Vincenzo Costanzo: “oltre” Cavaradossi – Radio Studio90 Italia


Successo personale per il tenore napoletano al Regio di Torino che non si pone limiti nella regia ultra fisica di Stefano Poda. Ultima recita di Tosca il 21 giugno, quindi Il 23 riceverà il premio “Giuseppe Lugo” a Custoza, a seguire il debutto in Turandot al Summer Theatre di Varna

Estate bollente per il tenore napoletano Vincenzo Costanzo, il quale ancora un volta ha raccolto l’ovazione del pubblico, per la sua inconfondibile interpretazione del Cavalier Mario Cavaradossi sul palcoscenico del teatro Regio di Torino, sold out per tutte le recite.

Colpo d’occhio non certo d’abitudine e scontato al principio di un rovente giugno, pur se il titolo è Tosca di Giacomo Puccini, opera diretta registicamente da Stefano Poda, con orchestra e cori affidati alla bacchetta di Andrea Battistoni.

Regia di difficile interpretazione sia da parte del pubblico che degli artisti, giocata sul passaggio tra la fine del Settecento e l’avvento del Romanticismo, del secolo della rivoluzione e della libertà. Il codice Poda è facilmente svelato, a cominciare dai guanti rossi che ricoprono le mani lorde di sangue di Scarpia e i suoi sgherri, la polizia papalina.

L’omaggio a Roma viene esclusivamente dagli ologrammi su marmo Portoro, che impreziosisce le basiliche romane, con le venature ad evocare quasi una tela di ragno, man mano che il barone ne stringe il cerchio, rappresentanti le sculture dal gruppo del Lacoonte all’Apollo e Dafne del Bernini, unitamente ai simboli della città eterna di cui Puccini fa uso in orchestra le campane e il cannone di Castel Sant’Angelo. Non si esce mai da questo palcoscenico claustrofobico, niente paesaggio romano, solo la luce scandisce il trascorrere delle ore, e assieme agli ologrammi, i luoghi.

Poda ha schizzato un palcoscenico pieno d’ombra e di mistero su cui i personaggi, questi prigionieri del melodramma che tentano di liberarsi, contorcendosi, sono riusciti a compiere il proprio viaggio e ad attuare il proprio cambiamento. Poda conscio di ciò, ha giocato, con la luce, servendosene per le sue scene con un chiaro riferimento al richiamo di un immaginario specchio, veneziano (scena nera), quello della vita e quello della finzione, il pavimento, che è esso stesso specchio della vita, un gioco serio che ad essa ci sveglia.

Sulla enorme scrivania di Scarpia si è giocato l’intero secondo atto: nello studio emozioni, passioni, decisioni, cambiamenti, con il merito da parte di Poda di aver sfruttato a pieno i 250 metri di palcoscenico con i suoi ponti mobili, che lo rende secondo solo a quello dell’Opera Bastille.

Crude le sevizie durante l’interrogatorio del Roberti, nel sottopalco, già dall’entrata del Cavaliere Cavaradossi che, nella replica a cui abbiamo assistito, è stato un superbo Vincenzo Costanzo, il quale ha dovuto far di tutto mentre cantava, dalla sua entrata nel secondo atto, a “Vittoria, Vittoria!”, scalciare, divincolarsi, buttarsi in capriola giù dalla scrivania di Scarpia, ed eseguire “E lucevan le stelle” coricato su di un lato con le mani legate dietro la schiena, per contentare una regia che non avrebbe dovuto neanche pensare di proporre simili posizioni.

Ancora sulla scrivania di Scarpia, Tosca canta il “Vissi d’arte” dopo lo stupro, una sottolineatura trita e ritrita, le cui dinamiche tradizionali subiscono una deformazione che le muta in una manifestazione isterica, caratterizzata da una debolezza intrinseca e da un andamento parossistico, evocante l’immagine violenta e stridente, quasi, quanto un’unghia che si spezza urtando una superficie.

La categoria assoluta e metafisica del Male – che nel teatro del diciannovesimo secolo fungeva da motore del conflitto drammatico (si pensi alla contrapposizione etica e dialettica dei personaggi) – viene sostituita dalla dimensione psicologica e esistenziale del Malessere. Si tratta di quel disagio moderno che determina il progressivo esaurimento della monumentale e coesa struttura melodica, la quale si dissolve per lasciare spazio a una scrittura frammentaria, asfittica e dal ritmo spezzato.

In questa rappresentazione è mancato il poverissimo popolo romano, finanche il sagrestano è vestito da cardinale ed elegantissimi i ragazzini delle voci bianche, ci hanno ricordato i pretini di Nino Caffè.

Divise rinascimentali per la guardia papale in nero e rosso, che sono i colori di Tosca da sempre, i quali si aggirano tra i manichini delle varie Madonne Regina Coeli, Stella Maris, Consolatrix, Turris Eburnea, Mater Dolorosa, con la Maddalena l’unica viva, la donna vera, l’Attavanti evocata dal proprio tema in orchestra, quindi, la grandiosa processione dei papi, per il Te Deum, ognuno nella propria teca luminosa, come già le Madonne, segno del potere millenario della Chiesa, e con il papa che dirige il coro ossequioso e prono ad ogni motto.

Finale a sorpresa senza tuffo profondissimo di cartesiana memoria, ma il crollo del muro, ovvero del Settecento a favore dell’Ottocento, l’età del viaggio ove travel, travail, il travaglio del parto, hanno nelle diverse lingue la stessa radice. Taglio, sacrificio e vita nuova, nella medesima esperienza, scelta di libertà.

Una tale sfida non si può ignorare, occorre rispondere: è necessario riattivare “il racconto”, nell’ostinato coraggio nel seguire e, perseguire, l’approdo ad un reale, attraverso la continua ricerca, il tempo, la metamorfosi, come quella del pastorello che si libera della pesante armatura e si rivela vestito di bianco, come la Maddalena, come il Cavaliere simbolo del nuovo secolo che sta per giungere, come Tosca che sta per liberarsi e mondarsi del suo corpo e di ogni peccato.

La vince in palcoscenico Vincenzo Costanzo, dalla voce e dalla recitazione più che generosa, latore di un Cavaradossi più che fisico, testosteronico, tradito nel primo atto, non poco, da una direzione di Battistoni, dai tempi esageratamente comodi, che hanno messo da parte quel senso di concitazione, che sprizza da ogni battuta, tra il timore della Polizia, l’Angelotti nascosto, il timore che entri gente in chiesa e la gelosia di Tosca.

Costanzo ha fatto da tempo, “suo”, il Cavaliere e riesce ad esaltarne il canto anche con il dolce carco del ragazzino tra le braccia, raccogliendone finanche l’elmo per terra. Di un tenore in genere si lodano gli acuti che Costanzo ha sonori e scolpiti, ma, il registro grave è risultato una vera magia, da bari-tenore, retaggio di gioventù, che ben continua, impreziosito da emozionanti mezze voci.

Applausi per Tosca, Ekaterina Sannikova, giovanissimo soprano ucraino, alla corte dello “Czar” Gergiev al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo. Una Tosca poco diva e molto donna, tanto da pronunciare distesa in terra quell’ “Avanti a lui tremava tutta Roma!”, dopo l’assassinio del barone, e aver pensato anche al suicidio nel momento in cui ha trovato il coltello.

Dopo una convincente interpretazione del “Vissi d’arte”, l’esecuzione integrale del terzo atto si è rivelata ben centrata. Il soprano ha sfoggiato un registro acuto di rara efficacia, esibendo il Do acuto, il cosiddetto Do “della lama”, limpido, naturale nell’emissione e timbricamente penetrante. Di pari valore è stata l’esecuzione del passaggio “Trionfal di nova speme”, affrontato con eccellente controllo vocale e sostenuto da una spiccata sensibilità nel fraseggio e nell’articolazione della parola scenica.

L’interpretazione del Barone Scarpia offerta da Claudio Sgura si è rivelata pienamente all’altezza del ruolo, distinguendosi per un profilo vocale di notevole volume e spessore, una rilevante autorevolezza scenica e l’abilità nel calibrare la dimensione minacciosa con quella ironica.

L’artista è riuscito, in tal modo, a dare corpo all’essenza del Male, senza mai mettere da parte la dignità aristocratica insita nel personaggio, evitando qualsiasi deriva grossolana sul piano dell’emissione e della linea musicale, perfino nel brutale frangente del tentato stupro, sostenuta da un mezzo vocale caratterizzato da una pregevole e scura pasta timbrica e da un’impeccabile precisione nell’articolazione della parola scenica.

L’ interpretazione di Andrea Battistoni si è articolata lungo molteplici direttrici, tra loro strettamente interconnesse, slancio passionale e ferocia primitiva, che in diversi momenti hanno coperto anche frasi importanti, come “Tosca, mi fai dimenticare Iddio”, il quasi raggiunto orgasmo del Barone, nel Te Deum o la scena della consegna del paniere all’Angelotti, un vero e proprio monumento acustico, il primo atto non edificato perfettamente, ma in ascesa nel secondo e nel terzo atto, che si è rivelato il migliore.

Lo sviluppo drammaturgico solo a tratti si è dipanato attraverso repentine transizioni agogiche, a cui siamo abituati con una bacchetta quale, ad esempio, è quella del Maestro Daniel Oren, tali accelerazioni e rallentamenti ritmici amplificano la tensione e l’inquietante incedere della vicenda, mentre gli improvvisi sbalzi di volume, (i contrasti di forte e piano) si fanno metafora acustica del decadimento etico e psichico dei personaggi che animano l’azione scenica.

Andrea Battistoni, ha, si penetrato il nucleo pulsante del dramma, privilegiandone, solo in determinati passaggi, la componente più patetica, operazione che avrebbe dovuto tratteggiare l’isolamento esistenziale della protagonista, una figura femminile che non soccombe alla meschinità e all’ipocrisia del consorzio sociale, mentre attenuati sono risultati i risvolti più grotteschi, come l’entrata della cantoria.

I dettami espressivi e tecnici sono stati recepiti in modo impeccabile dalla compagine orchestrale del Teatro Regio, la quale ha dato prova di una flessibilità e di un virtuosismo timbrico straordinari, in particolare nelle pagine sinfoniche, sbalzate con vivido realismo.

Dignitoso il contributo degli interpreti comprimari, tra i quali Matteo Torcaso nel ruolo del Sagrestano dalla recitazione fin troppo contenuta, lo Spoletta di Daniel Umbellino, Igor Durlovski, che ha dato voce a Cesare Angelotti, Eduardo Martínez, Sciarrone e Lorenzo Battagion, il Carceriere, fino a giungere alla voce bianca di Jacopo Gallo (il Pastorello), venuto fuori dal coro preparato da Claudio Fenoglio, autore di una prova magistrale.

Al termine della rappresentazione, il pubblico ha tributato a tutti calorosi e scroscianti applausi, anche per il coro diretto in scena dalla sua stessa maestra Gea Garatti Ansini, e standing ovation per Vincenzo Costanzo, al quale, il 23 giugno verrà consegnato il premio “Giuseppe Lugo” a Custoza, prestigioso premio consegnato agli eredi artistici del grande tenore, nel corso di un rècital ove avrà al suo fianco il soprano Alessia Panza e il baritono Antonino Giacobbe.

Quindi, trasferimento a Varna, al Summer Opera Festival, alla corte di Daniela Dimova, per le celebrazioni del centenario di Turandot, in cui sarà Calaf, a fianco di Anna Pirozzi, il 22 luglio e ritroverà la pura bacchetta pucciniana del Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli.


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