esplosioni a Teheran, Tabriz e Isfahan – JUORNO.it / IL GIORNO


Donald Trump prova a riprendere il controllo della crisi mediorientale e manda un messaggio senza precedenti a Benjamin Netanyahu: l’attacco missilistico dell’Iran non farà saltare i negoziati e Israele dovrà accettare l’eventuale accordo raggiunto da Washington con Teheran.

Dopo una telefonata con il premier israeliano, il presidente degli Stati Uniti ha rivendicato apertamente la guida politica e militare dell’alleanza.

«Non avrà altra scelta», ha detto Trump riferendosi alla possibilità che Netanyahu si opponga all’intesa. Poi ha aggiunto: «Sono io a decidere. Decido io, non Netanyahu».

Parole che mostrano quanto sia profonda la distanza tra la Casa Bianca, intenzionata a fermare la guerra e chiudere il negoziato con l’Iran, e il governo israeliano, determinato a continuare gli attacchi contro Teheran e Hezbollah.

«I missili iraniani non cambiano l’accordo»

Trump ha assicurato che il lancio di missili balistici iraniani contro Israele non ha modificato la sua volontà di concludere le trattative.

«Non avrà alcun impatto sull’accordo. Vedremo come andrà a finire, ma gli attacchi missilistici contro Israele non hanno lasciato il segno», ha dichiarato al Financial Times.

Il presidente americano ha ridimensionato la portata politica dell’attacco, ricordando che le ostilità nella regione proseguono da decenni.

«È una di quelle cose che vanno avanti da tremila anni, oppure da 47 anni, a seconda di come si conta», ha aggiunto.

L’obiettivo della Casa Bianca resta quello di impedire che il nuovo scambio di bombardamenti distrugga il percorso diplomatico avviato con Teheran.

La telefonata con Netanyahu

Trump ha parlato con Netanyahu dopo il lancio dei missili iraniani e gli avrebbe chiesto di evitare una nuova rappresaglia.

Il premier israeliano ha tuttavia autorizzato l’aviazione a colpire obiettivi militari nell’Iran occidentale e centrale. Esplosioni sono state segnalate a Teheran, Tabriz e Isfahan.

La decisione israeliana ha mostrato i limiti della pressione esercitata dalla Casa Bianca e il tentativo di Netanyahu di conservare libertà d’azione militare.

Trump ha reagito riaffermando la supremazia degli Stati Uniti nelle decisioni strategiche.

«Sono io a decidere» è una frase destinata a pesare nei rapporti tra Washington e Tel Aviv, perché mette apertamente in discussione l’autonomia del governo israeliano nella gestione della guerra contro l’Iran.

Netanyahu non potrà opporsi all’intesa

Secondo Trump, il premier israeliano non avrà la possibilità di respingere un accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran.

Washington garantisce a Israele sostegno militare, sistemi di difesa, intelligence e assistenza diplomatica. La dipendenza israeliana dagli Stati Uniti rappresenta quindi la principale leva a disposizione della Casa Bianca.

Trump ritiene che, una volta conclusa l’intesa, Netanyahu sarà costretto ad adeguarsi, anche qualora le condizioni non coincidano pienamente con le richieste israeliane.

Il governo di Tel Aviv chiede la completa eliminazione del programma nucleare iraniano e delle capacità missilistiche di Teheran. Gli Stati Uniti sembrano invece orientati verso un accordo graduale, capace innanzitutto di fermare le ostilità e riaprire lo Stretto di Hormuz.

Le divergenze sul programma nucleare

Il futuro del programma nucleare iraniano resta uno dei punti più delicati della trattativa.

Trump pretende che l’Iran non possa sviluppare un’arma atomica e ha proposto di trasferire o distruggere le scorte di uranio arricchito.

Teheran nega di voler costruire una bomba e rivendica il diritto a utilizzare l’energia nucleare per scopi civili. Chiede inoltre lo sblocco dei beni iraniani congelati e la progressiva rimozione delle sanzioni.

Israele considera insufficienti semplici limitazioni o controlli internazionali e continua a sostenere la necessità di smantellare le infrastrutture considerate pericolose.

È questa differenza di obiettivi a spiegare una parte crescente delle tensioni tra Trump e Netanyahu.

La più grave violazione della tregua

Il lancio di missili iraniani contro Israele rappresenta la più grave violazione del cessate il fuoco entrato in vigore l’8 aprile.

Teheran ha presentato l’operazione come una risposta agli attacchi israeliani contro il Libano meridionale e la periferia di Beirut.

Le difese israeliane hanno intercettato i missili e, secondo le prime informazioni, non si sono registrate vittime o danni significativi.

Israele ha comunque deciso di reagire, bombardando obiettivi militari sul territorio iraniano e aumentando il rischio di una nuova escalation.

Trump ha invitato entrambe le parti a fermarsi, sostenendo che la rappresaglia iraniana non debba diventare il punto di partenza di un’altra fase della guerra.

La pressione americana su Israele

Le parole del presidente americano rappresentano uno dei più duri richiami pubblici rivolti a Netanyahu.

Trump continua a presentarsi come il garante della sicurezza di Israele, ma considera il proseguimento delle operazioni militari un ostacolo alla conclusione dell’accordo con Teheran.

La Casa Bianca teme che ogni nuovo bombardamento possa provocare una risposta iraniana, coinvolgere le basi americane nel Golfo e destabilizzare ulteriormente i mercati energetici.

Il rapporto tra Trump e Netanyahu appare così sempre più segnato da obiettivi divergenti: Washington vuole chiudere la guerra, mentre il governo israeliano vuole mantenere la possibilità di colpire l’Iran e Hezbollah.

Trump vuole chiudere il negoziato

Il presidente americano sostiene che l’accordo resti possibile nonostante i missili e i bombardamenti delle ultime ore.

La sua strategia consiste nel separare l’escalation militare dal negoziato, trattando gli attacchi come episodi circoscritti che non devono compromettere l’intero percorso diplomatico.

Resta da capire se l’Iran accetterà le condizioni americane e se Netanyahu sarà realmente disposto a rinunciare a nuove operazioni.

Trump ha comunque tracciato una linea politica netta: gli Stati Uniti continueranno a negoziare e Israele non potrà impedire la firma dell’accordo.

È una presa di posizione che ridisegna i rapporti di forza tra Washington e Tel Aviv e che potrebbe decidere il futuro della guerra in Medio Oriente.

 


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 Anna Buono

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