Per anni ci hanno detto che più alcol significava vino migliore. Oggi non è più così


C’è stato un tempo – e non è neppure così lontano – in cui il vocabolario della grandezza enologica era tutto qui. Non più di 20 vendemmie fa (forse meno), per essere davvero ‘grande’ un vino doveva pesare. Doveva imporsi, lasciare il segno sul palato come una firma marcata. Per conquistare i mercati del mondo doveva farlo con attributi muscolari ben in vista. Più alcol significava più struttura; più struttura significava più importanza; più importanza significava più qualità. O almeno così sembrava. Oggi quella grammatica appare quasi anacronistica. Non sbagliata, sia chiaro, ma figlia di un’altra epoca. Perché nel frattempo è cambiato tutto: il clima, i mercati, la sensibilità dei consumatori, persino l’idea stessa di piacere.

Perché l’alcol era considerato sinonimo di qualità

Partiamo dall’alcol, totem e tabù insieme. Pensate che in Italia, la parola “Superiore” che campeggia in tanti disciplinari che regolano le Doc e le Docg non è poesia, è matematica. È un numero, un grado alcolico, più alto rispetto alla versione base. E, storicamente, chi fa il Superiore lo fa con le uve migliori, frutto delle vigne più vocate. Per anni è stato un segno di distinzione, quasi un distintivo al petto: più alto il numero, più alto il rango. Erano altri tempi. Le estati non bruciavano come oggi, in alcune zone la maturazione fenolica era un traguardo da inseguire con il fiato corto, e portare le uve a piena maturità non era affatto scontato. L’alcol, in molti territori, si conquistava. Adesso no, arriva da sé. E spesso arriva in eccesso.

Temperature elevate, siccità, maturazioni accelerate: lo zucchero nelle uve sale vertiginosamente e con lui il potenziale alcolico. Così ci ritroviamo con vini che superano facilmente soglie un tempo considerate straordinarie. E allora ecco che l’alcol, da medaglia, diventa giustificazione. Se è alto, lo si difende parlando di equilibrio, armonia, integrità stilistica. Parole che cercano di rassicurare. Ma il punto è un altro: oggi il mercato non chiede più muscoli, cerca agilità. E qui entra in scena la nuova frontiera: i vini low alcol. Non scorciatoie industriali, non prodotti svuotati in laboratorio (la dealcolizzazione, oltre a essere onerosa e poco sostenibile per molte aziende, specie per quelle artigiane, rischia spesso di omologare e impoverire il vino) ma progetti pensati fin dalla vigna. Raccolte anticipate, gestione agronomica mirata, fermentazioni controllate. Un lavoro di cesello per restare sotto i 12 gradi senza sacrificare identità e carattere.

Cosa sta cambiando nel mondo del vino

Partiamo da un dato di fatto: la domanda globale di vino tradizionale è in calo in molte aree del mondo, mentre i consumatori più giovani, in particolare Millennials e Gen Z, mostrano un interesse crescente per bevande più leggere, salutari e socialmente “responsabili” anche se alcune recenti analisi dicono il contrario. Per questi gruppi, una gradazione alcolica più bassa non rappresenta una rinuncia, bensì una scelta consapevole che consente di vivere l’esperienza del vino limitandone gli effetti collaterali. Anche alcuni contesti di consumo – pranzi di lavoro, eventi legati al benessere, occasioni diurne – favoriscono l’espansione di questa categoria. I numeri confermano la tendenza.

Ci siamo anche chiesti il motivo di una preferenza generale legata a vini bianchi e bollicine, a dispetto dei rossi. Non è una questione di colore, ma neanche di sapore. Nell’immaginario collettivo i vini rossi sono più corposi, strutturati, alcolici. Molto spesso non è così e tutto il comparto deve esser bravo a raccontare ciò.

Fatto sta che il segmento low alcol è in crescita: il mercato globale dei vini (e delle bevande in generale) a basso contenuto alcolico è proiettato a superare i 35,7 miliardi di dollari entro il 2026, con un tasso di crescita annuo vicino al 7,5%. Secondo l’Osservatorio del Vino Uiv-Vinitaly, i vini low alcol (sommati a quelli a zero alcol) potrebbero raggiungere i 3,3 miliardi di dollari di valore entro il 2028, con una crescita media annua in doppia cifra. In Italia, oltre il 60% delle aziende vitivinicole dichiara interesse per prodotti a basso contenuto alcolico: un segnale chiaro di come il settore stia reagendo ai nuovi orientamenti del mercato.

Il rischio dei vini troppo leggeri e senza personalità

Di sicuro il successo (e il futuro) dei vini con bassa gradazione alcolica non è l’alcol in meno, ma tutto il resto. Perché togliere è facile, ma alleggerire un numero in etichetta non basta. Se insieme ai gradi spariscono profondità, tensione, personalità, allora non stiamo parlando di evoluzione: stiamo parlando di sottrazione. E il consumatore contemporaneo, soprattutto quello più giovane, non perdona la banalità.

La sfida, piuttosto, è un’altra: mantenere complessità, equilibrio, carattere. Conservare quella vibrazione che rende un vino riconoscibile, vivo, capace di raccontare un luogo. Un vino leggero non può permettersi di essere leggero anche nell’anima. Anzi, in questo momento storico, dove il mercato (pardon, le cantine) sono piene di vini banali e inutili, non c’è spazio per vini “insipidi” o per cosiddetti vini “glu glu” dove la beva c’è di sicuro, come garantisce il nome onomatopeico, ma tutto il resto, ci dispiace, non è pervenuto.

Come stanno cambiando le carte dei vini

Non sorprende, allora, che ristoranti ed enoteche inizino a sperimentare ancora più di prima. Le carte si aprono a nuove proposte, i sommelier raccontano bottiglie che fino a pochi anni fa sarebbero state liquidate come “minori”.

La curiosità cresce, e con essa la disponibilità ad assaggiare, confrontare, uscire dallo schema tradizionale. C’è poi un aspetto ancora più profondo: le nuove generazioni non bevono vino per status. Lo bevono per identità. Per coerenza. Per racconto. Il vino diventa un’estensione del proprio modo di essere. E allora contano il packaging sostenibile, le etichette che parlano un linguaggio contemporaneo, gli abbinamenti creativi, le narrazioni di marca capaci di coinvolgere e non solo di descrivere. Il prodotto non è più solo liquido in bottiglia. È esperienza. È visione. Insomma, si toglie per arricchire, si toglie perché, dal vino, vogliamo sempre qualcosa in più.


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 Antonella De Santis

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