Cosa lega architettura e vino? Sicuramente la cantina.
E cosa lega la cantina alla Sardegna? Probabilmente la corretta chiave di lettura è il paesaggio che la circonda.
In Sardegna le strade raramente sono dritte e veloci, seguono il territorio, ne assecondano i rilievi e costringono a rallentare. Ma è proprio grazie a quest’elogio della lentezza obbligata che si impara l’arte di osservare il paesaggio, che cambia con la luce, con il vento, con la vicinanza del mare o l’asprezza dell’entroterra, e che in primavera si veste di giallo, con l’invasione della ginestra in fiore.
Il paesaggio da attraversare – e da ascoltare – è il filo conduttore che guida il viaggio dell’Osteria dell’Architetto tra due cantine sorte quasi agli estremi dell’isola – Podere Guardia Grande, a nord e Tenute Maestrale, a sud – con una tappa fuori programma, alla scoperta della poetica progettuale di Alberto Ponis.
Percorrere l’isola nella sua lunghezza, insieme a due architetti, significa incrociare due sensibilità complementari e due modi diversi di leggere il territorio. Da un lato, lo sguardo di Fiorenzo Valbonesi, che ha fatto dell’architettura del vino il suo campo di ricerca prediletto, interpretando la cantina come dispositivo architettonico e produttivo; dall’altro, quello di Roberto Bosi, docente di composizione all’Università di Firenze, con il filtro di chi osserva il paesaggio come una stratificazione di relazioni, forme e memorie, cercando nelle sue trasformazioni le ragioni profonde dell’abitare e del costruire.
Attraverso queste due lenti, vigneti, rocce, infrastrutture produttive e spazi di accoglienza e ospitalità compongono uno sfaccettato racconto territoriale, nel quale la cantina – e quindi il vino – diventano protagonisti assoluti del viaggio.
Mondo del vino e Sardegna dialogano da secoli, ma è soprattutto negli ultimi anni che questo rapporto ha trovato una nuova espressione nell’architettura. Le cantine contemporanee hanno iniziato a costruire un linguaggio più consapevole e radicato, capace di confrontarsi con il paesaggio senza imporsi, trasformando la semplice infrastruttura produttiva in uno strumento di interpretazione del territorio.
Se Le Corbusier definiva l’architettura come “il gioco sapiente, corretto e magnifico dei volumi nella luce”, l’architettura del vino aggiunge un ulteriore livello di complessità, perché alla qualità dello spazio deve affiancare esigenze produttive, tecnologiche e ambientali. La cantina diventa così, nelle parole di Mario Botta, “una macchina nella quale entra il vitigno ed esce il vino”, un luogo in cui tecnica e paesaggio, funzione e rappresentazione, sono chiamati a convivere in equilibrio.
In questo panorama, l’Osteria dell’Architetto diventa veicolo di trasmissione di saperi: da un lato gli architetti, dall’altro gli enologi e – anche grazie al supporto di Oikos e Qu, sponsor dell’iniziativa – si struttura come un modo per far sapere la cultura del saper fare.
Alberto Ponis, villa privata, Palau | foto: © Elisa Scapicchio
Cantine a confronto: la “cultura del saper fare” made in Sardinia
Riprendendo i principi della “cultura del saper fare” che guidano tutti gli episodi dell’Osteria dell’Architetto, la cantina diventa un osservatorio privilegiato per comprendere il rapporto tra territorio, lavoro e architettura.
In Sardegna, infatti, questi luoghi assumono un significato che va ben oltre la produzione del vino, diventando punti di incontro e spazi di relazione capaci di tenere insieme comunità, paesaggio e cultura agricola, in un territorio vasto, frammentato e spesso distante dai grandi centri urbani.
Immaginando la cantina come collettore di lavoro quotidiano della terra, ma anche racconto, condivisione e tempo della convivialità, l’architettura ha il compito di interpretare questo ruolo costruendo ambienti in cui il sapere produttivo dialoga con l’accoglienza: corti aperte sul paesaggio, sale degustazione attraversate dalla luce naturale e percorsi che mettono in relazione vigne, spazi di lavorazione e luoghi dedicati alla condivisione, e dove basta un calice di vino per accendere la scintilla della socialità.
In questo equilibrio tra funzione tecnica e dimensione umana, la cantina si trasforma in un anello di congiunzione tra territorio e persone, tra memoria rurale e visione contemporanea, una delle forme attraverso cui il territorio recupera parte di ciò che ha dato per raccontare sé stesso al mondo.
Il confronto tra Podere Guardia Grande e Tenute Maestrale si può, dunque, leggere come due modi diversi di dare forma allo stesso dilemma: come abitare un paesaggio che non vuole essere dominato, ma ascoltato e interpretato.
La Cantina Podere Guardia Grande – progettata dallo studio Casciu Rango di Cagliari a pochi chilometri da Alghero – è una scoperta graduale, secondo la grammatica della soglia e una logica di attraversamento controllato. Ispirato alle forme razionali della zona di Fertilia, in un territorio che per sua natura non è mai statico, l’architettura si inserisce nel paesaggio tramite una continuità fra suolo e superfici verticali costruita sulle cromie della terra.
Percepita da lontano come una grande scatola vetrata circondata da un ampio portico scandito da pilastri a base triangolare, si fa mediatrice tra paesaggio e spazi produttivi, lasciando come unici interlocutori dell’architettura la baia di Porto Conte, Capo Caccia, Porticciolo e il monte Doglia.
foto: © Cedric Dasesson
Varcata la soglia, l’architettura costruisce la sequenza di ingresso, percorrenza, affaccio, immersione produttiva.
Il paesaggio esterno entra, ma sempre mediato, incorniciato e rallentato, ponendo una distanza tra osservatore e produzione. Se nella sala al piano fuori terra il paesaggio si offre nella sua interezza, la fruizione degli ambienti sottostanti induce alla scoperta di scorci della parte più introversa dell’edificio: i continui rimandi ai locali produttivi sono evidenti nella tripla altezza della scala circolare, figura di riferimento e di orientamento all’interno dei diversi livelli, e gli aggetti del piano intermedio sui locali di lavorazione.
Le diverse intensità di luce scandiscono gli ambienti della cantina, passando dagli spazi fuori terra, aperti al paesaggio circostante, ai locali più raccolti e ombreggiati ricavati all’interno della collina ricostruita, dove il vino trova le condizioni ideali per il riposo e l’affinamento. Al piano -2, invece, si concentra il cuore produttivo dell’edificio: dall’ampio piazzale per il conferimento delle uve, il processo prosegue negli spazi dedicati alla fermentazione e alla maturazione.
In questa sequenza di ambienti concepiti secondo precise esigenze funzionali, trovano posto anche alcuni spazi dedicati all’ospitalità, come le sale degustazione affacciate sulla barricaia, che instaurano un dialogo diretto con il processo di produzione del vino.
foto: © Cedric Dasesson
La Cantina Tenute Maestrale – progettata dallo studio locale Spaziozero con gli austriaci di X Architekten nel territorio di Donori (a circa 30 minuti da Cagliari), si basa invece sulla logica dell’esposizione netta, ma parziale.
Il nome non è casuale, il vento di nord-ovest diventa un elemento da contenere, ma anche uno “strumento” costruttivo. E così l’architettura qui si espone, accetta la pressione del contesto, e diventa un dispositivo produttivo più diretto.
Parzialmente nascosta nel terreno, infatti, la cantina è un ambiente ipogeo che si rivela solamente attraverso la facciata sud, completamente rivestita con lamiere stirate in acciaio corten e in perfetta armonia con i toni caldi del paesaggio circostante. Un ampio taglio sulla superficie verticale definisce la grande loggia della sala degustazione, lasciando filtrare la luce naturale e creando un dialogo tra interno ed esterno.
Tenute Maestrale | foto: © Studio Vetroblu
A conferire carattere alla facciata è un ulteriore vuoto profondo, che segna l’ingresso all’area produttiva e trasforma l’accesso alle aree tecniche in un’esperienza visiva e spaziale.
Basato sull’accurata ricerca del processo di vinificazione e organizzazione funzionale degli spazi, il progetto si sviluppa su più livelli, tutti caratterizzati da una chiarezza formale e organizzativa dei percorsi e della connessione delle diverse aree.
Se, dunque, Podere Guardia Grande legge il paesaggio come orizzonte, in Tenute Maestrale lo sforzo progettuale si concentra sulla continuità morfologica del suolo. Due sguardi che percorrono strade diverse, ma che condividono la stessa attenzione nel trasformare il genius loci in materia di progetto.
foto: © Elisa Scapicchio
C’è relazione tra l’architettura di una cantina e le opere di Alberto Ponis?
Non c’è concerto o spettacolo senza intermezzo: e il bello del viaggio è costituto anche dalle pause e dalle tappe fuori programma. Per questo, quando si parla di paesaggio e Sardegna, è immancabile il riferimento ad Alberto Ponis, architetto simbolo del progettare con la natura, scomparso un anno e mezzo fa.
In un viaggio alla scoperta delle cantine, l’opera di Ponis potrebbe suonare come una pausa critica. Pur non appartenendo al mondo della produzione vinicola, le sue abitazioni suggeriscono chiavi di lettura appropriate per capire le cantine contemporanee della Sardegna: così, se la cantina Podere Guardia Grande guarda il paesaggio e Tenute Maestrale nasce dal paesaggio, le architetture di Ponis mostrano come queste due condizioni possano convivere.
A casa di Alberto Ponis con la moglie Annarita Zalaffi Ponis | foto: © Elisa Scapicchio
Il fuori programma nella casa-studio di Alberto Ponis, con la calorosa accoglienza di Annarita Zalaffi Ponis, sua moglie e collega, è servito per rafforzare ancora di più la riflessione sul modo in cui l’architettura contemporanea si confronta con il paesaggio dell’isola.
Nelle opere di Ponis il progetto nasce dall’osservazione delle condizioni del luogo, la morfologia del terreno, l’esposizione al sole, la presenza del vento, la vegetazione esistente. Le case si adattano alle irregolarità della roccia, frammentano i volumi, costruiscono spazi esterni protetti e utilizzano la materia come elemento di continuità con il contesto, tutti principi che ritornano anche nell’architettura delle cantine contemporanee.
Casa di Alberto Ponis a Palau | foto: © Elisa Scapicchio
Il paesaggio non viene mai trattato come una cornice, la roccia, il vento, la vegetazione mediterranea e la topografia non costituiscono elementi da valorizzare attraverso il progetto, ma condizioni da cui il progetto stesso prende forma.
La sua architettura nasce, infatti, dall’interpretazione delle caratteristiche del luogo e costruisce con esse un rapporto di continuità, i volumi si frammentano seguendo le asperità del terreno, gli spazi esterni assumono un ruolo centrale nell’esperienza dell’abitare, mentre la luce e il clima diventano materiali progettuali tanto quanto il cemento o la pietra.
Così come il costruire per l’abitare in Sardegna significa confrontarsi con il vento, con il sole, con la scarsità d’acqua, con la geologia e con la scala spesso monumentale del paesaggio, anche le architetture del vino devono fare i conti con i fattori ambientali e territoriali. In entrambi i casi, la forma è il risultato di una serie di relazioni con il luogo, dalla necessità di controllo della temperatura all’umidità, dall’esposizione alla ventilazione.
Alberto Ponis, Casa Scalesciani, Costa Paradiso | foto: © Elisa Scapicchio
Guardando a ritroso il percorso tra Podere Guardia Grande e Tenute Maestrale, la visita alle architetture di Ponis appare meno come una deviazione e più come un passaggio necessario. Da una parte una cantina che costruisce il proprio rapporto con l’orizzonte e con l’apertura del paesaggio costiero; dall’altra un’architettura che si radica nella morfologia del terreno e nella continuità con i vigneti.
Tra queste due tappe, lo sguardo di Ponis suggerisce che il vero tema è il modo in cui un edificio, sia esso una casa o una cantina, sceglie di appartenere al luogo. Ed è qui che il viaggio ritorna al suo punto di partenza.
Se il vino rappresenta una delle espressioni più dirette del territorio da cui nasce, le cantine visitate lungo il percorso mostrano come anche l’architettura possa diventare una forma di interpretazione del paesaggio, che anziché imporsi, lo ascolta e lo traduce in costruito.
Il calendario delle prossime tappe
- 8 giugno | Tormaresca – Tenuta bocca di Lupo Minervino Murge (BAT)
con Amaa
→ prenotazioni - 9 giugno | Secolario Masseria del Viverbene, Lecce
con Associates Architecture
→ prenotazioni - 15 giugno | Palazzo Nicolaci dei Principi di Villadorata, Noto
con Enrico Dusi Studio, local guest morana+rao architetti
→ prenotazioni - 17 giugno | Tonnara Bordonaro – Zaharaziz
con Carlana Mezzalira Pentimalli
→ prenotazioni
Un po’ di fotografie delle due tappe in Sardegna
Cantina Podere Guardia Grande, Fertilia
Tenute Maestrale, Donori
foto: © Elisa Scapicchio
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