Otto capoluoghi di provincia hanno inviato un appello a Regione Lombardia, a Governo e ad Anci per una programmazione pluriennale e strutturale delle politiche sociali. Per il comune di Cremona ha firmato l’assessora di riferimento, Marina Della Giovanna. Con lei hanno sottoscritto il documento i suoi colleghi di Bergamo, Brescia, Lodi, Milano, Monza, Pavia e Varese.
Otto comuni, tutti governati dal centrosinistra. Il tempo di un battito d’ali ed ecco, puntuale, la solidarietà e la proposta di Matteo Piloni, consigliere regionale Pd. Tempestivo, chiede di aprire «in tempi rapidissimi un tavolo istituzionale tra Governo, Regione, Anci, Comuni e Ambiti territoriali» (Cremonasera, 2 ottobre).
Coerente con il consolidato copione piloniano, il comunicato esalta l’efficienza e la solerzia dell’ufficio stampa del consigliere. Una macchina da guerra sempre attenta e mai fuori tempo, con uno staff tra i migliori sulla piazza.
In un’epoca in cui lo storytelling è determinante per conquistare e mantenere il consenso dei cittadini-elettori, essere visibili è un dettaglio tutt’altro che trascurabile. E, in termini di comunicazione, proporre un tavolo di lavoro è politicamente un affare. Rende molto e costa poco.
«Costituiamo un tavolo di lavoro» è la formula magica che permette di accedere alla caverna con il tesoro di Alì Babà. Semplice, apparentemente democratico, il tavolo dei miracoli garantisce un ampio consenso bipartisan. Che poi i falegnami della politica lo costruiscano o meno, che sia rotondo, o quadrato o vattelapesca, che duri tre mesi o tre anni, poco importa. Che sia la terapia migliore per garantire il welfare del territorio e la tranquillità ai sindaci, è opinabile. Il valore aggiunto per il proponente resta la dichiarazione d’intenti.
A ruota è intervenuto Enzo Galbiati, Pd, sindaco di Spino d’Adda. Tranchant, non ha dubbi. «La spesa per il sociale sta diventando insostenibile» (La Provincia, 2 ottobre). Sacrosanta verità che un qualsiasi primo cittadino, soprattutto di un piccolo comune, può confermare. Bilanci in mano, tutti i sindaci della provincia possono certificare che negli ultimi anni le spese per i servizi sociali sono aumentate in maniera consistente. Soprattutto preoccupante.
Non si può negare il merito agli otto assessori del centrosinistra, a Piloni e a Galbiati di avere riportato all’attenzione del dibattito politico-amministrativo un problema che si trascina da anni. Piaga incancrenita e preoccupante per le casse comunali, evocata ogniqualvolta si discute delle difficoltà finanziarie dei comuni, ma mai risolta. Sempre affrontata con un canestro di parole, mai con feroce determinazione. Mai cicatrizzata.
Dal 2019 al 2023, per la sola assistenza ai minori il Comune di Crema ha subito un incremento di spese del 132 per cento. Il Servizio di Assistenza per l’Autonomia Personale (SAAP) finalizzato a favorire l’inclusione scolastica e sociale degli alunni con disabilità, è passato da una spesa di 813.991 a 1.911.830 euro. È cresciuto del 134,9 per cento. Per approfondire il tema chiedere all’assessora al bilancio Cinzia Fontana.
Per i patiti di numeri e di statistiche, un report della Cgil indica che nel 2022 la Provincia di Cremona, con 210 euro pro capite, si collocava al quindicesimo posto nella classifica delle spese per servizi sociali, comprendenti quelle dei comuni e delle aziende socio-sanitarie. Un dato che testimonia l’impegno del nostro territorio per il settore.
Siamo distanti dai 607 euro della provincia di Bolzano, prima in classifica. Ma è anche vero che siamo posizionati decisamente meglio rispetto ai 18 euro della provincia di Vibo Valentia, ultima in classifica. (www.cgil.it/ufficio-stampa/welfare-cgil-poche-risorse-per-spesa-sociale-comuni). Il confronto è una mera indicazione, comunque consolante. Per capirci, un comune di 10 mila abitanti dell’hinterland milanese ha emergenze ed esigenze sociali assai diverse da una comunità di mille abitanti nella campagna cremonese, precisazione che limita la possibilità di confronto di queste statistiche. Non modifica però i termini della questione: l’allarme per il welfare territoriale è reale e senza confini. Esiste da noi, ma anche nelle province limitrofe. È a un passo, forse meno, dal punto di rottura.
Al decadimento del welfare territoriale, oltre alla carenza di fondi, contribuisce il modello organizzativo. La crisi non è solo finanziaria, ma anche sistemica. Una combinazione devastante, che impone interventi celeri. E celeri significa immediati.
Il sistema è al collasso, gravato dalle accresciute responsabilità dei comuni non tutelati da adeguati mezzi per affrontare nuove fragilità e bisogni. Ma soprattutto non attrezzato per contrastare in maniera idonea le nuove realtà sociali ancora poco radicate nel territorio. È un sistema in affanno, poco dinamico per confrontarsi e operare con una società in continua e veloce trasformazione. Poco flessibile. Ma anche, al diavolo l’ipocrisia, un sistema spiazzato da utenti meno tolleranti e spesso eccessivamente pretenziosi. Un sistema che ha il suo tallone d’Achille nella mancanza di operatori idonei per assicurare l’erogazione di servizi previsti e programmati, con le assistenti sociali rare e preziose come le terre rare. Già.
Poi c’è il Moloch che è burocrazia esasperata ed esasperante.
In questo contesto il welfare non è un problema esclusivamente economico. È una sfida politico-sociale. Coinvolge Stato, Regioni, Comuni in un processo in cui l’aspetto finanziario e sistemico si fondono per ottenere il massimo risultato dal servizio erogato.
«Quando saremo due, nessuno sarà uno, uno sarà l’uguale di nessuno e l’unità consisterà nel due» (Erri De Luca). D’accordo, è una poesia d’amore, ma il welfare è un suo lontano parente.
Governo e Regione dovrebbero garantire le risorse per il welfare di prossimità, senza lasciare i comuni nel limbo esasperante dell’attesa e dell’incertezza. Risorse che oggi i comuni non sono nelle condizioni di reperire con mezzi propri. Risorse che non possono limitarsi a contributi saltuari, legati ai bandi o a finanziamenti temporanei. Risorse che devono essere continuative per permettere una programmazione non estemporanea, ma ragionata e tarata su un arco di tempo superiore ad un amen.
Senza questa flebo finanziaria esterna e non occasionale, i servizi sociali del territorio, già oggi in salute precaria, in un futuro non lontano rischiano di ritrovarsi pazienti terminali. Se fortunati, inquilini della rianimazione.
L’attualizzazione del sistema di welfare per adeguarlo a una società complessa e in continua evoluzione è la scommessa che la politica deve vincere. Operazione che non può prescindere dal contemporaneo ottenimento di una maggiore disponibilità di risorse. Un impegno che travalica le dichiarazioni d’intenti più o meno roboanti, più o meno condivisibili, per concretizzarsi con azioni non estemporanee e di facciata, ma prolungate e incisive.
In questo quadro mancano le aziende sociali dei comuni, pietre angolari del welfare territoriale. Per questo meritano una riflessione a parte. Un’analisi specifica che non può limitarsi a poche righe. Di certo, anche loro debbono trasformarsi senza timore di rompere con il passato. Devono uscire da quella impropria e involontaria confort zone che in anni di attività si è inconsapevolmente creata. È il momento della rivoluzione e la parola non spaventi. Non è tempo degli aggiustamenti e delle pezze. È il momento del coraggio. Dei sindaci condottieri.
Gli otto firmatari dell’appello citato all’inizio, Piloni e Galbiati lo hanno ricordato. Nessun dorma e si proceda senza fermarsi alle esternazioni.
«C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce» canta Leonard Cohen. Si incominci ad allargare la crepa. Non si perda altro tempo.
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