Ex Ilva, la crisi dell’indotto ricade sui lavoratori


Viene da sempre considerata, a torto, una crisi di secondo livello. Ed invece è forse quella che meglio rappresenta il lento disfacimento del mondo che ruota intorno al siderurgico ex Ilva: il sistema dell’indotto e i suoi lavoratori.

Colpite da ben due amministrazioni straordinarie nel giro di appena nove anni, le aziende hanno visto perdere decine di milioni di euro in fatture non pagate per lavori già effettuati, che le hanno portate a presentare istanze per l’insinuazione al passivo prima con la società Ilva SpA e poi con Acciaierie d’Italia, nella speranza di ricevere almeno parte di quanto spettava loro (ipotesi altamente remota soprattutto nel primo caso, quando furono oltre 150 i milioni di euro congelati).

Nel mezzo, diversi interventi da parte dei vari governi succedutisi dal 2012 ad oggi e della Regione Puglia, hanno provato a rendere meno pesante l’impatto economico negativo sulle aziende.

Ultimo in ordine di tempo (dopo l’accordo sottoscritto nella primavera del 2024 che garantì a diverse aziende di rientrare di parte dei crediti vantati nei confronti di AdI in AS tramite Sace) il decreto adottato dal Mimit lo scorso febbraio, che stabilisce le modalità e i termini di presentazione delle istanze per l’utilizzo delle risorse del Fondo a sostegno delle imprese dell’indotto della società ILVA in amministrazione straordinaria.

La misura, che ha una dotazione finanziaria pari a 1 milione di euro per ciascuno degli anni 2026, 2027 e 2028 e non potrà superare i 300mila euro ad azienda, intende sostenere, attraverso la concessione di un contributo a fondo perduto in regime de minimis, la continuità operativa delle PMI che hanno subito impatti economici rilevanti a causa della situazione aziendale degli impianti siderurgici ex ILVA.

La Regione Puglia ha invece provveduto ad emanare lo scorso anno un avviso pubblico, “Misura per la protezione delle imprese dell’indotto che hanno assicurato la continuità produttiva dello stabilimento ex Ilva”, con una dotazione finanziaria complessiva pari a 20.853.864,02 euro, di cui 12.293.820,99 euro già impegnati. Il contributo prevede il riconoscimento di una quota del credito prededucibile vantato dalle imprese nei confronti dell’acciaieria, fino a un massimo del 30%, nel rispetto della normativa europea sugli aiuti di Stato in regime “de minimis”.

Ciò nonostante, molte sono le aziende che non sono riuscite a rientrare nelle varie procedure messe in campo da governo e regione. E per questo hanno ceduto i propri crediti a società finanziarie per ottenere anticipazioni di cassa e continuare a lavorare. Senza però riuscire a restituire i prestiti ottenuti portando così le società finanziarie hanno iniziato a rivalersi direttamente sulle imprese che avevano ceduto i crediti.

Ad oggi, soltanto per le imprese associate ad Aigi, Confapi e Confindustria restano ancora da soddisfare crediti per circa 20 milioni di euro.

Come detto, però, tutto questo finisce per ricadere sull’anello più debole di tutta la catena: ovvero i lavoratori delle aziende dell’indotto. Un mondo che abbiamo spesso e volentieri anche criticato per via di una gestione non sempre delle più trasparenti e delle più rispettose nei confronti del lavoro e della vita degli operai (storture che ritroviamo troppo spesso anche in altri settori come quello del commercio, dei call center, della ristorazione, del turismo o di alti settori imprenditoriali e industriali dove troppo spesso i diritti dei lavoratori e il rispetto dei CCNL non vengono rispettati in parte o in toto).

Operai dell’indotto e dell’appalto, che è bene ricordarlo, non usufruiscono quasi per nulla del contratto dei metalmeccanici come i dipendenti diretti del siderurgico ma di quello multiservizi, ampiamente riconosciuto come un rapporto di lavoro con meno tutele e una retribuzione più bassa rispetto al primo.

Senza dimenticare che mentre i lavoratori diretti sono comunque ‘coperti’ dall’utilizzo di ammortizzatori sociali (che garantiscono il 70% della retribuzione) che hanno garantito la salvaguardia dei livelli occupazionali incidendo però pesantemente sui bilanci economici familiari di ciascuno finendo per impoverire anno dopo anno un intero tessuto sociale, lo stesso non si può dire per i lavoratori dell’appalto.

Che ad ogni vento di crisi vedono aleggiare sulle loro teste e spesso concretizzarsi improvvise interruzioni dei rapporti di lavoro, con la messa in discussione non solo del regolare pagamento delle retribuzioni (basti pensare al fatto che più volte negli anni sono saltate le tredicesime sotto Natale) ma del posto di lavoro stesso, con procedure di licenziamento collettivo una volta esaurite le forme di cassa integrazione poste in essere. 

Soltanto a partire dal secondo semestre del 2022 ad oggi, secondo i calcoli della Fiom Cgil di Taranto, sono stati persi quasi 400 posti di lavoro a seguito della cessazione attività da parte di aziende storiche quali ad esempio, Semat, Iris, Lacaita, Giove, Pitrelli ed altri.

Che potrebbero diventare migliaia qualora la crisi del siderurgico dovesse diventare definitiva e irreversibile. Anche a fronte di un’eventuale vendita ad un investitore privato, che quasi certamente comporterà un ridimensionamento importante dell’attività produttiva e con esso delle attività dell’indotto.

“Gli sporadici interventi tampone messi in campo fino adesso dal Governo sono risultati del tutto insufficienti e l’attuale situazione di stallo non è certamente foriera di auspici favorevoli – commentano dalla Fiom Cgil di Taranto attraverso le parole di Patrizio Di Pietro, segretario provinciale -. Occorre agire subito ed efficacemente per evitare una china inesorabile verso esiti peggiori. Se il Governo ritiene davvero lo stabilimento di Taranto nevralgico nell’ambito della produzione siderurgica del Paese, è ora che intervenga finalmente in modo significativo e che lo faccia, a rigor di logica, per la tenuta di questo polo industriale e la difesa di tutte le sue maestranze”.

Un’ennesima, lunga e calda estate attende l’ex Ilva, i suoi lavoratori e un intero territorio. Vedremo se sarà questa stagione alle porte quella ‘decisiva’ per una soluzione definitiva della più grande vertenza industriale italiana (con nuove e definitive decisioni del tribunale di Milano, o un nuovo affitto degli impianti, la vendita ad un investitore privato, un’improbabile nazionalizzazione o la prosecuzione di una lenta agonia), oppure se, ancora una volta, si rimanderà tutto all’autunno e al tempo che verrà.


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