ROMA – “L’ingegneria clinica italiana ha mostrato a Torino di essere una comunità professionale capace di creare connessioni, consapevole della sua competenze e coraggiosa al punto da offrire spunti concreti di progettazione per il futuro della sanità italiana“. Lo ha detto Umberto Nocco (presidente Aiic) chiudendo il 26° Convegno Nazionale dell’associazione, appena concluso a Torino. I numeri e i contenuti sono così riassunti: circa 3000 partecipanti, 200 relatori, oltre 130 aziende partecipanti ed una serie di aree di discussione su tematiche rilevanti, tra le quali: caratteristiche dell’autentica innovazione; intelligenza artificiale, chatbot e cybersecurity in sanità; sicurezza delle tecnologie fuori dall’ospedale; nuovi Regolamenti europei sui dispositivi medici (Mdr/Ivdr); Health technology assessment e procurement basato sul valore; grandi apparecchiature e l’attuazione dei piani del Pnrr.
Un evento destinato a rimanere nel tempo anche per la sua anima “collaborativa”, con tanti punti di dialogo e contatto tra Aiic e le Istituzioni (Ministero e Agenas in testa) e con le altre realtà associative della sanità italiana (Fnopi, Assd, Sirm, Federsanita’, Antab, In.GEe.San). Un dialogo che ha portato, all’interno della riflessione sul governance dell’operation in sanità, anche alla definizione di un protocollo Aiic-Fiaso presentato da Giovanni Poggialini (Consiglio Direttivo Aiic) e Luigi Vercellino (vicepresidente Fiaso), che sarà ultimato e firmato nelle prossime settimane.
COME FARE INNOVAZIONE?
E’ stata Sara Falvo (BioPMed, Torino) a puntualizzare in modo efficace uno dei temi del Convegno Aiic: come fare innovazione? “Non basta la tecnologia per creare innovazione‘, ha dichiarato Falvo, ‘è fondamentale validarla, generare le evidenze che garantiscano efficacia, sostenibilità e scalabilità”. Si tratta, quindi, di poter sviluppare ed utilizzare la tecnologia che risponde a un bisogno clinico, una tecnologia implementabile. In una grande tavola rotonda realizzata all’interno del Convegno 2026, Riccardo Bui (amministratore delegato Irccs Humanitas Research Hospital, Milano), ha prima sottolineato l’importanza di generare innovazione bottom-up, e poi confermato che l’ingegnere clinico è fondamentale per portare l’innovazione al letto del paziente, per definire il valore delle implementazioni.
Ma è la visione complessiva di Umberto Nocco (presidente Aiic) è quella che ha definito il quadro complessivo: “L’attività di valutazione si fa su una proposta, e quindi nasce dal basso. È un concetto che si rifà alla tecnica chirurgica: il modo diverso di usare un bisturi cambia l’outcome chirurgico. La valutazione dell’innovazione è quindi un meccanismo multidisciplinare che aiuta a comprendere come si inserisce l’innovazione stessa nell’organizzazione ospedaliera. Per l’ingegnere clinico è quindi necessario frequentare costantemente la corsia per riuscire a cogliere e contribuire ad un miglioramento progressivo”.
CHIEF INNOVATION OFFICER: CHI E’ E COSA FA?
Se c’è innovazione, probabilmente c’è anche una figura “responsabile dell’innovazione stessa”. A Torino si è parlato proprio di Chief Innovation Officer-CInO, sia attraverso una serie di progetti realizzati (ad esempio quello dell’Università Cattolica di Roma, che ne ha parlato come una sorta di Ambassador capace di portare l’innovazione nell’organizzazione sanitaria e diffonderla all’interno della realtà). L’esperienza californiana di Michele Manzoli (Secretary, American College of Clinical Engineering & Manager of Clinical Engineering, Cedars-Sinai Hospital, Usa) ha illustrato la figura del Chief Innovation Officier come di quel professionista che collega strategia, dati, Ai, modelli di cure e partnership. “Negli States il percorso non è standardizzato”, ha detto Manzoli,”perché non è il titolo di studio a fare la differenza, ma la qualità professionale di chi deve avere le competenze per il ruolo. La domanda a cui rispondere è: chi si assume il rischio tecnologico nel mondo reale? Negli Usa i CInO arrivano da percorsi diversi: se l’ingegnere clinico si pone con un ruolo di governo può essere da subito integrata e riconosciuta per il ruolo”.
Nella tavola rotonda che ha approfondito il tema (a cui hanno partecipato tra gli altri gli esponenti Aiic Tommaso Cerciello, Alessandro Reolon e Mario Lugli), Danilo Gennari (Consiglio Direttivo dell’Associazione) ha precisato che “per questo ruolo serve l’expertise, la competenza ed il metodo. Per formazione e pratica l’ingegnere clinico è trasversale sulle competenze richieste, ed è abituato a lavorare in un contesto multidisciplinare: questo ci aiuta moltissimo e ci può condurre a sviluppare una presenza importante anche nell’ambito dei Chief Innovation Officier”. Un giudizio confermato anche da Giovanni Poggialini (Consiglio Direttivo Aiic), che ha sottolineato che l’ingegneria clinica ‘deve nel futuro sempre più puntare ai ruoli di governance dell’innovazione”. Ha concluso Lorenzo Leogrande (presidente del Convegno Aiic) “proprio da Torino stiamo iniziando a fare una riflessione su questa nuova figura nell’organizzazione sanitaria in chiave di governance e Aiic ritiene che questo rappresenti una opportunità importante per gli ingegneri clinici. Si tratta di delineare correttamente il ruolo e le prospettive strategiche”.
L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE OGGI
Le sessioni dedicate alle esperienze nel campo dell’intelligenza artificiale sono state molte e tra le più partecipate. E ricchissime di esempi concreti: dall’ecografo che aiuta a ridurre rischi del parto (con un modello che fornisce dati oggettivi su probabilità di successo della procedura vaginale) al sistema intelligente per identificare biomarcatori per diagnosi e cure precise in ambito di disturbo bipolare, oppure ancora al modello sviluppato a Siracusa per il controllo delle infezioni ospedaliere, ed al sistema utilizzato a Rapallo per supportare le decisioni in chirurgia mitralica. Ma, ha puntualizzato Gianluca Giaconia (vicepresidente Aiic) all’interno di una sessione congiunta Aooc-Sirm “ci troviamo di fronte anche ad una serie di problematiche non ancora chiarite: come faccio a valutare i risultati ottenuti attraverso l’intelligenza artificiale? Come faccio a fare manutenzione di strumenti che sono per lo più dei software? Per rispondere a questi quesiti riteniamo importanti due focus specifici: uno sulla formazione di tutte le figure del comparto sanitario che hanno a che fare l’AI; ed il secondo che riguarda da vicino le collaborazioni tra società scientifiche, che devono diventare strutturare e continue”.
Proseguendo in questa direzione, la presidente della Società Italiana di Radiologia Medica, Nicoletta Gandolfo, ha dichiarato che la “collaborazione tra Sirm ed Aiic è un’opportunità di crescita comune in un ambito, quello dell’intelligenza artificiale, in cui è quanto mai necessaria l’unione di competenze differenti. Oggi l’AI si propone come innovazione importante, ma noi abbiamo necessità di certificazioni di qualità, di validità scientificamente riscontrata, di benefici concreti per la salute dei cittadini e pazienti. Per questo crediamo importante avviare percorsi definiti di collaborazione continua affinché si dia il via ad una cultura condivisa dell’innovazione digitale”.
CHATBOT: TRA RISCHI E OPPORTUNITA’ DIGITALI
La sessione sulle opportunità ed i rischi offerti da ChatBot e Llm (moderata dai rappresentanti Aiic Maurizio Rizzetto ed Angelo Gelmetti) ha offerto una disamina puntualissima di cosa significa oggi gestire il rapporto con il pazienti attraverso i “sistemi intelligenti”. Durante la sessione sono stati sottolineati i rischi connessi a questi agenti intelligenti tanto che Ali Fenwick, docente olandese, ha illustrato alcuni studi che hanno approfondito il quesito: cosa accade oggi ad un paziente quando parla con una chat-bot? Ed ha sottolineato che oggi “l’intelligenza artificiale avrebbe bisogno di uno psicologo”.
Maurizio Rizzetto (socio Aiic tra i promotori del dialogo su questi temi) dichiara che “il fronte delle soluzioni AI è vastissimo. Qui a Torino abbiamo discusso dell’utilizzo dei chatbots in ambiente sanitario ed abbiamo scoperto che, se non gestita correttamente, può diventare una fonte di rischio. In alcuni casi una chatbot è un dispositivo medico e segue quindi una serie di regole che noi ingegneri clinici conosciamo molto bene. Per questo ci sentiamo di affermare che abbiamo un ruolo be preciso occupandoci di mettere a terra questi progetti e sistemi in modalità sicure, anche collaborando con gruppi multidisciplinari affinché i progetti siano utili e di reale successo”.
Tra le collaborazioni utili nel complesso della “rivoluzione digitale”, da segnalare anche quella tra Associazione Italiana Ingegneri Clinici e Associazione Scientifica per la Sanità Digitale, che Laura Patrucco (presidente Assd) ha definito come “essenziale per una sanità digitale che unisca visione tecnica e cultura del dato. Ingegneria clinica e competenze digitali diventano complementari quando si costruiscono connessioni tra responsabilità diverse. ASSD porta il valore del dialogo, Aiic la solidità del metodo: insieme possiamo generare un ecosistema più maturo e affidabile. È nella partnership che l’innovazione trova senso, qualità e sostenibilità: solo così la trasformazione digitale diventa davvero un progetto condiviso, al servizio delle persone’.
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