di non poterlo o volerlo essere. Tocca all’Europa assumersi questa responsabilità storica. Il momento è perfetto perché la crisi dell’egemonia transatlantica non lascia alternative: o il risveglio o la sottomissione definitiva alle potenze emergenti. Riscuotersi dal sonno, imbracciare il dovere dell’azione e fondare la superpotenza europea non è più un’opzione utopica; è l’imperativo categorico della nostra epoca per non scomparire dalla Storia.
Dott. Yari Lepre Marrani
“Mi presento: sono Yari Lepre Marrani, saggista, giornalista culturale e scrittore. Su l’Avanti! curo una rubrica di carattere storico, e sono redattore del Centro Studi Machiavelli e di Notizie Geopolitiche. Sono anche un poeta: da settembre 2023 tra i poeti contemporanei di WikiPoesia(https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani) e la mia ultima silloge poetica, I canti di un pellegrino, è uscita a dicembre 2024 ed è stata candidata al Premio Strega Poesia 2025. La silloge poetica ha avuto anche numerosi positivi giudizi critici da diversi quotidiani come l’Unione Sarda”.
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Redazione Arezzo24
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