È morto Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, l’uomo che ha cambiato per sempre il nostro modo di mangiare


È morto Carlo Petrini. E con lui se ne va non soltanto il fondatore di Slow Food, ma l’uomo che più di ogni altro ha cambiato il modo contemporaneo di pensare il cibo. Non un gastronomo nel senso classico del termine, non un semplice intellettuale della tavola, semmai Petrini è stato un visionario politico, un militante culturale, un rivoluzionario gentile che ha trasformato il mangiare in un gesto civile e persino morale.

Come Carlo Petrini ha inventato Slow Food

C’è una data precisa da cui partire per raccontarlo. Il 3 novembre 1987. In edicola esce il numero 11 del Gambero Rosso, supplemento del quotidiano comunista Il Manifesto, fondato da un altro visionario, Stefano Bonilli. In copertina campeggia una parola destinata a cambiare la storia della gastronomia mondiale: “Slow-food”. Con il trattino. E sotto, un’avvertenza politica: “Una proposta rivolta a tutti coloro che vogliono vivere meglio”.

È lì che nasce la rivoluzione di Petrini. Una visione culturale che mescolava sinistra, convivialità, contadini, vini popolari, antropologia, piacere e critica feroce alla modernità consumistica. Il manifesto pubblicato quel giorno sul Gambero Rosso – oggi documento fondativo di un movimento globale – era scritto come una dichiarazione di resistenza. Leggete qui: “La nostra difesa deve cominciare dalla tavola con lo Slow Food contro l’imbarbarimento del Fast Life”. E ancora: “Contro coloro, e sono la gran parte, che confondono l’efficienza con il frenetico, esaltiamo la cultura materiale”. Ancora prima, il 16 dicembre 1986, il giorno in cui è uscito in edicola il primo numero del Gambero Rosso, Petrini ha firmato l’articolo in prima pagina – “I Neoforchettoni” – dove parlava dell’associazione Arcigola e anticipava la nascita di Slow Food.

Addio a Carlo Petrini

Carlo Petrini quasi quarant’anni fa aveva già capito tutto, nel senso che aveva intuito che il cibo sarebbe diventato il terreno decisivo delle grandi battaglie contemporanee, coinvolgendo ambiente, biodiversità, disuguaglianze, agricoltura industriale, identità culturale. Parlava della necessità di opporsi a un modello economico fondato sulla velocità, sul profitto, sull’omologazione globale dei gusti e dei territori.

Nato a Bra nel 1949, figlio di un ferroviere e di una maestra, Petrini cresce in un Piemonte ancora contadino. Prima della gastronomia arrivano la politica e l’associazionismo. È uomo dell’Arci, militante della sinistra extraparlamentare, organizzatore culturale. Alla fine degli anni Settanta fonda Arcigola, da cui nascerà Slow Food, ovvero una specie di laboratorio politico mascherato da confraternita gastronomica, lontanissimo dai club gourmet. “Compagni e buongustai”, li definirà anni dopo Il Manifesto, raccontando quella stagione irripetibile in cui vino, trattorie e ideologia si intrecciavano in una nuova idea di militanza.

“Buono, pulito e giusto”: la filosofia di Petrini

All’epoca Petrini sembrava un eccentrico, difendeva i piccoli produttori quando il mondo inseguiva l’agroindustria, parlava di biodiversità quando il termine era quasi sconosciuto. Denunciava la scomparsa delle culture alimentari locali molto prima che la “sostenibilità” diventasse una parola consumatissima nei menu dei ristoranti. Nel 1989, a Parigi, Slow Food diventa movimento internazionale con la firma del manifesto ufficiale della Chiocciola. Da lì si allarga a macchia d’olio, arriva il Salone del Gusto, Terra Madre, i Presìdi Slow Food, l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Una galassia mondiale costruita attorno a tre parole diventate slogan universale: “Buono, pulito e giusto”.

Ma la vera grandezza di Petrini è stata di aver spostato il baricentro della gastronomia dal lusso alla terra. Per lui il cuoco non era il protagonista assoluto del sistema, anzi non lo era quasi mai, perché il centro del discorso erano i contadini, gli allevatori, i pescatori. Chi il cibo lo produce ogni giorno. Parlava di “co-produttori”, non di consumatori. Considerava l’atto di mangiare un gesto agricolo e politico insieme.

Le battaglie più controverse di Carlo Petrini

Si oppose con forza agli OGM (famosi i suoi “Dieci motivi per dire No agli OGM, a cui seguì la risposta del professore Dario Bressanini), che giudicava il simbolo di una colonizzazione industriale dell’agricoltura. Per Petrini gli organismi geneticamente modificati rappresentavano la rottura definitiva del rapporto tra uomo, natura e territorio. Denunciava il rischio di consegnare il patrimonio alimentare mondiale nelle mani di poche multinazionali e vedeva nell’agricoltura intensiva una minaccia diretta alla biodiversità. Una posizione radicale, spesso contestata, ma coerente con la sua visione del mondo.

Nel frattempo, la sua influenza è diventata globale. Negli Stati Uniti trovò un’interlocutrice ideale in Alice Waters, sacerdotessa del cibo stagionale e fondatrice del Chez Panisse di Berkeley. Tra i due nacque un’amicizia intellettuale profondissima. Entrambi convinti che il cibo potesse cambiare la società, educare le persone, persino modificare il rapporto con il pianeta, Waters portò il verbo slow dentro la California progressista; mentre Petrini trasformò Slow Food in una rete internazionale presente in oltre 160 Paesi.

Nel 2003 definì Slow Food un movimento “ecogastronomico”, spiegando che non sarebbe più stato possibile separare la gastronomia dalla sostenibilità ambientale e dalla giustizia sociale. Col tempo, molte delle idee per cui era stato considerato un visionario diventarono senso comune. Chilometro zero, filiera corta, tutela dei semi antichi, lotta agli sprechi, agricoltura sostenibile: oggi sembrano concetti inevitabili, ma negli anni Ottanta apparivano quasi provocazioni ideologiche.

Persino il Guardian, nel 2008, lo inserì tra le cinquanta persone che avrebbero potuto salvare il pianeta. Un riconoscimento che Petrini accolse con il consueto sorriso ironico di chi non si è mai sentito un guru. In realtà lo era diventato suo malgrado. Con la barba da patriarca contadino, la parlata piemontese, la capacità di passare dall’osteria ai summit internazionali senza perdere autenticità, Petrini incarnava qualcosa che oggi sembra quasi scomparso: l’intellettuale popolare. Uno che sapeva parlare ai contadini del Roero come agli accademici americani, ai ragazzi dei centri sociali come ai ministri dell’agricoltura. La sua rivoluzione partì da una chiocciola disegnata sulle pagine del Gambero Rosso del 1987 – “La lumaca è il simbolo della tranquillità produttiva” – e finì per cambiare il lessico del cibo mondiale. Ma soprattutto cambiò il nostro sguardo. Ci insegnò che dietro un pezzo di pane, un bicchiere di vino o un pomodoro non esiste soltanto un sapore, bensì esistono la terra, il lavoro, la cultura, la memoria, la politica.


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