Prima di Slow Food, Carlo Petrini aveva già previsto il futuro del cibo


Prima di Slow Food, di Terra Madre e dei Presìdi, c’era già tutto. Era il 16 dicembre 1986 quando Carlo Petrini firmò l’articolo di apertura del primo numero del Gambero Rosso, allora supplemento del Manifesto fondato da Stefano Bonilli. Un editoriale che oggi suona sorprendentemente contemporaneo: biodiversità, difesa delle cucine regionali, critica all’industria alimentare, tutela dei consumatori e del territorio.

A quarant’anni di distanza, e dopo la scomparsa di Petrini a 76 anni, quelle parole colpiscono per lucidità e radicalità. In un’Italia che inseguiva modernità e consumi di massa, Petrini parlava già di agricoltura, salute, qualità del cibo e dignità gastronomica come questioni culturali e politiche. La redazione del Gambero Rosso ricorda così uno dei testi fondativi del pensiero gastronomico contemporaneo italiano.

Il primo articolo di Carlo Petrini sul Gambero Rosso

Per mia grande fortuna sono nato e vivo in una terra straordinaria del Piemonte meridionale che confina con le ultime propaggini dell’Appennino Ligure ed è circoscritta dal disegno lento e sinuoso del fiume Tanaro: la Langa. In questa parte subalpina del nostro bel paese s’è educati a conversare e disputare sul buon vino, sui piatti tipici della nostra tradizione, sul riscatto alimentare dalla nostra antica miseria. Fenoglio, Pavese, Lajolo, Nuto Revelli sono i nostri miti letterari, in loro rileggiamo la nostra storia, il nostro modo d’essere ma, anche, lo straordinario sviluppo dell’economia vitivinicola della zona, un tempo povera e diseredata.

Come nasceva il pensiero di Slow Food

Il numero del Gambero Rosso dove è stato pubblicato il Manifesto di Slow Food

Parimenti per mia grande fortuna ho militato all’inizio degli anni ’70 in quella parte della sinistra intelligente che si raccoglieva attorno al Manifesto e poi nel Pdup; orbene parlando un giorno con un famoso compagno e disquisendo di gastronomia, venni sbrigativamente interrotto con l’affermazione: «voi langaroli parlate sempre di mangiare, sembrate dei preti di campagna». Più tardi venni a sapere che quel compagno illustrava le sue ferie in terra di Francia e visitava con sistematica cura i buoni ristoratori d’oltralpe, di essi apprezzava la cucina, il servizio, la straordinaria scelta dei vini.

Ricordo questo particolare perché sintetizza in modo efficace lo strano rapporto che la sinistra italiana ha avuto per anni nei confronti della gastronomia. Un uso privato, quasi segreto, degli sfizi della buona tavola e, in genere, distacco disinteresse per un settore della vita che, se esteso alla produzione agroalimentare e alle sue complesse diramazioni, coinvolge oltre un quarto della nostra popolazione.

Arci Gola e gli anni Ottanta

Era ben chiaro questo atteggiamento nel momento in cui iniziò nell’83 l’avventurosa storia di Arci Gola con l’intelligenza di sinistra che guardava a noi come ai buontemponi figli di Gargantua. Per controllare il mondo enogastronomico, con saccente puzza sotto il naso, diffidava di questo mondo di sintesi, incompetenti viziati da ideologie.

Circoli, enoteche, trattorie, gruppi di interesse che fanno riferimento all’Arci Gola si stanno qualificando con operatività di settore e le aderenze in campo agroalimentare, partendo dal conoscere organicamente, senza fini speculativi o di lucro, il bene e il buongusto elaborando nel nostro sistema alimentare più devastativo e sottraendolo al potere vitivinicolo del mercato.

La macroscopica indifferenza della materia che è ancor più contraddittoria da parte di chi parla di tutela della vita e di chi è scelto di testimone ambientale come le più importanti di questo periodo storico. Da più parti si parla di esigenze radicali attorno all’intesa e sul diritto alla salute e alla natura patrimonio della nostra cultura povera, tradizionale va scomparendo poiché molta materia prima è irrimediabilmente compromessa da quello che in campo alimentare è avvenuto e avviene in questo secolo nel meccanismo italiano di rifarsi ai miti della nuova e contemporanea alimentazione di uomini e donne, da orientato le giovani generazioni su consumi nuovi, da destrutturato il nostro apparato agroalimentare, ha coinvolto e assorbito l’antica e sana cucina povera imporrando a convivere con la nuova non sempre generosa.

Ecco allora un mercato in cui è difficile districarsi, dove i prodotti più importanti lasciano messaggi: per un taglio, è opportuno sperimentare e osservare l’olio della bottiglia nell’evacuato di vetro e per il vino bisogna farlo aprire, anticamente, agli ancora segnalo in bordo di guggiole le nuove compere della Nuova Cucina, e contemporaneamente a chi vende il mondo della cucina popolare e necessaria all’arte.

In questa sintesi risiede buona parte della nostra avventura e della gastronomia che educa in alti segni alla cucina e all’abitudine della Natura, famiglia, cibo povero del Poitero, e alla Cucina di Casalinga aperta dal palato, macchie dalla vita delle città.

“Mangiare bene vuol dire vivere meglio”

La lotta per difendere entrambe le scomparse alla deriva ed alla riscoperta dei prodotti naturali. Si aiuta il cibo per il gusto e la dimensione non commisurata in cucina quotidiana: nell’orto, nei campi, nel pollaio, nel porcile.

Ecco allora quelle che dovrebbero essere, in un certo senso, le nuove parole o, anzi, il vero e volgare linguaggio dell’Arci Gola: la salvaguardia dell’ambiente e la difesa dei consumi e dei consumatori. I prodotti della terra, che oggi molto spesso sono il frutto di sofisticazioni, di manipolazioni chimiche e dell’uso massiccio di pesticidi, vanno ripensati.

Perché vivere bene vuol dire stare meglio, mangiare bene, scegliere i prodotti giusti, difendere le cucine regionali, i sapori, le tradizioni. Ecco allora che il “neoforchettone” non è più soltanto colui che ama mangiare bene, ma chi sceglie consapevolmente cosa mettere nel piatto.


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