Zero virgola tre. Oppure zero virgola uno, o un meno davanti che fa scattare le edizioni straordinarie dei telegiornali. Quando l’ISTAT pubblica le stime trimestrali del prodotto interno lordo succede sempre più o meno la stessa cosa: il governo commenta, l’opposizione commenta, gli analisti spiegano, e un numero con una virgola diventa nel giro di un pomeriggio il voto in pagella dell’intero Paese. Nessuno, o quasi, si ferma a chiedersi che cosa ci sia dentro quel numero. E soprattutto che cosa manchi.
La domanda non è nuova, anzi. È vecchia quanto il PIL stesso, ed è da lì che bisogna partire per capire perché in Italia, da una quindicina d’anni, esista un sistema statistico parallelo che si chiama Benessere equo e sostenibile, BES per gli addetti ai lavori.
Le origini del PIL e i dubbi di chi lo ha inventato
Stati Uniti, primi anni Trenta. La Grande Depressione ha messo in ginocchio il Paese e il Congresso si accorge di una cosa abbastanza imbarazzante: nessuno sa dire con precisione di quanto si sia ristretta l’economia. Mancano i dati, mancano i metodi. Il compito di costruirli viene affidato a un economista nato a Pinsk, nell’allora Impero russo, che si chiamava Simon Kuznets e che molti anni dopo, nel 1971, avrebbe ricevuto il Nobel per l’economia. Nel 1934 consegna le prime stime del reddito nazionale americano, e lì dentro, con un’onestà che oggi suona quasi profetica, mette nero su bianco che da una misura del reddito non si può dedurre il benessere di una nazione.
Il motivo lo capisce chiunque provi a ragionarci per cinque minuti. Il PIL conta ciò che si compra e si vende. Una madre che accudisce il padre anziano non produce PIL; la badante pagata per fare la stessa cosa sì. Un pomeriggio libero non vale niente, statisticamente parlando. In compenso un’alluvione, con tutto quello che serve per ricostruire, può far salire l’indicatore, e lo stesso vale per le cure di una malattia causata dallo smog. Poi c’è la questione della distribuzione, che il PIL ignora del tutto: la media può crescere anche se metà della popolazione sta peggio di prima. E quella della sostenibilità, perché un Paese che consuma le proprie risorse naturali per crescere oggi, nel conto, sembra semplicemente un Paese che cresce.
Per decenni queste obiezioni sono rimaste roba da convegni universitari. Poi, nel 2009, la Francia mette insieme una commissione con nomi pesanti (Joseph Stiglitz, Amartya Sen, Jean-Paul Fitoussi) e il tema arriva sui tavoli dei governi. La raccomandazione era chiara: affiancare al PIL indicatori sulla qualità della vita, sulle disuguaglianze, sull’ambiente. L’OCSE, un paio d’anni più tardi, lancia il suo Better Life Index. E diversi istituti nazionali di statistica iniziano a muoversi.
Cosa misura il BES e perché non è un PIL alternativo
L’Italia si muove presto. Il progetto parte nel 2010, frutto di un lavoro comune tra ISTAT e CNEL, e il primo rapporto esce nel 2013. La scelta di fondo, quella che lo distingue da altri tentativi, è di non inventare un nuovo numero magico. Niente indice unico, niente classifica secca. Il BES mette in fila oltre un centinaio di indicatori e li raggruppa in dodici domini.
Alcuni sono intuitivi. La salute, per esempio, dove però non si guarda solo a quanto si vive ma a quanti anni si passano in buone condizioni, che è tutta un’altra faccenda. L’istruzione. Il lavoro, con una sezione dedicata a quanto sia possibile conciliarlo con il resto della vita. Il benessere economico, che include la povertà assoluta e le disuguaglianze di reddito. Altri domini sono meno scontati e, forse proprio per questo, più rivelatori: la fiducia nelle istituzioni, le relazioni sociali, il paesaggio e il patrimonio culturale, perfino la soddisfazione che le persone dichiarano quando qualcuno chiede loro, semplicemente, come va la vita.
Il risultato è uno strumento scomodo. Volutamente. Un anno in cui il PIL sale può essere anche un anno in cui aumentano i ragazzi che lasciano la scuola, in cui l’aria peggiora, in cui la gente si fida meno del proprio comune, e il BES lo fa vedere. Il problema, va detto, è che una tabella con decine di voci non fa notizia. Il numero con la virgola sì.
Il BES dei territori e le differenze tra Nord e Sud
Dove il sistema dà il meglio è forse nella sua versione locale. L’ISTAT pubblica i rapporti sul BES dei territori, con dati scomposti per provincia e, quando le fonti lo permettono, anche per comune. Ed è guardando lì che la distanza tra la fotografia del reddito e quella del benessere diventa più interessante, perché le differenze tra un’area e l’altra non stanno solo nei soldi in tasca: stanno nei tempi per arrivare a un ospedale, negli asili nido disponibili, nei collegamenti con il capoluogo, nella quota di giovani che non studiano né lavorano.
Per il Mezzogiorno, e per tanti piccoli centri dell’entroterra pugliese, il quadro che ne esce è più sfaccettato di quanto lascino pensare le sole statistiche economiche. I ritardi ci sono, e su occupazione, servizi all’infanzia e trasporti pesano parecchio. Ma su altri fronti (le relazioni sociali, alcuni aspetti della sicurezza, il paesaggio) i numeri raccontano situazioni meno nette. Per un sindaco o un consigliere comunale sono informazioni utilissime, perché permettono di confrontarsi con altre province su questioni specifiche invece di ragionare per slogan.
Dagli indicatori di benessere alle scelte di bilancio
Il passo più ambizioso arriva nel 2016. Con la riforma della legge di bilancio si stabilisce che un gruppo selezionato di indicatori di benessere debba entrare nei documenti di programmazione economica del governo. Da quel momento, accanto alle previsioni su crescita, deficit e debito, c’è un allegato che mostra come stanno andando voci come il reddito disponibile, la disuguaglianza, l’abbandono scolastico, l’eccesso di peso, le emissioni di gas serra, e come le misure in programma potrebbero spostarle.
Poche nazioni europee lo hanno fatto prima. Sulla carta, un piccolo primato. Nella realtà quell’allegato lo leggono in pochi, e nelle discussioni parlamentari sulla manovra se ne parla di rado, quasi mai con lo stesso tono con cui si discute di uno zero virgola di PIL in più o in meno. Però esiste, è pubblico, chiunque può consultarlo. E ogni volta che qualcuno lo apre, in qualche modo, rimette sul tavolo la stessa domanda che un economista si era posto novant’anni fa, mentre costruiva il numero destinato a dominare tutti gli altri.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link



