Le scaleup in Italia esistono. Una scaleup è una giovane impresa che ha superato la fase sperimentale della startup ossia possiede un prodotto già richiesto dal mercato e riesce ad aumentare rapidamente e con continuità clienti, ricavi, occupazione e presenza internazionale. Non è quindi una semplice “startup più grande” né un’impresa che ha soltanto raccolto molto capitale ma è un’azienda che ha dimostrato di poter crescere senza perdere efficienza.
Non sono ancora abbastanza, ma i casi del 2026, di cui scriviamo sotto, smentiscono l’alibi secondo cui da noi sarebbe impossibile costruire imprese tecnologiche globali. Dimostrano però una verità meno comoda. Una scaleup non nasce da un bando né dall’iscrizione al registro delle startup innovative ma nasce dove ricerca, capitale, industria, talenti e mercato lavorano insieme per anni. Nel primo semestre 2026 Growth Capital e Italian Tech Alliance, in Italia, hanno rilevato 813 milioni di euro investiti in 145 round. La rassegna racconta operazioni come i 110 milioni di D-Orbit, i 47 di Smartness, i 38 di Niulinx e i 30 di Subbyx. Exein ha poi raccolto 270 milioni di dollari raggiungendo una valutazione di 1,7 miliardi. Il mercato italiano resta piccolo rispetto ai grandi Paesi europei, ma non è più un deserto.
Dietro molte di queste imprese c’è ricerca vera. Niulinx nasce dal Politecnico di Milano; altri progetti arrivano dal Politecnico di Torino, dall’Istituto Italiano di Tecnologia, dalla Scuola Sant’Anna e da altri atenei. Non è una coincidenza. Le grandi università concentrano laboratori, brevetti, dottorandi, relazioni internazionali e trasferimento tecnologico. Con fondi, corporate e clienti pubblici, un risultato scientifico può diventare impresa. Conta quindi il territorio. Nel 2025 la Lombardia ha concentrato il 48 per cento delle società oggetto di un primo investimento di venture capital; seguivano Lazio con l’8 per cento e Piemonte con il 6. Milano e Torino non vincono perché pubblicano più avvisi. Vincono perché un founder può incontrare in pochi chilometri ricercatori, manager, investitori, grandi imprese, consulenti specializzati e altri imprenditori che hanno già scalato. Le Marche mostrano un paradosso. Al terzo trimestre 2025 avevano 326 startup innovative, il 2,68 per cento del totale nazionale.
La loro incidenza sulle nuove società di capitali era del 3,88 per cento, fra le più alte d’Italia; Ascoli Piceno era seconda tra le province per densità. Dunque, il problema non è far nascere soggetti con l’etichetta di startup. È trasformarne alcuni in imprese che raccolgono milioni, brevettano, industrializzano e vendono fuori regione e all’estero. La prima debolezza possibile va detta senza giri di parole. Troppe iniziative sono innovative solo in senso amministrativo o commerciale. Digitalizzano un servizio o offrono consulenza, ma non possiedono una tecnologia difficile da copiare, proprietà intellettuale robusta o un vantaggio scientifico verificabile. Anche uno spin-off universitario può restare una piccola società di servizi. Non è un fallimento, ma non è il materiale da cui nasce una scaleup. Questo non significa che nelle università marchigiane manchino competenze o progetti validi. Significa che la selezione deve partire dalla qualità della ricerca e dalla possibilità di difenderla sul mercato globale. Servono più brevetti trasferibili, validazione industriale e team nei quali al ricercatore si affianchino fin dall’inizio manager dell’innovazione, competenze commerciali e capacità di raccolta del capitale. Premiare il numero delle domande produce pratiche; premiare la solidità della tecnologia produce imprese. La seconda debolezza è l’ecosistema. Nelle Marche esistono università, incubatori, associazioni, imprese e iniziative pubbliche, ma troppo spesso operano come isole. Mancano una regia stabile, una massa critica di investitori e un collegamento continuo con i migliori attori nazionali. Un evento, una business plan competition o una visita a Milano non sostituiscono una rete che segue una società dal laboratorio al primo cliente e poi ai round da uno, cinque e venti milioni. Per questo i bandi regionali da qualche migliaia di euro sono inutili se presentati come politica per l’innovazione.
Possono sostenere l’autoimpiego e aiutare ad aprire un’attività, obiettivi legittimi. Ma non finanziano ricerca applicata, brevetti internazionali, certificazioni, prototipi industriali e un gruppo tecnico di alto livello. Distribuire piccole somme misura la spesa; non costruisce scaleup. La scelta alternativa è concentrare le risorse. Le Marche dovrebbero costruire una sola filiera regionale di trasferimento tecnologico, collegata alle quattro università e aperta agli enti di trasferimento tecnologico, che selezioni pochi progetti sulle specializzazioni più credibili del territorio. A quei progetti servono fondi per prototipi, laboratori e impianti pilota, primi clienti industriali e una governance imprenditoriale. La Regione deve poi portare stabilmente nel processo CDP Venture Capital, fondi nazionali e internazionali, grandi imprese, acceleratori verticali ed esperti di mercati esteri. Il pubblico deve scegliere per ridurre il rischio abbastanza da consentire al mercato di valutarli. Può cofinanziare progetti selezionati da comitati indipendenti, usare gli appalti innovativi per creare i primi clienti e chiedere alle imprese mature di mettere dati, stabilimenti e competenze a disposizione delle startup. Gli attori nazionali non devono essere invitati alla cerimonia finale ma devono sedere al tavolo dall’inizio, investire e assumersi responsabilità. La politica regionale dovrebbe infine cambiare indicatori. Non contare nuove partite IVA, domande ammesse o contributi erogati, ma brevetti trasferiti, capitale privato attratto, contratti con grandi clienti, round successivi, ricavi esteri e occupazione qualificata. L’Italia dimostra che le scaleup possono nascere anche qui. Le Marche hanno ricerca, manifattura e spirito imprenditoriale, ma devono smettere di confondere la nascita di un’impresa con la costruzione di un’impresa scalabile. Meno bandi a pioggia, più selezione e più alleanze nazionali. Questa è la scelta da fare.
*Direttore dipartimento ingegneria industriale e scienze matematiche Univpm e Presidente Fermo Tech Scarl
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