La svolta di Pantelleria. Pellegrino rilancia i bianchi secchi dell’isola: “Saranno il futuro”


Un vino bianco secco da uve di zibibbo. Nuovi modi per interpretare il consumo dei vini dolci e fortificati. Un dialogo aperto con le nuove generazioni di consumatori oltre la polvere della tradizione storica. Passa da qui l’impegno di Pellegrino, storica azienda marsalese attiva dal 1880, per il rilancio della viticoltura dell’isola di Pantelleria, anche attraverso la valorizzazione del ruolo del Consorzio Pantelleria Doc, e di un prodotto storico come il Marsala.

La new wave dello zibibbo secco

Bianco di Venere è l’ultimo bianco secco di Pantelleria da uve fresche lanciato dalla cantina marsalese: racconta l’anima più luminosa e autentica dell’isola e amplia il progetto enologico dell’azienda sull’isola attraverso una lettura contemporanea del vitigno. Con una produzione di circa 13.000 bottiglie, Bianco di Venere è un vino versatile, ideale come aperitivo o in abbinamento a piatti leggeri della cucina mediterranea, dai crudi di pesce alle preparazioni vegetariane.

Non si tratta di una novità assoluta, né per Pellegrino, né per Pantelleria. L’azienda ha già da tempo avviato un lavoro di ricerca con Isesi, il cru aziendale proveniente da una contrada dell’isola. Prima ancora alcune piccole cantine pantesche – quelle guidate da Fabrizio Basile e Salvatore Murana – avevano proposto una versione secca che appariva pionieristica vista la sua origine dal regno del passito. Un percorso battezzato per la prima volta al Vinitaly 2026 quando il Consorzio Pantelleria Doc, in collaborazione con il Consorzio Etna Doc, ha promosso la degustazione “Anima Vulcanica: dalla montagna dell’Etna all’isola di Pantelleria”, un viaggio tra due territori lontani ma profondamente legati dalla stessa matrice vulcanica, dove Carricante e Zibibbo, entrambi in versione secca, hanno dato voce a storie diverse, ma unite da energia, identità e senso del luogo.

«Mentre i prodotti dolci sono più difficili e restano una nicchia, il futuro dell’isola lo vedo nei vini bianchi secchi per i quali ci sarà tantissimo spazio. Proprio per questo abbiamo investito su contrada Siba, una contrada posta a 400 metri, con una forte escursione termica: da lì arriva Isesi, bianco secco che riposa 8 mesi sulle bucce fini. Il nuovo prodotto è il Bianco di Venere, blend di diverse contrade, presentato poche settimane fa ma già premiato da un ottimo riscontro commerciale». A parlare è Benedetto Renda, presidente di Cantine Pellegrino e del Consorzio Pantelleria Doc. Che aggiunge: «Crescono curiosità e interesse per i bianchi secchi di Pantelleria. Pellegrino non è stata la prima azienda a farli: alcuni piccoli produttori molto bravi ci hanno preceduto da qualche anno. Il senso della prima masterclass dedicata ai vini bianchi panteschi al Vinitaly aveva proprio questo significato: lavorare sul concetto di territorio vulcanico, tratto distintivo che ci accomuna all’Etna, e raccontare Pantelleria come un unicum, dove vino, paesaggio e cultura si intrecciano».

I vini da uve fresche: una risorsa strategica

Per adesso, la proposta pantesca di vini bianchi secchi è ancora marginale. Basti pensare che il Pantelleria Bianco vanta una produzione di appena 497 ettolitri, mentre il passito naturale e liquoroso con 3.988 hl e il moscato con 697 hl rappresentano ancora la potenza di fuoco dell’isola. «Senza rinunciare all’importanza del passito, crediamo molto nella proposta di vini secchi», spiega il Master of Wine Pietro Russo, consulente enologico e advisor strategico della cantina Pellegrino.

«È una proposta strategica per diversi motivi: nel contesto internazionale cresce l’attenzione per le varietà autoctone, per le zone vitivinicole mediterranee e per il rapporto tra la vigna e il mare. Ecco perché il progetto di vino bianco secco da zibibbo ci permette di dare più linfa al territorio. L’aspetto aromatico, il legame con il suolo vulcanico, la sensazione di salato legata alla prossimità del mare: tutto ciò ci permette di raccontare le caratteristiche dell’isola».

Lo stretto legame tra Pellegrino e Pantelleria

Sia per dimensioni che per strategia, il ruolo di Pellegrino a Pantelleria è cruciale. Basti pensare che, tra gli ettari di proprietà e quelli dei conferitori, Pellegrino controlla il 60% della superficie vitata dell’isola (circa 200 ettari su 320 ettari), mentre i produttori sono appena 22.

«L’aspetto molto positivo è che si è creato un rapporto molto stretto con i nostri tecnici che sono frequentatori abituali dei terreni degli agricoltori – assicura Renda – Tramite contatti continui, i coltivatori seguono le nostre indicazioni per la potatura, i trattamenti e la raccolta, dando così una garanzia di certezza di acquisto del prodotto. Il conferitore può stare tranquillo: anche negli anni di eccessi di produzione siamo stati sempre presenti ritirando i prodotti e anticipando i pagamenti. Ma noi siamo anche agricoltori: avremo presto 7 ettari di proprietà entro un paio di anni». Ormai da circa 10 anni – ovvero da quando Renda è stato eletto presidente del Consorzio – «obiettivi dell’azienda e del consorzio coincidono. Si è creato un rapporto interpersonale importante con le aziende associate e una condivisione dei punti di vista. Noi abbiamo istituito delle borse di studio per i giovani panteschi che si iscrivono in scuole di agraria: vuole essere un segnale forte e concreto per trattenere i giovani sull’isola. Un seme che può germogliare. Abbiamo anche sostenuto la partecipazione al Vinitaly dando la possibilità ai piccoli produttori di essere presenti», conclude Renda.

L’antica tradizione vitivinicola di Pantelleria

Pantelleria vanta ben due riconoscimenti dell’Unesco legati al suo patrimonio culturale immateriale: la pratica agricola tradizionale della coltivazione della vite ad alberello (iscritta nel 2014) e l’arte dei muretti a secco (iscritta nel 2018). L’impegno delle cantine diventa così un contributo alla manutenzione di una tradizione ricchissima.

«Gestire oltre la metà della superficie vitata significa anche avere un ruolo nella cura delle relazioni umane e nella preservazione di quello che abbiamo ereditato: dobbiamo cercare di mantenerlo per il futuro, anche in un periodo niente affatto semplice», spiega Pietro Russo. «Pellegrino non si limita a comprare le uve – continua – ma crea opportunità affinché i giovani restino nel territorio, trasmette la fiducia necessaria per continuare, si impegna per la tutela del paesaggio e per formare la manodopera locale». E proprio nel maggio scorso, nel quadro delle attività di promozione, formazione e valorizzazione del territorio, il consorzio ha ospitato per la prima volta sull’isola ben 28 Master of Wine.

La sfida dei vini dolci e fortificati

Per Pellegrino resta però aperta una grande sfida. «I giovani conoscono poco i vini dolci e fortificati. Il nostro compito è quello di rilanciarli», assicura Benedetto Renda. «Così, proprio nel momento in cui il Marsala si beve meno, lo stiamo riscoprendo nella sua versatilità in una forma nuova e diversa. Oggi proponiamo il Marsala come aperitivo e come ingrediente della mixology: è un filone in voga della fascia dei consumatori più giovani. Il grosso consumo è lì, bisogna intercettarlo».

Nei primi del ’900 il Marsala era servito come elisir esotico nei salotti delle famiglie aristocratiche britanniche e di mezza Europa. Durante il boom economico si diffuse nelle famiglie italiane come vino conclusivo del pasto domenicale. Poi ha vissuto una contraddizione: declassato a vino da scaloppina o sopravvissuto come sorso vintage. Oggi tenta di ritornare come liquore pop in dialogo con i bartender. Cantine Pellegrino schiera diverse versioni dall’immagine giovanile e comunicativa, ispirata ai codici dell’arte degli anni ’50 e ’60. Old John, Bip Benjamin, Uncle Joseph: sono le etichette di tendenza dedicate ai grandi imprenditori inglesi che nel XIX secolo intuirono le potenzialità commerciali del Marsala.

C’è poi il tema dell’abbinamento. «I nostri Marsala possono funzionare a tutto pasto, in abbinamento con carni, tonno e pesci saporiti. E lo stesso vale per il passito di Pantelleria: non va proposto solo come fine pasto, ma abbinato a foie gras e formaggi piccanti. Con l’aiuto delle associazioni dei sommelier stiamo lavorando in questa direzione», conclude Benedetto Renda. Pellegrino, azienda leader nella produzione di passiti di Pantelleria, punta oggi sul Nes, prodotto di punta per rilanciare un nuovo modo di consumo dei vini dolci siciliani.


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 Loredana Sottile

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