La Lombardia si gioca una parte decisiva del proprio futuro industriale sulla capacità di formare una nuova generazione di imprenditori. Il primato manifatturiero europeo della Lombardia non è una rendita di posizione. Nei prossimi anni conterà chi sarà capace di prendere in mano le aziende esistenti e quanti giovani avranno la possibilità di costruirne di nuove. È una questione di classe dirigente, prima ancora che di politica economica. Il ricambio generazionale rappresenta una delle condizioni fondamentali per assicurare continuità a un sistema produttivo che ha costruito la propria forza sulla diffusione dell’iniziativa privata e sulla capacità delle imprese di competere nei mercati internazionali. E in gioco c’è anche la tenuta delle comunità nelle quali quelle imprese sono nate e continuano a operare.
È una sfida che Regione Lombardia ha deciso di affrontare anche sul terreno culturale, portando il confronto con le nuove generazioni direttamente nei territori. Si chiama Generazione Impresa il progetto promosso dall’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, che dopo le tappe di Milano e Darfo Boario Terme è arrivato il 16 ottobre al Castello Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano. La terza tappa ha messo al centro le storie di chi ha costruito un’attività, le competenze necessarie per farla crescere e le opportunità che il sistema produttivo può offrire ai giovani. Il percorso proseguirà il 23 novembre a Monza, con l’obiettivo di coinvolgere progressivamente le diverse realtà economiche della regione.
La formula ha puntato sulle testimonianze dirette, lasciando agli imprenditori il compito di raccontare come nasce e si sviluppa un’azienda, quali difficoltà si incontrano e che cosa serve per affrontarle. A Sant’Angelo Lodigiano il confronto ha attraversato mondi produttivi differenti, dall’artigianato alla comunicazione, fino alla ristorazione collettiva. C’è una scelta precisa dietro questa varietà. Il futuro dell’impresa lombarda non si esaurisce nell’economia digitale o nelle startup ad alta tecnologia. Si costruisce anche nei mestieri tradizionali e nelle aziende familiari che devono trovare il modo di rinnovarsi senza disperdere le competenze accumulate nel tempo. Ed è nei centri di provincia, non soltanto nei grandi poli economici, che questo passaggio diventa particolarmente cruciale.
Claudio Curioni, artigiano della Falegnameria Curioni, ha portato la propria esperienza in un confronto sul valore del saper fare. «La nostra storia di falegnameria dimostra che anche se si è artigiani, in una città di provincia, possiamo valorizzare il nostro territorio, crescere con esso, ottenere risultati e soprattutto motivare le generazioni future», ha spiegato. La falegnameria è un esempio concreto di quanto il patrimonio manifatturiero lombardo dipenda da conoscenze che si acquisiscono lavorando e che rischiano di andare perdute quando manca chi è disposto a raccoglierle. Ma conservare un mestiere richiede anche la capacità di adattarlo al mercato contemporaneo. Per un giovane, rilevare un’attività esistente e darle una prospettiva nuova può essere una scelta imprenditoriale altrettanto impegnativa quanto fondare una nuova società.
A raccontare il rapporto tra idee e mercato è stato invece Emanuele Carelli, amministratore delegato di Minimals, con un intervento dedicato alla comunicazione e al marketing. «Io e la mia agenzia siamo molto legati al Territorio», ha sottolineato, augurandosi che la storia della sua attività incoraggi altri giovani a credere nelle proprie idee. Una buona intuizione commerciale rischia di rimanere sulla carta quando manca la capacità di raggiungere i clienti e costruire un’identità riconoscibile. La possibilità di crescere senza recidere il legame con il luogo da cui si è partiti è una parte della sfida.
Valentina Volpi, direttore commerciale e componente del consiglio di amministrazione di Volpi Pietro, ha affrontato il tema della crescita nella ristorazione collettiva, dove la qualità deve confrontarsi ogni giorno con l’organizzazione e con le esigenze di un mercato competitivo. Ha richiamato il valore del passaggio generazionale e dell’innovazione nelle imprese familiari, senza perdere il rapporto con le origini: «mantenendo sempre un forte legame con il territorio e con i valori che rappresentano le nostre radici». Esperienze lontane tra loro, ma utili a mostrare quanto siano diverse le strade attraverso le quali si può costruire un’impresa e quanto la sua evoluzione incida anche su chi lavora e vive intorno all’azienda.
Filippo Galli, ex calciatore e formatore, è stato protagonista di un confronto sul rapporto tra responsabilità individuale e risultati collettivi. Ha ricordato come il cambiamento possa fare paura e come innovare sia «il solo modo per creare valore ed opportunità per sé stessi e per gli altri». Il collegamento con il mondo produttivo è meno distante di quanto possa sembrare. L’immagine dell’imprenditore che costruisce da solo il proprio successo appartiene più alla retorica motivazionale che alla realtà aziendale. Un’organizzazione cresce quando chi la guida sa valorizzare il lavoro degli altri. Imprenditori e dipendenti hanno ruoli differenti, ma condividono l’interesse alla competitività dell’azienda. Questo non cancella la diversità delle loro responsabilità e dei loro interessi; ricorda però che la capacità di costruire una squadra è decisiva soprattutto per chi si prepara ad assumere responsabilità.


La scelta di un formato aperto e accessibile risponde a un problema che la politica economica incontra spesso quando si rivolge ai giovani: la distanza tra le opportunità esistenti e la percezione che quelle stesse opportunità siano davvero alla loro portata. Parlare di impresa attraverso persone che l’hanno costruita può essere più efficace di una campagna istituzionale, soprattutto se le testimonianze non nascondono gli ostacoli incontrati. È anche un modo per avvicinare i giovani a una realtà economica che in Lombardia ha pochi paragoni in Europa. Con oltre 816 mila imprese attive e il 27 per cento delle startup innovative italiane, la regione dispone di un patrimonio produttivo nel quale convivono grandi realtà industriali e aziende nate dall’iniziativa di singoli imprenditori. Un patrimonio che offre alle nuove generazioni la possibilità di trovare la propria strada, raccogliendo esperienze consolidate oppure avviando attività capaci di aprire nuovi mercati.
Ma nessuna leadership industriale si conserva per inerzia. Le aziende devono affrontare trasformazioni tecnologiche sempre più rapide, mentre la concorrenza internazionale impone capacità di adattamento e investimenti continui. In molte realtà familiari si aggiunge la questione del passaggio generazionale. La domanda, inevitabilmente, è chi sarà disposto ad assumersi queste responsabilità nei prossimi vent’anni. E che cosa perderanno i territori se quel testimone non verrà raccolto
I giovani lombardi mostrano una disponibilità maggiore di quanto suggerisca una certa rappresentazione pubblica, spesso concentrata sulle difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro. Una ricerca realizzata dall’Istituto Piepoli per Regione Lombardia su mille ragazzi tra i 16 e i 30 anni rileva che uno su cinque sogna di avviare un’attività in proprio. Il 37 per cento prenderebbe in considerazione questa possibilità per il proprio futuro professionale. Sono numeri che descrivono un interesse diffuso, senza però garantire che possa trasformarsi in nuove imprese. Tra l’aspirazione e la decisione concreta pesano le difficoltà burocratiche, la scarsa conoscenza degli strumenti disponibili e le incertezze legate all’avvio di un’attività. L’80 per cento degli intervistati attribuisce alle istituzioni un ruolo centrale nel favorire l’autoimprenditorialità.
La politica regionale si trova così davanti a due questioni strettamente collegate. La prima è rendere possibile l’avvio di nuove attività, soprattutto per chi non dispone di risorse familiari o di un accesso consolidato al credito. La seconda riguarda la formazione di una cultura imprenditoriale capace di rendere questa scelta riconoscibile e realisticamente praticabile. Per anni il rapporto tra giovani e lavoro è stato affrontato soprattutto dal punto di vista dell’occupazione da trovare. Resta un obiettivo essenziale, ma una regione industriale deve anche preoccuparsi di chi quell’occupazione potrà crearla.
Sul versante degli strumenti economici, Regione Lombardia ha costruito una rete di interventi che prova a ridurre alcuni degli ostacoli iniziali. Il bando Nuova Impresa prevede contributi a fondo perduto fino al 50 per cento delle spese ammissibili. La misura Microcredito dispone di 24 milioni di euro destinati alle piccole e medie imprese e ai lavoratori autonomi. Per le attività innovative le risorse sono più consistenti: Lombardia Venture e Lombardia Venture STEP mobilitano complessivamente 140 milioni di euro. Il primo fondo ha già contribuito ad attivare oltre 87 milioni di euro di investimenti a favore di 14 imprese innovative.
Il problema è accompagnare le aziende anche oltre la fase iniziale, quando un progetto deve dimostrare di saper reggere la prova del mercato. Per sostenere lo sviluppo tecnologico delle startup innovative e il passaggio dalla ricerca alla produzione industriale sono stati stanziati 15,6 milioni di euro. Le Startup Competitions 2026, organizzate con il sistema universitario lombardo e Federated Innovation @MIND, mettono a disposizione complessivamente 900 mila euro attraverso sei competizioni dedicate a filiere strategiche dell’economia regionale. Start Cup Lombardia, dal 2016 al 2026, ha contribuito alla nascita di 54 nuove imprese innovative, che hanno raccolto oltre 70 milioni di euro di investimenti.
A queste iniziative si affiancano programmi di accelerazione come SkyDeck Europe Milano, che dal 2022 ha sostenuto 45 startup, ed ESA BIC Milano, dedicato alle attività imprenditoriali legate all’economia spaziale. Più recentemente è stato avviato Pianeta Accelerator, promosso da Regione Lombardia insieme a Fondazione Cariplo e Principia, con il coinvolgimento dell’Università di Berkeley. Sono strumenti pensati per rafforzare un ecosistema nel quale l’accesso ai capitali deve incontrare competenze adeguate e possibilità concrete di sviluppo industriale.
C’è poi una questione che attraversa l’intero sistema produttivo e riguarda la disponibilità di persone qualificate. La misura Talenti destina 7 milioni di euro a favorire l’inserimento stabile nelle aziende di giovani ricercatori e professionalità altamente specializzate. La competizione internazionale si gioca sempre più sulla capacità di attrarre queste figure e di trattenerle. Per molte imprese lombarde, soprattutto quelle di dimensioni minori, la difficoltà di reperire competenze può diventare un limite alla crescita anche quando esistono le condizioni economiche per investire.
Le politiche di sostegno, per quanto necessarie, non possono però sostituire una nuova disponibilità delle generazioni più giovani a mettersi in gioco. Il rischio sarebbe continuare a finanziare la nascita di imprese senza allargare realmente il numero di persone che considerano possibile avviarne una. La politica ha la responsabilità di costruire un ambiente nel quale l’iniziativa economica venga incoraggiata, il rischio possa essere affrontato con strumenti adeguati e il successo imprenditoriale non venga rappresentato come il risultato di circostanze eccezionali. Le imprese possono rendere credibile questa prospettiva mostrando ai giovani percorsi di lavoro, apprendimento e crescita possibili anche vicino a casa.
È anche una questione di classe dirigente. La Lombardia ha bisogno di giovani capaci di prendere decisioni e assumere responsabilità, indipendentemente dal fatto che scelgano di fondare una startup, guidare un’azienda familiare o sviluppare un’attività artigiana. Il sistema manifatturiero regionale è cresciuto grazie a una diffusione dell’imprenditorialità che ha consentito a molti territori di costruire una propria specializzazione produttiva. Preservare questa caratteristica richiede che nuove persone possano entrare nel mondo dell’impresa, portando competenze diverse e una maggiore familiarità con i cambiamenti tecnologici.
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