Tra dossier, intelligence e accuse incrociate, emergono casi di presunti reporter legati a Hamas e Jihad Islamica che riaccendono il dibattito sull’informazione da Gaza.
C’è un aspetto della guerra a Gaza che raramente trova spazio nel racconto dominante diffuso in Occidente. La vicenda di Ahmed Abu Eisha, ucciso il 10 luglio 2025 durante un attacco condotto da un drone israeliano contro un’abitazione nel campo profughi di Nuseirat, ne rappresenta un esempio significativo. Subito dopo la sua morte, Abu Eisha era stato presentato come un giornalista impiegato presso Palestine Today, emittente considerata vicina alla Jihad Islamica Palestinese.
Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) lo aveva descritto come un professionista stimato, dai modi gentili e pacati, impegnato nell’attività giornalistica e da poco insignito di un dottorato in lingua araba. La ricostruzione è però cambiata radicalmente pochi giorni più tardi.
La stessa ala armata della Jihad Islamica Palestinese ha infatti diffuso un comunicato nel quale identificava Abu Eisha come comandante dell’«Unità Centrale di Informazione» della Brigata Centrale del movimento, incarico collegato alle attività di raccolta, elaborazione e analisi di informazioni di intelligence.

Decine di casi
Come scrive Times of Israel l’episodio non costituisce un caso isolato. Negli ultimi mesi Hamas e la Jihad Islamica hanno pubblicato numerosi necrologi dedicati a propri membri caduti, alcuni dei quali erano stati inizialmente classificati come giornalisti o semplici civili. L’esame di questi documenti ha evidenziato diversi casi nei quali attività mediatiche e appartenenza a organizzazioni armate risultavano sovrapposte.
Di fronte all’emergere di nuove informazioni, il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ha provveduto a modificare il proprio archivio delle vittime del conflitto, eliminando discretamente almeno otto nominativi inseriti tra i giornalisti uccisi da Israele dopo il 7 ottobre 2023. Tra questi figurava Mohammed Nasser Abu Huwaidi, indicato in precedenza come giornalista di Al-Istiqlal e persino commemorato dall’UNESCO, oltre a Yaqoub Anan al-Bursh, dirigente di Namaa Radio successivamente riconosciuto da Hamas come appartenente al proprio apparato mediatico militare.
Analoga sorte è toccata a Maysara Salah, inizialmente descritto come reporter di Quds News Network, piattaforma considerata vicina ad Hamas, e successivamente rivendicato dal movimento islamista come combattente.
Falsi giornalisti ma terroristi veri
Il CPJ ha spiegato che ogni inserimento nel proprio database viene effettuato soltanto dopo verifiche incrociate con almeno due fonti indipendenti e che i dati vengono aggiornati quando emergono elementi affidabili in grado di dimostrare una partecipazione diretta alle attività militari. L’organizzazione ha inoltre sottolineato come l’utilizzo di credenziali giornalistiche da parte di militanti armati rischi di compromettere la credibilità dell’intera categoria e di aumentare i pericoli per i professionisti dell’informazione realmente impegnati sul campo.
Le correzioni apportate, tuttavia, sono avvenute senza annunci pubblici di particolare rilievo e, in alcuni casi, le relative schede sono state rimosse integralmente dagli archivi online. Non tutte le organizzazioni hanno adottato lo stesso approccio. La Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) e il progetto Stop Murdering Journalists, collegato all’iniziativa Databases for Palestine, continuano infatti a includere diversi di questi nominativi nei propri elenchi. In molti casi non viene fatto alcun riferimento a eventuali legami con gruppi armati.
Gli stessi responsabili del progetto Stop Murdering Journalists dichiarano apertamente di non voler valutare le motivazioni alla base delle uccisioni e di considerare giornalista chiunque venga identificato come tale da una testata o organizzazione mediatica palestinese. Ulteriori elementi emergono da uno studio pubblicato nel dicembre 2025 dal Centro Meir Amit. Basandosi su fonti aperte, documentazione palestinese e materiale recuperato dalle Forze di Difesa Israeliane, il rapporto sostiene che circa il 60 per cento dei 266 individui inizialmente classificati come giornalisti o operatori dell’informazione e uccisi tra ottobre 2023 e novembre 2025 risultavano avere legami o appartenenze a Hamas o alla Jihad Islamica Palestinese.
Da parte loro, le Forze di Difesa Israeliane ribadiscono da tempo di non considerare i giornalisti un obiettivo militare, sostenendo invece di colpire soggetti coinvolti in attività operative che agirebbero sfruttando coperture mediatiche. Tra gli esempi citati dall’esercito figura Ahmed Samir Muhammad Washah, collaboratore di Al Jazeera presentato come fotoreporter ma indicato dalle autorità israeliane anche come membro dell’ala militare di Hamas coinvolto nella pianificazione di operazioni armate.
Già nell’ottobre 2024 Israele aveva diffuso documentazione che, secondo le proprie affermazioni, dimostrava collegamenti tra almeno sei giornalisti operanti per Al Jazeera nella Striscia di Gaza e organizzazioni come Hamas o la Jihad Islamica. Il fenomeno, inoltre, non riguarderebbe esclusivamente il settore dell’informazione. In tempi recentiHamas e la Jihad Islamica hanno attribuito l’appartenenza alle proprie strutture anche a figure pubblicamente conosciute in altri ambiti, tra cui un calciatore dell’Al-Ahli Gaza e un ingegnere sessantenne, entrambi descritti come militanti con specifiche responsabilità operative.
Queste rivendicazioni, spesso rese note soltanto dopo la morte degli interessati, contribuiscono a mettere in discussione alcune delle narrazioni iniziali che hanno accompagnato numerosi episodi del conflitto. Allo stesso tempo alimentano pesanti interrogativi sulla solidità delle fonti utilizzate da organizzazioni internazionali, media e osservatori indipendenti nella ricostruzione degli eventi che si sono svolti e si svolgono nella Striscia di Gaza.
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Stefano Piazza
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