A dieci anni dalla sua nascita, il Grand Bargain — il patto globale per la riforma dell’aiuto umanitario siglato nel 2016 al World Humanitarian Summit — ha aperto un nuovo capitolo. Il 19-20 ottobre 2026 a Ginevra si è tenuto il suo meeting annuale, che ha sancito ufficialmente la transizione verso una nuova fase: il CAP4GB, acronimo di Collective Action Platform for the Grand Bargain. Un nome più lungo, un perimetro più stretto, e una domanda di fondo che resta sospesa: in un sistema umanitario in crisi esistenziale, può un meccanismo riformatore ancora cambiare qualcosa?
Nato per rivoluzionare il sistema, oggi sopravvive alla sua stessa crisi
Il Grand Bargain fu concepito come un accordo tra donatori e agenzie umanitarie per fare di più con meno: più fondi non vincolati, più localizzazione, meno burocrazia, più accountability verso le comunità beneficiarie. Centinaia di organizzazioni — agenzie ONU, grandi ONG internazionali, reti della società civile locale, donatori governativi — vi hanno aderito. Almeno sulla carta.
Dieci anni dopo, il contesto è radicalmente mutato. Il numero di persone bisognose di assistenza umanitaria è raddoppiato nell’ultimo decennio, raggiungendo 239 milioni nel 2026. I fondi disponibili, invece, sono andati nella direzione opposta: il 2025 ha segnato un calo del 30% rispetto al picco del 2022, accelerato dai drastici tagli agli aiuti USA. Il risultato è un sistema che riesce a prioritizzare solo un terzo di chi ha bisogno, e a raggiungere probabilmente una frazione di quel terzo.
Il meeting di Ginevra: cosa è cambiato
Tra le novità più significative emerse dal meeting, il CAP4GB ha invitato per la prima volta le ONG locali all’incontro annuale, un segnale simbolicamente importante ma ancora tutto da tradurre in sostanza. La nuova piattaforma si concentra su tre priorità: qualità dei finanziamenti, localizzazione e partnership eque, con la responsabilità verso le comunità beneficiarie e la parità di genere come fili trasversali.
Sul piano operativo, la novità più rilevante è il rafforzamento dei National Reference Groups (NRG) — gruppi a partecipazione paritaria che devono portare i dibattiti globali al livello paese, dove gli impegni rischiano di dissolversi nell’urgenza quotidiana. I meeting annuali, d’ora in poi, dovranno essere più “orientati all’azione” e più “politici”. I temi discussi a Ginevra hanno incluso la condivisione dei rischi, i finanziamenti flessibili e il consolidamento degli NRG come strumento centrale della riforma.
Il rapporto indipendente: promesse, ma poca sostanza
A fare il punto sull’ultimo triennio è il Rapporto Indipendente 2023-2026, commissionato per il meeting e redatto da Miriam Deodato, Melanie Dubuis, Vittorio Furci e Rocio Naranjo Sandalio. Il documento valuta tre cicli di rendicontazione, cinque approfondimenti per paese, interviste a tutti i gruppi di stakeholder e un’indagine su 352 organizzazioni locali e nazionali in 40 paesi. Il quadro che emerge è quello di un sistema che sa elaborare documenti, politiche e sperimentazioni, ma fatica a trasformarli in cambiamenti reali.
I dati più significativi parlano chiaro:
- Solo il 8,7% dei finanziamenti umanitari ha raggiunto le organizzazioni locali e nazionali (LNA) “nel modo più diretto possibile” nel 2025, a fronte di un obiettivo del 25%
- Le ONG locali hanno perso in media il 33% del proprio reddito dopo i tagli del 2025
- L’82% delle LNA intervistate ritiene che il Grand Bargain debba continuare — ma con cambiamenti significativi
- Solo 17 donatori su 23 firmatari hanno rispettato l’obiettivo del 30% di contributi non vincolati o debolmente vincolati
Il problema centrale individuato dal rapporto è quello che gli autori chiamano l’”implementation gap”: le riforme avanzano nel piano delle politiche, dei processi e delle rappresentanze, ma non in quello concreto della redistribuzione di risorse, autorità e rischi. La flessibilità ricevuta dagli intermediari non viene trasmessa ai partner locali. Le partnership “eque” convivono con il controllo internazionale su budget e progettazione. Gli impegni sulla condivisione del rischio non cambiano la distribuzione effettiva del rischio.
Le grandi agenzie internazionali tendono inoltre ad assegnarsi valutazioni elevate nei propri auto-report su finanziamenti diretti e condivisione del rischio — valutazioni sistematicamente più basse quando arrivano da analisti indipendenti o dalle stesse organizzazioni locali.
La localizzazione al contrario
Il taglio ai fondi ha prodotto un effetto paradossale che il rapporto definisce “localizzazione al contrario”: le organizzazioni locali si ritrovano con maggiori responsabilità operative in prima linea, ma senza risorse adeguate né autorità decisionale. Le organizzazioni femministe e di genere sono state colpite in modo sproporzionato.
Le testimonianze dal campo confermano il malessere. In Bangladesh, meno della metà delle organizzazioni locali ha ricevuto finanziamenti diretti nel 2025. In Chad, le ONG locali hanno sospeso per settimane la partecipazione alle riunioni del Humanitarian Country Team dopo essere state escluse da un fondo comune da 100 milioni di dollari gestito dall’ONU. In Mozambico, le organizzazioni locali hanno scoperto all’ultimo minuto l’avanzare di un piano OCHA per una “transizione accelerata” della risposta d’emergenza — senza essere state consultate.
I tagli hanno inoltre scatenato una competizione feroce per le risorse sempre più scarse. Alcune grandi ONG internazionali cercano di riposizionarsi come attori “locali” per intercettare i fondi destinati alla localizzazione — una dinamica che erode ulteriormente la fiducia tra attori globali e locali.
Un “fallimento utile”
Eppure, tra le critiche, emerge un quadro più sfumato. Il Grand Bargain ha funzionato da acceleratore politico: ha portato la localizzazione al centro del dibattito globale quando non lo era, ha incubato discussioni su overhead equi e condivisione del rischio che poi hanno trovato consenso più ampio, ha creato lo spazio raro in cui gli attori locali possono presentare punti all’ordine del giorno, fare domande difficili e persino guidare processi. Il meeting di Ginevra ha confermato questa funzione: nessun altro forum, dicono i suoi sostenitori, riunisce angoli così diversi del sistema su un piano nominalmente paritario. «Il Grand Bargain è ancora un fallimento. Ma è un buon fallimento», ha sintetizzato un partecipante «Non si può fare advocacy senza una base. Hai bisogno di qualcosa su cui costruire».
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