ROMA – Con l’arrivo dell’estate e la corsa alle vacanze, per milioni di persone si apre il tempo della leggerezza. Per molti cittadini con disabilità, tuttavia, viaggiare rimane una corsa a ostacoli tra barriere architettoniche, trasporti inadeguati e un divario profondo tra accessibilità dichiarata e realtà. A scardinare i pregiudizi e a rivendicare il viaggio come diritto fondamentale è Filippo Arnaudo, 26 anni, di Vittorio Veneto (Treviso), studente di Conservazione e gestione dei beni culturali a Venezia.
Filippo convive con la distrofia muscolare, una patologia cronica e inguaribile, ma la sua storia dimostra che la malattia non coincide con la rinuncia a una vita piena. Supportato fin da piccolo da una famiglia che ha rifiutato di considerare la disabilità un limite, e seguito da anni dal Centro di cure palliative pediatriche di Padova – eccellenza che in Italia, purtroppo, è garantita ancora solo al 25% dei minori che ne avrebbero bisogno – Filippo ha fatto del mondo la sua mappa.
La famiglia come spinta e Venezia come “palestra”
Il legame di Filippo con il viaggio affonda le radici nell’infanzia grazie ai suoi genitori: “Se oggi posso raccontare il mondo con questo entusiasmo, il merito è prima di tutto dei miei genitori. Fin da quando ero piccolo, non hanno mai permesso che la disabilità diventasse un limite o un motivo per restare a casa. Mi hanno preso per mano e mi hanno buttato nel mondo”. Insieme hanno esplorato l’Italia e l’Europa in lungo e in largo, accumulando ricordi “dalle avventure on-the-road in camper, dove lo spazio era stretto ma la libertà era infinita, fino ai viaggi in aereo, affrontando aeroporti, controlli e incognite. Loro mi hanno insegnato che viaggiare non era un divieto, ma una possibilità”.
Questa base solida gli ha dato il coraggio di trasferirsi a Venezia per l’università, una scelta complessa ma decisiva: “Venezia è stata la mia palestra: superare quel gradino, salire su quel vaporetto, incastrare gli orari delle lezioni con la logistica della città mi ha dato una consapevolezza nuova. Lì ho capito che l’ostacolo non è mai la persona, ma l’ambiente. Se potevo conquistare Venezia da solo, potevo conquistare il mondo”.
Una mappa di conquiste: da Venezia al resto del mondo
E quel mondo Filippo ha iniziato a prenderselo sul serio, tassello dopo tassello, trasformando le coordinate geografiche in una straordinaria mappa di ricordi e sfide vinte. Il suo percorso lo ha portato ad attraversare l’Europa, lasciandosi affascinare dall’eleganza monumentale di Parigi e Vienna, sperimentando in prima persona l’efficienza di Monaco di Baviera, per poi immergersi nel battito cosmopolita di Londra e nell’energia travolgente di Barcellona. Ma i confini si sono allargati ben oltre, spingendosi fino al contrasto unico di Dubai, una realtà sospesa tra futuro e deserto. Filippo è riuscito persino a superare a pieni voti le prove più dure imposte dalla natura, affrontando il vento e i paesaggi vulcanici di Tenerife e avventurandosi tra le salite bianche e blu di Santorini. Proprio quest’ultima si è rivelata un’isola magica ma notoriamente complessa per chi si muove in carrozzina, una difficoltà che il giovane ha purtroppo constatato di persona. Ogni singolo timbro sul suo passaporto rappresenta la risposta più netta a chiunque abbia provato a dirgli che sarebbe stato troppo difficile. Una lista di successi personali che si aggiunge alle tappe venete di Padova, centro fondamentale per le sue cure, e di Venezia, fulcro della sua indipendenza quotidiana. La sete di scoperta non si ferma qui: Filippo ha infatti già altri viaggi in programma, pronto a esplorare nuove mete e a spostare i confini sempre un po’ più in là.
L’abisso dell’accessibilità e il vero significato di autonomia
Il viaggio, però, porta con sé timori reali legati alle carenze strutturali del sistema: “Sarei ipocrita se dicessi che non ho mai paura. Prima di ogni viaggio, l’ansia bussa sempre alla porta: ‘E se l’hotel non è accessibile come promesso? E se i trasporti saltano? Cosa succederà se avrò bisogno di aiuto in un paese straniero?’”. L’esperienza sul campo purtroppo parla chiaro: “Tra ciò che viene dichiarato accessibile e ciò che lo è davvero esiste ancora un abisso”.
Davanti a gradini o accessi dimenticati Filippo chiede aiuto e prova a risolvere la situazione da solo, ma contesta fermamente questa dinamica: “Non dovrebbe funzionare così, perché l’autonomia non è arrangiarsi. L’autonomia è poter contare su luoghi progettati perché tutti possano viverli senza dover partire già equipaggiati per un’emergenza”. Ciononostante, rifiuta di farsi bloccare dal timore degli imprevisti, accogliendoli invece come capitoli inaspettati dell’avventura: “Quando superi le numerose barriere, l’orizzonte si spalanca, l’entusiasmo del viaggio è una scarica di adrenalina pura. È la meraviglia di vedere un luogo che pensavi avresti visto solo in cartolina o il sapore di un piatto mai provato, ma l’entusiasmo più grande è scoprire che il mondo è pieno di persone pronte ad aiutarti”.
Un appello di dignità per passeggeri e giovani
Filippo lancia un messaggio bilaterale. Da un lato accende i riflettori sulle discriminazioni subite nei trasporti: “Troppe volte veniamo trattati come ‘pacchi speciali’ da gestire, e non come passeggeri con la stessa dignità degli altri. È una fatica enorme, che richiede una pazienza infinita, ma che bisogna affrontare ogni volta per non darla vinta alle barriere e al sistema che ci vorrebbe chiusi in casa”. Per questo chiede alle istituzioni e ai media di rompere il silenzio: “Bisogna parlare anche delle cose che non funzionano negli aerei o nelle città: perché l’accessibilità non sia più un favore concesso, ma la normalità”.
Dall’altro lato, sprona le famiglie e i suoi coetanei a rivendicare la propria libertà: “Se potessi guardare negli occhi i genitori dei ragazzi e ragazze che desiderano viaggiare, direi loro di non avere paura di caricare i vostri figli su un treno o su un aereo”. E ai ragazzi si rivolge con un vero e proprio manifesto di indipendenza: “Non lasciate che sia la vostra disabilità a definire i confini della vostra mappa. Il mondo è vostro tanto quanto di chiunque altro, e se c’è bisogno di alzare la voce per far rispettare i propri diritti fatelo”.
Perché il viaggio non è un premio di consolazione o un’esibizione straordinaria. “Viaggiare è un diritto. È il diritto alla cultura, alla crescita personale, alla felicità, e rendere il mondo accessibile significa riconoscere la dignità di ogni essere umano di poter esplorare il pianeta. La mia disabilità fa parte del mio bagaglio, sì, ma non definisce la mia meta. Io viaggio perché sono curioso, viaggio perché voglio scoprire nuovi luoghi e persone di questo mondo. E ho intenzione di continuare a girarlo”.
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