Cittadini dopo le nazioni | Francesco Bellusci


A metà degli anni Novanta, poco prima della sua scomparsa, mentre molti decantavano le “magnifiche sorti progressive” del mondo aperto, inaugurato dalla globalizzazione e dalla fine della Guerra fredda, il sociologo tedesco Niklas Luhmann, quasi intuendo i paradossi e le tendenze regressive che quel mondo poteva incubare, espresse la sua inquietudine su una possibile deriva, da lui definita come il peggiore scenario immaginabile e possibile. Secondo Luhmann, ogni sistema sociale (la politica, la morale, la religione, la scienza, l’educazione) possiede un codice che guida le sue operazioni (‘governo/opposizione’ per la politica, ‘vero/falso’ per la scienza…). La differenziazione sociale favorisce il codice e il codice favorisce la differenziazione sociale.

Ora, le nuove diseguaglianze e i nuovi flussi migratori verso l’Europa e nel mondo appaiono accreditare ai suoi occhi una prognosi cupa. È possibile, scriveva Luhmann, che la società sia condotta ad accettare il codice ‘inclusione/esclusione’ come una sorta di metacodice, che condiziona gli altri, o ancora che si attui un cambiamento del principio principale di differenziazione della società: una nuova forma di differenziazione, sempre sotto il segno della distinzione inclusione/esclusione, al posto della differenziazione funzionale che nelle società moderne è subentrata alla differenziazione gerarchica tipica delle società medievali. Questa possibilità istituzionalizzerebbe e generalizzerebbe il tipo di distinzione di cui i ghetti o le favelas costituiscono la traduzione nella realtà più terrificante: la distinzione tra persone e semplici individui, questi ultimi considerati solo come corpi, dediti a una sola finalità, la sussistenza.

Quello che Luhmann tratteggiava, un po’ pessimisticamente, era il possibile esito strutturale della dialettica conflittuale tra i processi di globalizzazione e cosmopolitizazzione, da un lato, e i movimenti anticosmopoliti e populistico-reazionari, dall’altro lato, con una marcata prevalenza alla fine di questi ultimi. Detto in altri termini, la forma più regressiva che avrebbe potuto assumere la “ribellione alla complessità” che l’accelerazione della globalizzazione avrebbe suscitato, con le sue contraddizioni e i suoi rischi, sottovalutati dagli apologeti della “mano invisibile” del nuovo mercato mondiale.

Cosa potrebbe contrastare un tale scenario, che, trent’anni dopo, non solo non appare irrealistico, ma anzi ancora più plausibile, nel contesto attuale della crisi della democrazia in Occidente e nel mondo?

La risposta la troviamo non solo nelle tesi, ma già nell’icastico titolo dell’ultimo libro di Anna Lazzarini: Reinventare la cittadinanza. Nel tempo della complessità, edito da Mimesis, da pochi giorni in libreria. Infatti, secondo l’autrice, il nodo gordiano, che catalizza la policrisi del nostro tempo e che va affrontato, ruota intorno al tema della cittadinanza. Con una precisazione preliminare e dirimente: è necessario avere come riferimento una nozione complessa di cittadinanza, capace di superare i confini asfittici di una concezione ancora perimetrata entro i limiti dello stato-nazione, che non è in grado di rendere conto del mondo in cui viviamo e delle trasformazioni della società plurale, poiché agisce come un confine che esclude o include in forme subordinate, e contemporaneamente capace di dar conto della molteplicità delle identità e della pluralizzazione delle appartenenze di cui ciascuno fa esperienza ogni giorno.

Superare sul piano normativo l’idea di cittadinanza delimitata al perimetro nazionale e al significato giuridico-formale, non significa solo disinnescarne il potere “escludente”, ma anche riscattarla dai limiti che essa rivela sul piano descrittivo, per sondarne, viceversa, le potenzialità politiche e pedagogiche “inclusive” e riattivarne così la funzione motrice di generalizzazione della dignità eguale per uomini e donne e, quindi, di attuazione delle promesse di giustizia sociale e universale della modernità. Questo è il senso complessivo della proposta di Anna Lazzarini.

L’assunto di base, presentato ormai come un’evidenza empirica, è che la connessione tra sovranità, territorio, stato-nazione e cittadinanza non sembra più capace di descrivere la realtà socio-politica degli scenari contemporanei, rimescolata dai processi della globalizzazione e di integrazione transnazionale, e non riflette il tessuto sociale e culturale vivo, plurale e ibrido delle nostre città. Le trasformazioni degli ultimi decenni, e in primis la mobilità internazionale e i flussi migratori, mettono in discussione la rappresentazione dello Stato-nazione come contenitore di una società omogenea dal punto di vista etnico, linguistico, culturale, religioso. Fra territorio, popolazione e cittadinanza si muovono oggi linee di frattura più che di corrispondenza, e l’appartenenza nazionale non è più il contrassegno di un’identità culturale stabile.

Partendo dal magistero di Mauro Ceruti sul pensiero complesso e dalle sue lezioni fondamentali sul “tempo della complessità”, Anna Lazzarini ne orienta in modo originale il valore euristico verso una nuova “teoria critica”, che rompe con il conformismo intellettuale generalizzato, nelle scienze sociali e nel dibattito pubblico, ispirato a un presunto realismo che in verità si rivela miope oltreché acritico.

Fotografia di Barbara Zandoval – Unsplash

Punto saliente del libro è, infatti, la disamina dei limiti dello “sguardo nazionale”, che è anche uno sguardo essenzialistico, perché separa culturalmente e politicamente ciò che era storicamente intrecciato ed evoca presunte radici etniche su cui fondare la nazione. Questo sguardo ha impregnato l’Europa nazional-statale della prima modernità, dove regnava l’“aut-aut” nel pensare e nell’agire, quindi anche nell’immagine storica di sé, nel modo di delineare il passato e il futuro. E con questo paradigma l’Europa ha agito e agisce a volte anche all’esterno. Pensiamo a come ha tracciato i confini politici in Medio Oriente e a come nella sua politica culturale e scientifica l’Europa ancora separa le tradizioni ebraiche da quelle islamiche, consolidando così le linee di confine ideologiche che hanno impedito fino ad oggi una soluzione pacifica del conflitto mediorientale, trascurando le profonde influenze reciproche tra Ebraismo e Islam.

Questo sguardo è oggi paradossalmente e pericolosamente accecante di fronte agli intrecci che scaturiscono dalla globalizzazione politica, dell’economia, del diritto, delle culture, delle reti di comunicazione e di interazione, che oscilla tra espansione e contrazione, ma è sempre in atto e riplasma continuamente la condizione umana. Alla luce di ciò, secondo Lazzarini, bisogna superare una interpretazione essenzialista della comunità e accedere a una visione della comunità come realtà emergente da un insieme di relazioni, il cui fulcro è il munus, il vincolo o debito, che lega appunto i membri della comunità sulla base di un patto di convivenza fondato sull’accettazione degli altri come diversi e uguali.

Smascherati e demitizzati il desiderio di purezza e il fantasma di un’appartenenza a una radice comune etnica che lo sguardo nazionale ha depositato nell’inconscio collettivo, per l’autrice, allora, reinventare la cittadinanza, nel tempo della complessità, non è solo possibile ma urgente.

Sono, in particolare, i figli delle migrazioni a sfidare l’istituto della cittadinanza intesa in termini identitari, etnici. Che senso ha prolungare oltre la loro estraneità dalla “nazione”, considerate le pratiche di cittadinanza da essi concretamente agite, nella scuola e in tanti altri contesti associativi e di vita quotidiana? Anche se non godono dello status formale di cittadini, il loro essere cittadini va riconosciuto pienamente in un altro senso, meno ristretto. E la dicotomia possessori della cittadinanza (formale)/non possessori della cittadinanza (formale) o cittadini/immigrati è, in questi casi, mutilante e anacronistica e comporta spesso, per le cosiddette “seconde generazioni” di migranti, una prova di disprezzo o di ingiustizia o di discriminazione che suscitano aspettative moralmente e civilmente legittime di rispetto, di riconoscimento della dignità e di pari opportunità.

Come osserva acutamente l’autrice, non è solo profondamente ingiusto, ma a lungo andare persino rischioso per la tenuta del tessuto sociale e democratico della comunità, pensare che possano continuare a convivere sullo stesso territorio popolazioni legalmente distinte, una delle quali pienamente titolare di diritti e l’altra solo parzialmente titolare di diritti.

Reinventare la cittadinanza significa riportare al centro dell’attenzione le modalità attraverso le quali le persone costruiscono ogni giorno pratiche di cittadinanza, intessono relazioni, partecipano a mondi vitali e a spazi pubblici. E la stessa attribuzione della cittadinanza formale, finalmente disancorata dalla ricerca di una omogeneità etnica e culturale, potrebbe essere la conseguenza del riconoscimento e della valorizzazione di queste pratiche agite di cittadinanza. Proprio le città diventano il teatro naturale di questo esperimento, dal momento che stanno diventando sempre più attori cosmopoliti, per quanto riguarda la loro struttura, identità e composizione sociale, e i veicoli principali della diffusione di capitali, beni, forza lavoro e immagini globali, mentre le nazioni si stanno sempre più ri-nazionalizzando.

Reinventare la cittadinanza può essere, inoltre, una via privilegiata per rigenerare il patto di convivenza fra diversi e per rigenerare la democrazia, attraverso l’educazione a una cittadinanza “multipla”: locale, regionale, nazionale, europea, transnazionale o planetaria. Anna Lazzarini appare in sintonia con l’idea di Jean-Luc Nancy: una politica democratica autentica, quando non cede alle tentazioni essenzialiste riproposte dall’onda nazionalpopulista, quando rinuncia a darsi una configurazione sulla base di un comune già dato e presunto, apre lo spazio per identità molteplici e per la loro partizione, per la costruzione dinamica e condivisa di un senso comune pur nella pluralizzazione delle esperienze e delle appartenenze. Nella costellazione postnazionale, la democrazia diventa così “lo spazio formato per l’infinito”.

Sulla falsariga di Edgar Morin, la chiave di volta di questa reinvenzione della cittadinanza è indicata dall’autrice nella cittadinanza transculturale e terrestre, fondata sulla comune umanità, sul destino comune, che abbraccia l’umanità interconnessa sul pianeta, e sulla comune appartenenza al vivente e alla Terra. La cittadinanza terrestre è il paradigma di una nuova paideia, di una paideia adeguata al tempo della complessità e alla sfida della convivenza globale, capace di formare cittadini più attivi, più responsabili e più coscienti della condizione umana nell’età planetaria. Sempre attraverso un’educazione alla cittadinanza planetaria passa poi la possibilità di riattivare le energie istituenti, creative e immaginative della comunità postnazionale. E, per menzionare Hannah Arendt, un’altra voce femminile che ha molto riflettuto sul problema della cittadinanza, dei migranti e dei profughi, per averne vissuto sulla propria pelle i meccanismi di esclusione totale o parziale che lo hanno sempre accompagnato, l’idea di cittadinanza planetaria non può che presupporre il principio secondo il quale “aprirsi agli altri è la precondizione dell’‘umanità’ in tutti i sensi della parola”.


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 Anita Romanello

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