“Sogno una carta dei vini del Lazio, ma i ristoratori locali privilegiano le altre regioni”. Il j’accuse di Santarelli


«Oggi la gente non paga più l’allure. Anche nella moda, come nel vino, si avverte un tracollo nel segmento del lusso: molti stilisti si attestano su un livello intermedio. Se togliamo il resto, si scopre la qualità e il suo valore. Più che mai il rapporto qualità prezzo oggi è importante: per noi è un dogma da sempre».

A parlare è Antonio Santarelli, patron di Casale del Giglio, una delle aziende più rappresentative del Lazio, con sede sorge a Le Ferriere, vicino all’antica città di Satricum, a 50 chilometri a sud di Roma. Lo abbiamo incontrato al Collegio, il ristorante che nella capitale ripropone, in chiave attuale, lo storico “Vini & Olii” di Piazza Capranica. Il nome deriva dall’attigua Via del Collegio Capranica, dove, al civico 41, si trovava la sede legale della ditta di famiglia “Berardino Santarelli & Figli”, dalla quale tutto ebbe inizio nel lontano 1924. La sperimentazione vitivinicola ed enologica condotta da Casale del Giglio con la supervisione dell’enologo Paolo Tiefenthaler è un pilastro della viticoltura laziale moderna. Avviato negli anni ’80, questo lavoro ha trasformato l’Agro Pontino in un territorio vocato alla viticoltura di qualità. «Ormai il re è nudo – avverte SantarelliI – e viviamo un cambiamento di massa. È un momento catartico. Il mondo del vino è bersagliato da vari fattori che si sono manifestati contemporaneamente: i dazi di Trump, il codice della strada (che è una cosa giusta) è stato comunicato in maniera tremendista, ci sono mode come gli spritz e il gin, un nuovo lifestyle basato su diete no alcol. Tanti elementi che portano i giovani a bere meno».

Infatti il mondo del vino sembra ko…

Ma c’è vino e vino. Quali vini sono in crisi? Soffre di più la fascia alta: quei vini erano molto richiesti, ora non più. Il titolare di una enoteca di Aprilia mi dice che se una volta vendeva 100 bottiglie di Champagne Cristal di Louis Roederer ora ne vende 10. Ma sono in regresso anche i vini low cost. Rimangono i vini di qualità al giusto prezzo: un segmento che corrisponde alla nostra filosofia. Noi da sempre offriamo un ottimo rapporto qualità prezzo. Inoltre, abbiamo sempre preferito il territorio. Due terzi dei nostri vini si vendono nel Lazio.

Antonio Santarelli con l’enologo Paolo Tiefenthaler

Qual è lo stato attuale della viticoltura nel Lazio e quali sono le sfide più grandi?

Il Lazio avrebbe dei mercati sconfinati. Penso alla “prateria” romana: in primo luogo Roma e poi tutto il Lazio. A tutt’oggi i vini del Lazio rappresentano appena il 15% del totale dei vini venduti nella regione. Ma il vino del Lazio è migliorato, quindi credo sia un problema dei produttori.

In che senso?

È un questione di mentalità. Ai produttori del Lazio manca la lungimiranza, non sanno fare sistema, non sanno collaborare. Quando impareremo a farlo, il Lazio emergerà.

E i ristoratori?

Ai ristoratori del Lazio chiedo uno scatto di orgoglio: dovrebbero consolidare il territorio all’inizio della carta dei vini, oggi ancora dominata dai vini di altre regioni. Vale anche come carta d’identità da presentare ai turisti. Meglio ancora sarebbe avere due carte dei vini, una dedicata al Lazio e una dedicata agli altri. Diciamola così: a un certo punto bisogna scegliere se “rimanere in affitto” o “comprare la casa”.

C’è anche un po’ di confusione nelle denominazioni?

Penso alla Roma Doc: essendo una novità, andava progettata con maggiore cura per garantire omogeneità sia sull’aspetto estetico che sui formati. Ancora oggi ci sono cantine che usano bottiglioni pesantissimi e altre che mettono in commercio vino a poco prezzo. Se trovi un Roma Doc a tre euro vuol dire che i produttori non hanno una visione commerciale adeguata. Bisognerebbe lavorare sia sui formati che sul pricing. Servirebbero inoltre attività promozionali unitarie in Italia e all’estero, invece ognuno fa per conto suo. E pensa così di essere più intelligente dell’altro.

C’è chi rileva un problema di riconoscibilità nel blend della denominazione…

Il problema non è il blend, ma la qualità. Non posso assaggiare un Roma Doc buono e un Roma Doc  cattivo. La differenza di qualità produttiva è troppo grande. Alla fine, stai portando avanti il nome di Roma! Lo dico a fin di bene: c’è una mentalità ancora poco dinamica che non permette di cogliere le grandissime opportunità che il nostro mercato ci presenta.

Un esempio di opportunità?

Faccio un esempio numerico. Roma ha circa 10mila locali di somministrazione, Milano ne ha seimila, Firenze tremila. Certo, non tutti questi locali sono all’altezza, ma almeno 5mila sono buoni. Ma io produttore come ci arrivo? Servirebbe un agente di commercio capace di coprire 100 clienti all’anno. Ma ciò significa che servirebbero 50 agenti: ciò spiega la vastità del mercato. Se ci fossero politiche condivise si potrebbe fare meglio.

È un appello alle istituzioni?

La responsabilità non è della Regione Lazio o dell’Arsial, anzi… Massimiliano Raffa, presidente dell’Arsial, vorrebbe dai produttori proposte che nemmeno arrivano proprio perché non esiste una mentalità collaborativa. Ognuno propone se stesso, inevitabilmente con risultati circoscritti. Si vede nel collega accanto un concorrente: ma il vero concorrente sono gli altri territori. È una visione povera e minimale. Come quella di chi guarda con invidia chi conquista un premio. Ma se Riccardo Cotarella, tanto per fare un nome, prende un premio, è un premio che va a favore di tutto il Lazio. La nostra è una categoria miope dove non esiste lo spirito cavalleresco. Non avendo una strategia incisiva e raffinata si spendono molti soldi in modo improduttivo.

Anni fa lei provò a fare un’associazione di produttori del territorio. Come valuta quell’esperienza?

Sono un sognatore. Nell’ormai lontano 1999 mi venne l’idea di fondare un’associazione, “Le vigne del Lazio”, per raggruppare i produttori interessati a fare qualità. Ciascuno pagava una quota in base al proprio fatturato. Avevamo anche una commissione di assaggi guidata da importanti esperti come Daniela Scrobogna e Luciano Di Lello. Avevamo fissato una soglia qualitativa per i nostri vini: i selezionati avrebbero poi partecipato ai banchi di assaggio itineranti per farli conoscere. Questo meccanismo purtroppo suscitò reazioni negative da chi riceveva punteggi inferiori. Del resto, ogni produttore pensa di fare il vino più buono del mondo. Ma quel controllo di qualità obbligava le aziende a migliorare. L’avventura è durata 12 anni: fu un’avanguardia vera. Poi non mi sono più riproposto come presidente. Passai la mano al mio successore: dopo un anno il progetto fu chiuso.

A proposito di associazioni di produttori, come valuta il lavoro dei consorzi del Lazio?

Sui consorzi mi astengo. Per assonanza, meglio parlare dei concorsi: inviterei tutti i produttori del Lazio a partecipare alle selezioni in tutto il mondo per avere una misura della propria qualità.

Come dicevamo prima, c’è poi tutto il mondo che arriva a Roma…

C’è un grande sviluppo del turismo e, in particolare, del settore alberghiero: ma chi è in grado di offrire un assortimento interessante di vini del Lazio? Perché c’è squilibrio con altri territori? Le amministrazioni pubbliche non impongono i nostri prodotti ma ne avrebbero l’obbligo morale. Bisognerebbe parlarne con il comune di Roma: servirebbe un’authority che garantisse la tutela dei vini del territorio. Ma questa spinta dovrebbe arrivare dalla volontà dei produttori. Ripeto: l’Arsial fa un ottimo lavoro ma non riceve input.

Se il Lazio dovesse puntare definitivamente su due vitigni guida, uno bianco e uno rosso, secondo lei quali dovrebbero essere?

È un’ottima domanda. Direi bellone e cesanese, senza alcun dubbio. Di recente a Cori la cantina Cincinnato ha organizzato un’importante iniziativa dedicata al bellone, riunendo i produttori laziali provenienti da diverse province. Faccio i complimenti a Nazzareno Milita, il presidente della cantina Cincinnato, per l’idea che ha avuto e per il successo dell’iniziativa. Il bellone è coltivato in tutto il Lazio: dai  Castelli romani ai Monti Lepini, fino ad Anzio e Nettuno. Del resto, i nostri vecchi dicevano che il bellone vuol sentire l’aria del mare. Il bellone sulla costa è speciale, noi lo chiamiamo bellone di Anzio: è il nostro progetto, ma non vuol dire che il nostro sia il migliore. La buccia spessa del bellone contiene un tannino vegetale che, nel nostro Anthium, si sposa con i tannini della botte. È un vitigno non aromatico, tipico del Centro Italia come il verdicchio, espressione intensa del territorio. Può essere longevo: il nostro Radix è concepito, infatti, come una riserva.

E il cesanese?

Il cesanese viene dalle province di Frosinone e di Roma: è un altro vitigno molto rappresentativo del territorio, che dà il nome anche a una Docg. È capace di esprimere una grande eleganza: in questo può ricordare il pinot nero o il nerello mascalese. La sua qualità è confermata dal fatto che, al di là dei territori dove è da sempre radicato, viene ormai allevato anche in altre zone vitivinicole del Lazio, come i Castelli romani. Il compianto Andrea Franchetti, romano, grande produttore e conoscitore di vini, apprezzava il cesanese fino al punto di impiantarlo anche nei suoli vulcanici dell’Etna.

Insomma, il Lazio ha delle potenzialità che bisognerebbe saper sfruttare…

Di recente abbiamo raccolto la richiesta di un’agenzia di ospitare un importante degustatore newyorchese della rivista Vinous, Eric Guido, che doveva svolgere una serie di assaggi dei vini laziali. Lo abbiamo ospitato per tre giorni. La mattina gli offrivamo scrambled eggs, non con il bacon, ma con la coratella. Potremmo far sognare chi viene a Roma. A tal proposito, mi faccia finire raccontando un nuovo progetto associativo.

Un altro? Il lupo perde il pelo ma non il vizio…

Abbiamo creato un’associazione delle “trattorie romane de fori porta”. Sono quelle trattorie dove si andava la domenica, uscendo dalla città. Abbiamo utilizzato quel modello per raccontare i ristoranti di cucina romana fuori del Lazio, da Como a Lecce. I soci fondatori, con Casale del Giglio, sono il salumificio Sano di Amatrice e il caseificio Petrucci di Amatrice e Rieti: abbiamo così gli ingredienti base dell’amatriciana che ci candidiamo a fornire ai locali soci. Realizziamo eventi con Emy Persiani, una cantante che propone un repertorio di canzoni romane. Abbiamo già 20 associati, da Como a Lecce. In questi ristoranti Casale del Giglio è il battistrada ma, nel tempo, realizzeremo un’ampia carta dei vini del Lazio.


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 Loredana Sottile

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