«Il vero potere appartiene a chi sa fare le domande giuste e a chi sa governarla»


Rocco Sicoli, calabrese, è a livello nazionale tra i più attenti osservatori dell’impatto dell’innovazione tecnologica sulla società e sui processi decisionali. La sua riflessione sull’intelligenza artificiale parte da un punto tanto semplice quanto decisivo: nell’era delle macchine che sembrano avere tutte le risposte, il vero valore umano resta la capacità di formulare le domande giuste. Una chiave di lettura che non riguarda solo la tecnologia, ma anche la politica, la formazione delle classi dirigenti e la qualità della democrazia.

Lei sostiene che nell’epoca dell’intelligenza artificiale il vero valore non risieda nelle risposte ma nelle domande. Perché questa capacità sta diventando così importante?

Perché per la prima volta nella storia le risposte sono diventate abbondanti, eccessive e quasi gratuite. Fino a ieri il sapere era scarso e chi possedeva le risposte possedeva il potere, o quanto meno la capacità di visione e immaginazione riusciva a generare fascinazione e di conseguenza potere. Oggi una macchina mi restituisce in tre secondi un’analisi che un tempo richiedeva la lettura e l’analisi di un’intera biblioteca. Proprio per questo il baricentro si è spostato: la risorsa scarsa non è più la risposta, è la capacità di porre la domanda giusta per ottenere una risposta che risolva un problema.

Un’intelligenza artificiale ottimizza la risposta al problema che le poni; non sceglie lei stessa il problema, perché non lo comprende. Dobbiamo capire bene, che l’AI riconosce i pattern, ma non il significato di una parola o di una situazione. La domanda di conseguenza diventa il luogo dove vivono l’intenzione, i valori, la direzione, tutto ciò che la macchina non ha. Chi formula la domanda decide cosa è rilevante e cosa resta invisibile. È una questione di potere, non solo di metodo: una società che impara a delegare le risposte e disimpara a interrogare, e interrogarsi, diventa facilmente governabile da chi le domande le pone al posto suo. Per questo dico sempre che governare l’IA dovrebbe essere il primo passo, molto prima di usarla: e tutto comincia dal saper domandare.

L’intelligenza artificiale può fornire informazioni e analisi in pochi secondi. Quali sono, invece, le competenze tipicamente umane che continueranno a fare la differenza?

Il giudizio nell’incertezza, prima di tutto. La macchina è brillante quando il terreno è definito, quando ha già risposta al problema perché qualcuno l’ha caricata nel suo addestramento; va in crisi quando il problema è ambiguo, quando i dati sono contraddittori, quando bisogna decidere nonostante. Lì serve l’essenza dell’essere umano: il dubbio, la creatività, il coraggio di rischiare una strada consapevolmente.

Poi la capacità di dare senso e contesto: l’IA produce il cosa, l’essere umano aggiunge il perché e il per chi. E ancora la responsabilità etica, una macchina non può essere chiamata a rispondere di nulla, non rende conto, non porta il peso di una scelta. La responsabilità resta inevitabilmente umana, e guai a fingere il contrario. Guai soprattutto a pensare di creare macchine etiche, sarebbe come pensare di creare macchine creative, di ricreare l’umanità in una black box.

Infine, secondo me resteranno fondamentali due cose che sottovalutiamo: la capacità di collegare mondi distanti, di far dialogare la fisica con la poesia, l’economia con la storia, è da lì che nasce l’intuizione, e il discernimento critico, cioè il fiuto per accorgersi che la risposta che sembra plausibile è quella sbagliata. La macchina è statisticamente convincente. L’essere umano, quando è formato culturalmente, sa quando diffidare e sa riconoscere l’inganno.

Nel suo articolo su LaC lei osserva che molti candidati politici sembrano aver smesso di fare domande. È un problema che riguarda solo la Calabria o è il sintomo di una crisi più ampia della politica italiana?

È un sintomo nazionale, anzi occidentale. La Calabria non è l’eccezione: è la lente d’ingrandimento in cui il fenomeno arriva ai livelli più bassi ed essenziali. Nelle periferie i fenomeni si manifestano in forma più pura, senza i filtri e le nebbie dei grandi centri in cui si può trovare di tutto, e quindi qui si vede a occhio nudo ciò che altrove è solo più mascherato.

La politica si è spostata dal chiedere, dal conoscere a proporre risposte, quelle più semplici, banali, quelle da intelligenza artificiale: di cosa hai bisogno oggi? Dimenticando la responsabilità della visione, delle scelte e del futuro. La politica odierna potremmo dire che guarda (la colpa è sempre di chi c’è stato prima) e parla (abbiamo fatto…) al passato. Il candidato-tipo è quello che pensa di sapere già tutto, che non indaga ma si racconta, che sostituisce l’inchiesta con la narrazione di sé. È esattamente il rovescio di ciò di cui parlavamo: in un’epoca in cui la competenza vera sarebbe saper domandare, comprendere le persone, leggere e analizzare la realtà, avere una visione immaginifica di futuro, la classe dirigente ha scelto di esibire le risposte più basse e preconfezionate. Quando smetti di domandare, smetti anche di ascoltare il territorio: resta solo il comizio rivolto allo specchio. Così la politica scompare e restano i politici dell’ammasciata: tre mesi di contratto al figlio disoccupato, la buca tappata sotto casa, il tubo dell’acqua riparato come impresa epica, contratti dei collaboratori spacchettati per affamare più persone possibili con 500 euro al mese che sembrano oro e panacea di tutti i mali.

Quanto stanno incidendo i social network sulla trasformazione del rapporto tra cittadini e rappresentanti politici? Stiamo assistendo a una comunicazione sempre più superficiale?

I social non hanno inventato la superficialità, intesa come una soglia di attenzione bassa davanti a problemi complessi: l’hanno industrializzata. La costruzione del consenso è diventata una scienza ben prima delle piattaforme: il berlusconismo, in questo senso, è stato un laboratorio anticipatore, basando tutto sulle neuroscienze quando ancora gli altri pensavano di essere negli anni ‘80 del bon ton della politica e delle piazze, dimenticando la TV. Oggi il meccanismo è automatizzato su una scala di massa.

Il punto vero è che la metrica cui punta la politica è cambiata. Ci si è adeguati a quello che la piattaforma premia: l’attenzione; e l’attenzione si cattura con l’emozione, lo scontro, la semplificazione. La polarizzazione non è un effetto collaterale, è il prodotto, è ciò che fa girare il motore delle piattaforme social e della politica italiana. Il dialogo è stato cancellato. Così il rapporto tra cittadino e rappresentante si appiattisce in un circuito di reazione immediata: like, indignazione, scroll. La complessità non ha cittadinanza, perché non è “performante”.

Detto questo, non sono determinista. Lo strumento non è un destino. Lo stesso mezzo che frammenta può ricucire, se chi lo usa decide di farlo. Dipende, ancora una volta, dal governo che ne facciamo, e qui torna ancora una volta la responsabilità, che non è della tecnologia ma di chi la maneggia.

L’intelligenza artificiale può diventare uno strumento utile per migliorare la qualità delle decisioni pubbliche e amministrative oppure rischia di accentuare i limiti già esistenti della politica?

Tutte e due le cose, e la differenza la fa ancora una volta l’uso. L’IA può migliorare davvero le decisioni pubbliche se la usiamo per allargare le domande: simulare scenari, far emergere dati che l’amministratore non vedrebbe, per mancanza di tempo e risorse. Quanti compiti ripetitivi o di analisi in un piccolo comune, senza abbastanza dipendenti, potrebbe svolgere silenziosamente e in maniera produttiva, una batteria di agenti AI specializzati? In questi casi è facile capire che ci troviamo davanti ad uno straordinario strumento di interrogazione della realtà, per prevenire, comprendere e dare risposte.

Il rischio opposto è usarla per automatizzare e legittimare i pregiudizi che già abbiamo. “Lo dice l’algoritmo” rischia di diventare il nuovo alibi, una lavanderia tecnocratica in cui scelte politiche (quindi discutibili, di parte, responsabili) vengono spacciate per verità neutre e oggettive. È il pericolo più insidioso: non l’errore della macchina, ma la deresponsabilizzazione di chi decide. Perché si ignora che un’AI non è neutra, non è oggettiva, è sempre caratterizzata da chi la crea e dai dati con cui è stata addestrata.

La regola per me è semplice: l’IA può essere strumento della domanda, mai sostituto della decisione. Trasparenza degli algoritmi, responsabilità umana sempre tracciabile e un modello cooperativo di governance. Se rispetti questi paletti, l’IA è una leva. Se li salti, amplifica esattamente i difetti che già vediamo nella nostra società.

Di fronte alla rivoluzione tecnologica in corso, quali cambiamenti dovrebbe introdurre la scuola per formare cittadini e futuri amministratori più consapevoli e preparati?

La scuola deve compiere lo stesso rovesciamento di cui parlavamo all’inizio: smettere di essere una macchina che trasmette risposte da memorizzare e diventare una palestra del metodo della domanda. In un mondo dove le risposte sono gratis, una scuola che continua a valutare la capacità di ripeterle sta preparando i ragazzi a competere con le macchine sul terreno dove le macchine vincono sempre per velocità e memoria

Serve un’alfabetizzazione doppia e contemporanea: digitale e critica. Non basta insegnare a “usare” gli strumenti, bisogna capire cosa un algoritmo è e cosa non è, riconoscere una manipolazione, interrogare una fonte, distinguere il verosimile dal vero. E questo non si fa solo con il coding. Si fa anche, e soprattutto, tenendo vivo ciò che Nuccio Ordine chiamava l’utilità dell’inutile: la letteratura, la filosofia, la storia. Sono le materie che costruiscono il giudizio, ed è il giudizio che permette di governare la macchina invece di servirla. Una scuola che taglia gli “inutili” in nome dell’efficienza sta tagliando proprio l’organo con cui formiamo cittadini liberi. Inoltre, la scuola deve tornare a credere nei ragazzi, nei docenti, serve motivazione, passione, serve l’umanità che spesso entrando in aula non si trova più, questo ci salverà dal diventare cittadini governati da un’AI.

Guardando ai prossimi dieci anni, qual è la sfida più importante che l’Italia e il Mezzogiorno dovranno affrontare per non subire l’intelligenza artificiale ma utilizzarla come leva di sviluppo, innovazione e crescita democratica?

La sfida per me ha un nome: sovranità e libertà. È un rischio che l’Europa, l’Italia e la Calabria stanno correndo, essere il terminale passivo di scelte prese a Est o a Ovest, questa volta in Silicon Valley o a Shenzhen. Se costruiamo il nostro sviluppo basandoci su una dipendenza che qualcun altro può spegnere a piacimento, cosa di cui abbiamo avuto una dimostrazione qualche giorno fa, con il ban di Fable 5 voluto dall’amministrazione Trump, abbiamo solo cambiato il nome della nostra subalternità.

Ma la nostra periferia ha un’altra possibilità, ed è la più interessante: essere laboratorio. Per la prima volta gli strumenti sono accessibili: un’infrastruttura locale, modelli che girano su un PC di casa, competenze che non chiedono il permesso al centro per essere messe in atto. Il Sud ha talento; ciò che gli è sempre mancato non era l’intelligenza, ma l’accesso. Oggi quell’accesso, in parte, c’è. Va sfruttato.

Per sbloccare le potenzialità dell’innovazione abbiamo bisogno di quattro cose: competenza diffusa, infrastruttura nostra e distribuita, trasparenza sui processi e una fiducia culturale che ci faccia smettere di raccontarci per cominciare a costruirci. La rinascita democratica può nascere solo da cittadini che capiscono lo strumento e, quindi, non possono essere ingannati. La sfida vera dei prossimi dieci anni non è tecnologica: è culturale. Come è sempre stato per il progresso dell’umanità.

Lei si occupa di comunicazione politica da anni e, allo stesso tempo, ne smonta pubblicamente i meccanismi. Non c’è una contraddizione nel costruire consenso e insieme svelare le tecniche con cui il consenso si fabbrica? E cosa cambia in questo mestiere ora che è entrata in gioco l’intelligenza artificiale?

La contraddizione è solo apparente, ed è la stessa di un medico che conosce e studia le malattie proprio per saper curare. Conosco le tecniche della persuasione perché è il mio lavoro, e proprio per questo sento il dovere di raccontarle, di condividere i rischi che derivano dalla loro degenerazione. La linea per me è netta: c’è una comunicazione che illumina, che aiuta un cittadino a capire e a scegliere e una che manipola, che sfrutta le scorciatoie emotive per spegnere il giudizio, o semplicemente difende sempre e comunque la sua parte. Quest’ultima è la comunicazione istituzionale, se così vogliamo chiamarla, più diffusa nella nostra regione. Gli strumenti, le tecniche, le parole usate sono le stesse, cambia l’intenzione. La mia posizione è quella di chi osserva stando dentro l’officina: so come si costruisce la macchina, e per questo posso dire quando è truccata. L’IA, in tutto questo, abbassa drasticamente il costo della manipolazione e ne alza l’invisibilità: microtargeting, contenuti sintetici, messaggi cuciti su misura del singolo elettore generati in un attimo. La domanda “fin dove ci si può spingere” smette di essere un problema da addetti ai lavori e diventa la questione democratica centrale del decennio. Io ho scelto da che parte stare. Il punto è che adesso dovrebbero scegliere anche i politici da che parte stare, se perseguire il marketing self senza curarsi della realtà, oppure, se costruire una comunicazione che genera valore e non cancella il dissenso. Infine, c’è il cittadino che per cambiare le cose con il voto, deve essere messo in condizione di capire come funziona il meccanismo e sviluppare gli anticorpi, per saper distinguere tra autenticità e autorevolezza, anziché, mistificazione e autoritarismo.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Riccardo Montanaro

Source link

Di