Dal 15 ottobre 2023 alla fine del 2024 Muhammad al-Zaqzouq, poeta e scrittore, organizzatore culturale e ricercatore, nato nel 1990 nel campo profughi di Khān Yūnis, Gaza, è in fuga insieme alla moglie ‘Ulā e ai loro tre figli, Barā’, Jawād e Bāsil, sei, quattro e due anni. Fugge e annota, come racconta nelle duecento pagine di Scrivo per restare umano (traduzione dall’arabo di Andrea Puglisi, Einaudi 2026), diario meticoloso della loro odissea.
Primo inciampo: il verbo fuggire non funziona e neppure il termine diario.
Al-Zaqzouq non fugge: ripetutamente sfollato, si sposta, come fanno le creature viventi davanti a forze su cui non hanno controllo. E non tiene un diario: scrive per governare il trauma, per dare un ordine ai pensieri, alle emozioni, per mantenere traccia di sé in quell’immane smarrimento, per potersi dire sì, nonostante tutto, questo è un uomo. Che il suo racconto possa oggi essere letto da noi come testimonianza e documento, come diario appunto, non coglie appieno la funzione di queste scritture in bilico tra la morte e la vita, di cui sono autrici e autori poeti e narratori che sanno di essere “morti in potenza”.
Come le leggiamo noi, qui e ora, le pagine di un libro come questo, che ci si presenta nella veste elegante di un Supercorallo Einaudi? Che cosa vediamo in Leaving Home, la fotografia che ne illustra la copertina, scattata il 14 giugno 2024 a Dayr al-Balah, Gaza, dal fotogiornalista palestinese Ali Jadallah? Dubito che il nostro sguardo assediato di immagini non sia colpito innanzitutto dalla sua ‘bellezza’, non dalla sua potenza, proprio dalla sua strana bellezza. Quel corpo femminile sospeso a mezz’aria contro un fondale da fine del mondo (quante Crocifissioni hanno alle spalle un cielo altrettanto tempestoso?) è talmente aggraziato e così pietoso il gesto di chi le offre aiuto che da ‘vera’ l’immagine scivola verso l’inautenticità dell’astrazione.
Il titolo del libro, come scrive su “The NY Review of Books” del 9 febbraio 2025 scorso Katharine Halls, traduttrice inglese dell’opera di al-Zaqzouq, resta a lungo incerto: “Scrivo per non diventare un mostro; Scrivo per resistere alla barbarie; o, ancora, Scrivo per non soccombere a una depravazione animalesca. La decisione di Muhammad di scrivere rappresenta un rifiuto del presupposto di questo genocidio”.
Dall’ottobre del 2023 la sua famiglia, come gli oltre due milioni di persone che abitano nella Striscia di Gaza, è stata risucchiata in un vortice di violenza, disorientamento, paura, impotenza, sgomento. In nome del ‘diritto alla difesa’ di Israele, nulla e nessuno è più al proprio posto. Il primo bene perduto – intere generazioni di palestinesi ne hanno fatto esperienza – è la casa. E casa vuol dire legami familiari, comunità, memoria, ma anche oggetti, fotografie, libri, lettere, vestiti, giocattoli, stoviglie, quadri alle pareti, alberi, paesaggi, abitudini, un certo modo di declinare il tempo e di costruire il futuro.
L’operazione ‘Spade di ferro’ lanciata dal governo dello Stato ebraico dal cielo e da terra ha assunto da subito caratteristiche che fanno pensare a uno tsunami, un’eruzione vulcanica, un terremoto. Bisogna mettersi in salvo come si può, in fretta, a mani nude, usando i mezzi di trasporto che si ha la fortuna di trovare. E mettersi in salvo vuol dire andare via da lì senza sapere bene in quale là riparare, per quanto tempo, in quali condizioni. È dunque un atto temporaneo e ad alto rischio, in cui l’unica struttura che regge è quella della famiglia estesa.
Ciò che più colpisce del racconto di al-Zaqzouq è che, in quella catastrofe indotta e ben calcolata, è proprio la rete flessibile, amorevole, solidale delle relazioni familiari a consentire non solo la sopravvivenza, ma il mantenimento di una forma inalterata di dignità, di rispetto di sé. Le case dei parenti (anche le più piccole e, più tardi, le tende) si aprono a offrire un’ospitalità che non richiede contrattazioni, che non è in discussione, rivelando tesori di umanità, isole di affetto e generosità. L’autore, intellettuale e scrittore raffinato appartenente al ceto medio, sfollato sette volte nel giro di pochi mesi, sottolinea a più riprese il proprio ritegno a chiedere asilo per sé e il proprio nucleo familiare, ribadendo tuttavia altrettante volte che l’essere insieme sotto lo stesso tetto allevia la paura, la tensione, il senso di vulnerabilità, la disperazione, che ospitare ed essere ospitati sono gesti umani ancestrali, senza i quali non potremmo sopravvivere.
Curioso, vero, che nella lingua italiana non abbiamo che un’unica parola, ‘ospite’, per indicare l’una e l’altra posizione?
La Striscia di Gaza, già prima degli ultimi eventi, era un territorio assai piccolo e densamente popolato. Trecentosessanta chilometri quadrati di superficie: circa quarantuno chilometri in lunghezza e dai sei ai dodici in larghezza, per più di due milioni di abitanti. Affacciata a ovest sul Mediterraneo, confinante a sud con l’Egitto, sigillata su ogni altro lato da Israele, isolata dal resto della Palestina.
Convinta come sono che le vicende del Vicino Oriente abbiano a che vedere più con la geografia che con la storia, più con lo spazio che con il tempo, che da queste parti continua a ripiegarsi su se stesso come le anse di un intestino, letto d’un fiato il libro di al-Zaqzouq ho sentito il bisogno di figurarmi la sua casa, il suo quartiere, le cose perdute e i sogni che le hanno accompagnate. E così mi sono messa a cercare notizie su Ḥamad City, il complesso residenziale dove nel 2018 Muhammad al-Zaqzouq e la moglie sono andati a vivere.
Progettata e finanziata dal Qatar per ricollocare gli sfollati delle operazioni militari israeliane susseguitesi dal 2008, Ḥamad City è un’estensione nordoccidentale di Khān Yūnis, una città di poco meno di duecentomila abitanti nella parte meridionale della Striscia. La prima fase del progetto – un totale di mille alloggi – si conclude nel 2016. Nel 2018 il piano è compiuto: tremila appartamenti, giardini, parco giochi per i bambini, scuole, moschea, rifacimento della rete stradale intorno e in mezzo ai palazzi.
Guardiamo insieme un paio di fotografie di prima dell’apocalisse. Nella prima – e so che chi legge si sta chiedendo la stessa cosa che mi sono chiesta io – il primo lotto di questa Milano 2 d’oltremare viene consegnato ufficialmente. È il gennaio del 2016.
I manifesti che troneggiano sulle facciate dei palazzi ritraggono i munifici finanziatori – a sinistra l’emiro del Qatar, Tamim bin Ḥamad al-Thani; al centro il padre, Ḥamad bin Khalifa al-Thani – e, a destra, Mahmoud Abbas alias Abu Mazen, dal 2005 presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese. Interviene alla cerimonia inaugurale Ismāʿīl Haniyeh, vicecapo dell’Ufficio politico di Hamas. Così, tanto per ricordare che non si può generalizzare.
E qui una fotografia del 2018, l’anno in cui al-Zaqzouq si è trasferito a Ḥamad City, lasciando la famiglia d’origine e il campo profughi di Khān Yūnis, dove è cresciuto.
Adesso potrei proporvi una delle infinite immagini che mostrano che cosa ne è stato di questo quartiere appena costruito, ma preferisco lasciarvi alle pagine di Muhammad, alle confessioni di un padre che si sente in colpa per aver messo al mondo figli che non è in grado di proteggere, che dichiara la propria familiarità con “un miscuglio di forme diverse di una stessa morte, o forse di nuovi tipi di morte: del corpo, della mente, della memoria, dello spirito, di ogni capacità, del desiderio, dell’energia”. Perché la guerra trita le ossa e ruba la vita, anche a chi sopravvive, e devasta “non solo i luoghi, ma anche la memoria, le sensazioni, la coscienza e la capacità di andare avanti”. Il tempo della guerra, infinitesimale e infinito, non è fatto di minuti e ore, “è un flusso infinito di perdita e devastazione, di attesa che arrivi il peggio”.
Non è un combattente, Muhammad al-Zaqzouq, è un semplice cittadino, uno dei tanti tenaci professionisti che in questi anni hanno tenuto in vita le attività culturali nella Striscia di Gaza. Coordinatore della biblioteca comunitaria e dei gruppi giovanili presso il Tamer Institute for Community Education, nel 2018 la sua raccolta di versi The Soothsayers of Khanun ha vinto il Premio Khalili per la Poesia in occasione del Primo Forum Culturale Palestinese per Scrittori Creativi. Forse avrebbe potuto andarsene dalla sua terra, aggiungersi ai tanti palestinesi che hanno scelto l’altrove. Invece è qui a domandarsi come faccia un bambino a gestire il dolore, a riflettere “sulla vita a Gaza, su questa eterna fuga dalla morte”, una fuga iniziata tanti anni prima, quando il bambino era lui, “quella notte al campo profughi”. Niente a che vedere con il 7 ottobre 2023.
Inevitabile concludere questa riflessione con un interrogativo: che posizione assumiamo noi lettori occidentali di fronte a una storia come quella di al-Zaqzouq? Ci commuoviamo, ci indigniamo, restiamo indifferenti, non ci capacitiamo, abbiamo la sensazione di non leggere niente di nuovo, che questa storia non sia abbastanza ben scritta, non riusciamo a immedesimarci? Sono tutte varianti, a guardare bene, dello stesso atteggiamento: tra loro e noi si è insinuata irrevocabilmente la lama sottile dell’assuefazione. Leggere queste cronache dell’orrore e dell’ingiustizia non colma il distacco, lo anestetizza.
Se da noi c’è ancora qualcuno che stenta a definire genocidio la ripetuta pratica persecutoria dello sfollamento e della fame vuol dire che è ora di esigere anche altre storie. Bisogna che a raccontare il calvario sia chi lo impone, non solo chi lo subisce, che i soldati israeliani (e, in Cisgiordania, i coloni) ci dicano come sono arrivati a trattare con tanto disprezzo, irrisione e ferocia altri esseri umani, che ne è stato della loro coscienza? Perché continuano a perseguitare i civili, a non ammettere che in Palestina possano esisterne? La risposta a ciò che si è consumato il 7 ottobre 2023 ai confini del carcere di massima sicurezza in cui dal 2006 è stata trasformata la Striscia di Gaza ha avuto indisturbato e ampio corso. Perché dunque questa insistenza, questa capillare erosione di ogni principio umano, questo accanimento contro una popolazione perlopiù inerme, contro i bambini, le donne, gli anziani, la natura, il bestiame, gli alberi, i campi, perfino il mare? Quanto li ha cambiati l’ultima guerra di Gaza e che cosa, nel corso degli anni, li ha predisposti a un simile cambiamento?
La voce di chi resiste è cruciale e va ascoltata, ma la voce dei persecutori, degli esecutori sgraziati di ordini barbari quanto insensati deve essere ascoltata con pari attenzione, analizzata e contestata. Non farlo ci rende loro complici.
Infine una piccola storia esemplare, raccontatami dalla psichiatra palestinese Samah Jabr. Nel luglio del 2025 Israele ‘salva’ un certo numero di asini di Gaza inviandoli in Francia ad alcune organizzazioni animaliste. Nella Striscia, come racconta anche al-Zaqzouq, gli asini sono preziosi. Dove mancano il combustibile, i motori, i pezzi di ricambio, le strade, sono loro a trasportare persone e cose, a trasformarsi in ambulanze di emergenza, ad aiutare a rimuovere le macerie. Eppure i membri delle organizzazioni israeliane e francesi addette a quell’opera di salvataggio sono lì ad abbracciarsi e a ricordare ai palestinesi che la loro vita vale meno di quella di un asino.
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Anita Romanello
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