Attivismo climatico
Adattarsi al clima non può più essere una funzione accessoria dell’ESG. Deve entrare nel modo in cui un’organizzazione decide, investe, progetta gli spazi, protegge le persone e dialoga con la politica. La distanza tra consapevolezza e azione resta però enorme. Secondo S&P Global, soltanto il 35% delle aziende analizzate dispone di un piano di adattamento ai rischi climatici fisici. Utilities e real estate, cioè i settori più dipendenti da infrastrutture materiali, sono più avanti, rispettivamente al 58% e al 50%; finanza e information technology si fermano intorno al 30%, communication services al 28%, healthcare al 25%. S&P stima che, senza adattamento, i rischi fisici legati al clima potrebbero costare alle grandi imprese 1.200 miliardi di dollari l’anno entro gli anni Cinquanta e generare costi cumulativi nell’ordine dei 25 mila miliardi entro il 2050.
Il dato più inquietante non riguarda però soltanto quanti possiedono un piano, ma quanto questi piani incidano davvero sulle decisioni. Una ricerca pubblicata nel 2026 dal Center for Climate and Energy Solutions, basata sui dati più recenti di S&P Global, mostra che circa l’85% dei piani europei analizzati utilizza scenari climatici, ma appena il 15% riesce a tradurre quelle informazioni in pianificazione strategica e implementazione concreta. Una precedente analisi S&P aveva rilevato inoltre che solo il 24% delle imprese studiate spiegava come i risultati delle analisi dei rischi climatici entrassero nei propri piani finanziari. È il passaggio che manca: dal climate report al budget, dalla rendicontazione al capex, dalla dichiarazione d’intenti alla trasformazione dell’organizzazione. Sempre Le Monde nel luglio 2026 ha raccontato aziende francesi che hanno anticipato l’orario di ingresso alle sei del mattino, interrotto attività entro mezzogiorno, aumentato le pause, riprogettato ventilazione e spazi di lavoro. In Francia un decreto in vigore dal luglio 2025 impone agli imprenditori di considerare gli episodi di caldo intenso nella valutazione dei rischi professionali. Ma Jennifer Shettle dell’INRS – l’Istituto nazionale francese per la ricerca e la sicurezza spesso interpellato anche dai media in merito alle normative che regolano la canicola, ossia le ondate di forte calore e la tutela dei lavoratori – avverte che troppe organizzazioni intervengono ancora all’ultimo momento: la preparazione invece dovrebbe iniziare già durante l’inverno. È una rivoluzione organizzativa prima ancora che tecnologica. Significa mettere in discussione turni, orari, sedi, trasferte, logistica, cantieri, dress code, smart working, welfare e perfino il calendario produttivo. Sempre Le Monde ha svelato come durante queste ondate di calore alcuni uffici climatizzati siano diventati paradossalmente dei “rifugi climatici”, invertendo la logica dello smart working: persone che tornano in sede perché la casa è troppo calda. Altrove accade il contrario e il telelavoro diventa lo strumento per evitare spostamenti nelle ore più pericolose. La conclusione della testata francese è però netta: sono ancora pochissime le imprese che hanno davvero incorporato la variabile climatica nel proprio modello operativo. Il che non implica trasformare ogni impresa in movimento ambientalista quanto riconoscere che ogni organizzazione debba possedere leve che vanno molto oltre la propria carbon footprint. Può decidere quali edifici finanziare, quali fornitori selezionare, quali tecnologie acquistare, quali standard chiedere alla filiera, come proteggere i lavoratori, quali comportamenti rendere economicamente convenienti per clienti e dipendenti. Soprattutto può smettere di considerare il clima come una funzione confinata al sustainability manager. Il rischio climatico riguarda CEO, CFO, HR, operations, real estate, procurement, risk management e board.
La nuova sfida manageriale
La stessa distinzione tra mitigazione e adattamento deve diventare patrimonio del management. Ridurre le emissioni resta indispensabile; prepararsi agli effetti ormai inevitabili del riscaldamento lo è altrettanto. Come ha scritto Stéphane Foucart, questa estate mostra che senza forti misure di mitigazione l’adattamento stesso può diventare impossibile. Non esiste quindi la scelta tra “ridurre il cambiamento climatico” e “imparare a conviverci”: bisogna fare entrambe le cose contemporaneamente. Ed è qui che entra la politica. L’adattamento non può essere interamente scaricato sulle decisioni individuali di famiglie e imprese. Sophie Dubuisson-Quellier, direttrice del Centre de sociologie des organisations di Sciences Po, ha spiegato che il problema non può essere affrontato come se derivasse semplicemente dalle scelte dei singoli: occorre ripensare collettivamente «la maniera in cui produciamo, insegniamo e curiamo» dentro un clima diverso. L’adattamento rimane ancora marginale nei programmi politici, mentre le risorse economiche dedicate non crescono al ritmo del rischio. In Francia, per esempio, il Fonds vert è passato dai 2,4 miliardi di euro del 2024 a 837 milioni nel 2026, una quota della quale è stata inoltre congelata. Il paradosso è che l’adattamento potrebbe essere politicamente più semplice della mitigazione. Daniel Boy, direttore di ricerca emerito a Sciences Po, osserva che chiedere sacrifici oggi per rallentare un fenomeno globale produce benefici difficili da percepire immediatamente; adattare scuole, ospedali, abitazioni e luoghi di lavoro genera invece un vantaggio visibile e locale. È un cambio fondamentale nella comunicazione politica: dal sacrificio al care, dalla rinuncia alla protezione. Ma servono regole. In Spagna sono stati introdotti strumenti come il cosiddetto congedo climatico, mentre l’Italia consente in determinate condizioni l’accesso alla cassa integrazione per il caldo eccezionale. In Francia sindacati e imprese discutono di accordi specifici. Marylise Léon, segretaria generale della CFDT, chiede un vero “bouclier social climatique”, uno scudo sociale climatico, con piani negoziati nelle aziende e un ruolo dello Stato nel rendere obbligatoria la discussione. Il punto centrale è che, oltre determinate temperature, alcune attività non dovrebbero semplicemente proseguire come se nulla fosse. Anche il Regno Unito mostra quanto sia forte il ritardo istituzionale. In un intervento sul Guardian, Amy McDonnell di Zero Hour ha sottolineato che soltanto 20 persone su circa 6.600 dipendenti del Department for Environment, Food and Rural Affairs sarebbero impegnate specificamente sull’adattamento climatico, chiedendo una figura governativa dedicata alla resilienza capace di coordinare i diversi ministeri. È un dato simbolico: mentre il rischio diventa sistemico, la risposta resta spesso amministrativamente periferica. Lo stesso vale per le città. Gwenaëlle d’Aboville e Gonéri Le Cozannet hanno ricordato che le soluzioni individuate dalla ricerca «non sono miracolose, ma funzionano»: alberature, strade restituite a pedoni e biciclette, scuole e biblioteche utilizzate come rifugi climatici, corsi d’acqua recuperati alla balneazione, edifici progettati per il raffrescamento passivo. Il problema è la scala: gli esempi positivi esistono, ma restano troppo isolati rispetto alla velocità con cui il clima sta cambiando.
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