Gli aiuti che non aiutano: come Italia e UE finanziano i confini invece dello sviluppo


Quasi 96 milioni di euro in cinque anni. È quanto l’Italia ha destinato, tra il 2020 e il 2024, al controllo delle frontiere e ai rimpatri. Una cifra che vale quasi quattro volte gli aiuti a fondo perduto stanziati nello stesso periodo per l’agricoltura e la sicurezza alimentare nei paesi partner (meno di 25 milioni). A livello europeo, il quadro è ancora più netto: tra il 2021 e il 2025, l’Unione europea ha destinato circa 9,6 miliardi di euro a interventi sulla gestione delle migrazioni, quasi interamente classificati come aiuto pubblico allo sviluppo (APS).

Sono i dati centrali del rapporto “L’aiuto alle frontiere. Cooperazione allo sviluppo ed esternalizzazione nelle politiche migratorie dell’Unione europea e dell’Italia”, pubblicato da ActionAid e presentato alla Camera dei Deputati. Un’analisi che mette in discussione non solo le cifre, ma la natura stessa della cooperazione internazionale italiana ed europea: a chi servono davvero questi aiuti?

La deriva dell’esternalizzazione

Il rapporto documenta come una quota crescente dei fondi classificati come APS venga impiegata non per migliorare le condizioni di vita nei paesi in via di sviluppo, ma per sorvegliare le frontiere, intercettare le persone in viaggio e prevenire gli arrivi in Europa. Questo avviene attraverso due meccanismi principali: il finanziamento diretto di corpi di sicurezza e guardie costiere dei paesi di transito, e l’intervento sulle cosiddette “cause profonde” della migrazione — le condizioni economiche e sociali che spingono le persone a partire — non per risolverle, ma per utilizzarle come argomento di negoziazione con i governi partner.

Il caso più emblematico è quello del Nord Africa. In quest’area geografica, la cooperazione finalizzata al contenimento delle migrazioni riceve oltre otto volte le risorse destinate ad agricoltura e sicurezza alimentare. Il rapporto analizza nel dettaglio due paesi: In Tunisia, tra il 2020 e il 2024, quasi un euro su due di quelli donati dall’Italia è andato al controllo delle frontiere e ai rimpatri: 49,85 milioni contro 113,3 di cooperazione allo sviluppo totale. In Libia, la quota destinata al controllo delle frontiere, al contrasto alla tratta e ai rimpatri ha raggiunto 66,45 milioni, su un totale di 161,1 milioni di APS erogato al paese.

Questo orientamento continua anche nel 2026. La Legge di bilancio 2026-2028 ha rifinanziato il Fondo Migrazioni con 28,5 milioni di euro e il Fondo premialità per le politiche di rimpatrio con 9,5 milioni. Il Decreto missioni ha aggiunto 11,09 milioni per sostenere la Guardia costiera libica — il cui operato è stato più volte condannato da organismi ONU — e, per la prima volta, 8,8 milioni per una missione analoga a sostegno della Guardia nazionale tunisina.

I numeri italiani: lo 0,2% per migrare in modo sicuro

Analizzando nel suo complesso il Fondo Migrazioni italiano (circa 242 milioni di euro tra il 2020 e il 2025), emergono priorità molto chiare. La Libia rimane il primo beneficiario, con 78 milioni pari a circa un terzo del totale. I cinque principali paesi destinatari assorbono oltre il 60% delle risorse. Sul fronte della composizione della spesa: nel Fondo Migrazioni, la “protezione” assorbe il 56% delle risorse (circa 136 milioni). Nel Fondo premialità, oltre il 62% (circa 54 milioni) è destinato alla gestione dei confini, che diventa di fatto la funzione operativa dominante dello strumento.

A fronte di tutto questo, gli investimenti per permettere alle persone di migrare in modo regolare e sicuro restano marginali: nel Fondo Migrazioni, tra il 2020 e il 2025, a questo obiettivo sono andati appena 500mila euro su circa 242 milioni totali. Lo 0,2% delle risorse.

Il livello europeo: 9,6 miliardi tra protezione e gestione dei confini

A livello UE, il rapporto analizza i fondi NDICI-Global Europe destinati all’obiettivo “migrazione e spostamenti forzati” tra il 2021 e il 2025. La distribuzione geografica vede in testa l’Africa subsahariana con 2,8 miliardi, seguita dai Balcani occidentali e Turchia con 2,7 miliardi, il Nord Africa con 1,58 miliardi e il Medio Oriente con 1,51 miliardi.

Sul piano tematico, la categoria più finanziata a livello globale è la “Protezione” con 3,8 miliardi — trainata dai grandi programmi in Turchia. Seguono “Spostamenti forzati” e “Migrazione e gestione dei confini” con 1,9 miliardi ciascuna, poi “Ritorno e reintegrazione” con 1,1 miliardi. Le “Cause profonde” ricevono appena 281 milioni, la “Migrazione regolare e mobilità lavorativa” 205 milioni. La distribuzione varia però sensibilmente per regione: in Nord Africa, la gestione dei confini assorbe da sola il 51% dei finanziamenti. Un dato che dice molto sulla natura reale degli interventi in quell’area.

Il rischio della condizionalità nel prossimo bilancio UE

Nei negoziati sul Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 si sta discutendo la possibilità di sospendere finanziamenti ai paesi non cooperativi in materia di rimpatri e riammissioni. Se approvata, questa misura introdurrebbe un meccanismo esplicito: meno cooperazione sui rimpatri, meno aiuti allo sviluppo. Un meccanismo che il rapporto definisce incompatibile con le regole dell’APS e con gli obiettivi della cooperazione internazionale, perché imporrebbe un’agenda migratoria esterna in cambio di risorse destinate — almeno formalmente — al benessere delle popolazioni.

Le raccomandazioni di ActionAid

Il rapporto si chiude con una serie di raccomandazioni rivolte alla Commissione europea e al Governo italiano. I punti principali:

Garantire che la programmazione esterna in materia di migrazione sia effettivamente orientata allo sviluppo dei paesi partner, rispettando i principi stabiliti dai Trattati UE e dalle linee guida OCSE. Le attività il cui obiettivo principale è contenere i flussi migratori e ridurre gli arrivi in Europa non sono ammissibili come APS, perché rispondono agli interessi dei donatori e non alle priorità dei paesi beneficiari.

Rispettare i limiti dell’OCSE sull’ammissibilità all’APS degli interventi di gestione dei confini: le infrastrutture per l’intercettazione sistematica e il pattugliamento non sono ammissibili; le operazioni di ricerca e soccorso lo sono solo quando il soccorso è l’obiettivo principale.

Rifiutare le condizionalità negative che subordinano gli aiuti alla cooperazione sui rimpatri, incompatibili con le regole internazionali e potenzialmente dannose per le comunità locali.

Rafforzare la trasparenza e il controllo parlamentare sugli strumenti di finanziamento dell’azione esterna in ambito migratorio, coinvolgendo società civile e organizzazioni locali nella progettazione degli interventi.

Il rapporto denuncia infatti «la molteplicità degli attori coinvolti, la pluralità dei canali di finanziamento, il ricorso ad accordi informali e la crescente quantità di documenti dichiarati inaccessibili», che rendono le informazioni «spesso opache, incomplete o non disponibili». Il risultato è che né la società civile né i parlamenti — europeo o nazionali — possono esercitare un controllo effettivo sull’impiego di risorse pubbliche che, in teoria, dovrebbero servire lo sviluppo.

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