due voti sotto il segno dell’instabilità



Tra Perù e Kosovo, elezioni decisive ma senza certezze: due voti sotto il segno dell’instabilità

Oggi in Perù circa 27 milioni di cittadini sono chiamati alle urne per il secondo turno delle elezioni presidenziali, dopo una prima tornata elettorale caratterizzata da uno scrutinio lento e da contestazioni su possibili irregolarità. A contendersi la guida del Paese sono due candidati con visioni politiche opposte: da un lato Keiko Fujimori, esponente della destra e leader di Fuerza Popular, dall’altro Roberto Sánchez, rappresentante della sinistra e candidato di Juntos por el Perú. Fujimori ha chiuso il primo turno in vantaggio, mentre Sánchez è arrivato secondo, guadagnandosi l’accesso al ballottaggio.

Per Fujimori si tratta della quarta candidatura consecutiva alla presidenza, in un Paese che negli ultimi dieci anni ha visto alternarsi otto capi di Stato. Figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, la candidata torna a proporsi con una piattaforma incentrata su sicurezza, crescita economica e sostegno sociale. Negli ultimi anni ha più volte denunciato presunti brogli elettorali e, anche in questa tornata, ha annunciato il reclutamento di circa 100.000 osservatori per monitorare il voto. Sul piano programmatico, la sua proposta punta a rafforzare l’azione dello Stato contro la criminalità organizzata, anche attraverso un ruolo più incisivo delle forze armate, oltre a politiche economiche liberali per attrarre investimenti, soprattutto nel settore minerario, e ridurre la burocrazia.

Dall’altra parte, Sánchez – già ministro del Commercio Estero durante il governo di Pedro Castillo – propone un modello economico più interventista, con maggiore controllo pubblico su risorse strategiche come gas e miniere. In tema di sicurezza, sostiene che la repressione non sia sufficiente e che sia necessario intervenire anche sulle cause sociali della criminalità, ampliando le opportunità economiche nelle fasce più deboli della popolazione. Un punto centrale del suo programma è inoltre la proposta di una nuova Assemblea Costituente per sostituire la Costituzione del 1993, approvata durante il governo Fujimori. Nella campagna elettorale ha spesso fatto ricorso a simboli legati al mondo rurale, come il tradizionale “sombrero chotano”, nel tentativo di rafforzare il consenso nelle aree andine e tra le comunità indigene.

Il contesto elettorale resta teso anche per le difficoltà logistiche nel trasporto dei registri dalle zone più remote e per la complessità delle procedure di ricorso, elementi che alimentano i timori di una possibile opacità nello scrutinio finale. Sul piano dei consensi, i sondaggi più recenti indicano un equilibrio quasi perfetto: Fujimori sarebbe leggermente avanti con circa il 50,4%, mentre Sánchez si attesterebbe al 49,6%. Uno scarto minimo che lascia presagire un esito estremamente incerto, destinato a essere deciso da pochi voti.

Il Kosovo alle urne per la terza volta

Il Kosovo torna oggi alle urne per la terza volta in appena 16 mesi, in un clima politico ancora segnato da forte instabilità. Il rischio principale è che anche questo nuovo voto anticipato non riesca a sbloccare la paralisi istituzionale che da mesi frena la vita politica del Paese. Al centro della crisi c’è la rottura progressiva tra il primo ministro Albin Kurti e l’ex presidente Vjosa Osmani, due figure che in passato erano state percepite come simboli di rinnovamento e di lotta alla corruzione in uno dei Paesi più giovani d’Europa.

Pur provenendo da tradizioni politiche diverse – la sinistra radicale Kurti e il centrodestra liberale Osmani – i due avevano inizialmente condiviso una fase di collaborazione politica. Tuttavia, dopo il sostegno iniziale alla sua investitura nel 2021, i rapporti si sono deteriorati. Kurti ha infatti negato il sostegno a un secondo mandato di Osmani, accusandola di perseguire ambizioni personali e di non rappresentare una figura sufficientemente “unitaria” per la presidenza. Parallelamente, il primo ministro ha tentato di promuovere un candidato espressione del suo partito Vetëvendosje, senza però riuscire a ottenere il consenso delle opposizioni, lasciando così aperto il vuoto istituzionale alla guida del Paese.

Il fallimento del secondo tentativo di eleggere il presidente, lo scorso aprile, ha portato allo scioglimento anticipato del Parlamento e alla convocazione delle nuove elezioni. In questo scenario, Kurti e Osmani tornano a sfidarsi indirettamente: il primo alla guida di Vetëvendosje, la seconda candidata con la Lega Democratica del Kosovo, formazione di ispirazione liberale. Il voto coinvolge anche il rinnovo della Camera di Pristina, con 120 seggi contesi da oltre 900 candidati provenienti da 17 partiti e tre coalizioni. Sono chiamati alle urne circa 2,1 milioni di elettori, di cui oltre mezzo milione residenti all’estero, a fronte di una popolazione che nel Paese non supera gli 1,6 milioni di abitanti. Nonostante Kurti abbia ottenuto una maggioranza relativa nelle elezioni precedenti, il sistema politico frammentato rende difficile la formazione di una maggioranza stabile. Anche un risultato forte non garantirebbe automaticamente la fine dell’impasse istituzionale, soprattutto per l’elezione delle principali cariche dello Stato.

Sul piano internazionale, la crisi politica interna si intreccia con il percorso europeo del Kosovo. Il Paese, che ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia nel 2008, resta l’unico dei Balcani occidentali a non avere ancora lo status di candidato all’Unione Europea. Bruxelles continua a considerare essenziale il progresso nel dialogo con Belgrado, insieme alle riforme istituzionali e alla lotta contro le reti criminali transnazionali, in un Paese spesso indicato come punto di passaggio per traffici illeciti. Negli ultimi mesi, inoltre, il governo di Pristina è stato criticato da Unione Europea e Stati Uniti per alcune decisioni nel nord del Paese, a maggioranza serba, dove la chiusura di strutture parallele come uffici postali e municipi ha alimentato nuove tensioni etniche.

Secondo Osmani, tuttavia, il problema centrale resta politico: “Il futuro del Kosovo non può essere ostaggio di un ego personale”, ha dichiarato in un’intervista, sottolineando la necessità di rilanciare il dialogo con Unione Europea e NATO. I sondaggi indicano un vantaggio per Vetëvendosje, ma la forte frammentazione dell’opposizione e le soglie politiche necessarie per eleggere le principali cariche istituzionali rendono ancora incerto l’esito finale. Anche in caso di vittoria, il rischio di un nuovo stallo politico resta elevato.

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