Roma, 5 giugno 2026 – Natalia Paragoni, influencer ed ex volto di Uomini e Donne, ha riportato l’attenzione pubblica sul linfoma di Hodgkin raccontando una vicenda personale molto delicata: la diagnosi arrivata durante l’ottavo mese di gravidanza e l’inizio della chemioterapia dopo la nascita della figlia. Non è la prima volta che un volto noto contribuisce ad accendere i riflettori sui linfomi. Michael C. Hall, l’attore di “Dexter”, rese pubblica nel 2010 la diagnosi di linfoma di Hodgkin, poi entrato in remissione. Andy Whitfield, protagonista di “Spartacus”, morì invece nel 2011 per un linfoma non-Hodgkin: una malattia diversa, ma appartenente alla stessa grande famiglia dei tumori del sistema linfatico. Ma c’è un’altra notizia, altrettanto recente, e soprattutto incoraggiante, su questa patologia: lo studio internazionale di fase 1 PRIMAVERA (che para italiano) presentato al congresso dell’American Society of Clinical Oncology, ASCO, a Chicago: una sperimentazione su una nuova terapia mirata, AZD3470, nei pazienti con linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario, cioè tornato dopo le cure o non più sensibile ai trattamenti disponibili. I primi dati indicano che il farmaco è risultato efficace in circa un paziente su due tra quelli coinvolti nello studio, persone già sottoposte in media a sei precedenti linee di terapia. Alle dosi più elevate, la risposta globale si è avvicinata al 60% e le risposte complete sono state pari al 35%. Si tratta, nel pratico, di una risposta terapeutica, laddove le altre opzioni hanno fallito. “Sono risultati straordinari”, ha spiegato Enrico Derenzini – Direttore della Divisione di Oncoematologia all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano e Professore Associato di Ematologia alla Statale di Milano – “se si considera che si tratta di pazienti molto complessi e fragili, che hanno ricevuto in media 6 linee di terapia. È la prima volta al mondo che viene sperimentato un approccio di questo tipo nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario”.
Sommario
Il linfoma di Hodgkin è un tumore del sistema linfatico. Origina dai linfociti B, un tipo di globuli bianchi presenti nel sangue, nei linfonodi, nella milza, nel midollo osseo e negli altri organi che compongono il tessuto linfatico. Ogni anno, in Italia, sono stimati circa 2.200 nuovi casi. La malattia colpisce soprattutto i giovani, in particolare tra i 15 e i 35 anni, ma presenta anche un secondo picco di incidenza negli over 60. Il primo segnale può essere la comparsa di linfonodi aumentati di volume al collo, alle ascelle o all’inguine, spesso in assenza di infezioni. Altri sintomi possibili sono febbre persistente, sudorazioni notturne profuse, perdita di peso o prurito intenso. Sono manifestazioni che nella maggior parte dei casi possono dipendere anche da cause non oncologiche, ma che, se persistenti, meritano una valutazione medica. I progressi terapeutici hanno reso il linfoma di Hodgkin una delle neoplasie ematologiche con la prognosi migliore. La sopravvivenza a 5 anni supera l’85%. Questo tumore del sangue rappresenta quindi uno dei maggiori successi dell’oncologia moderna. Resta però una quota di pazienti che va incontro a recidiva o che non risponde più alle terapie disponibili. È questa la popolazione studiata in PRIMAVERA: pazienti complessi, già sottoposti a numerosi trattamenti.
Lo studio internazionale PRIMAVERA è promosso da AstraZeneca ed è stato presentato all’ASCO da Derenzini. L’Italia ha avuto un ruolo centrale: i due centri al mondo che hanno arruolato il maggior numero di pazienti sono italiani, lo IEO di Milano e l’IRCCS Policlinico Sant’Orsola di Bologna. Sono stati coinvolti 68 pazienti con linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario. Si trattava di persone pesantemente pretrattate, che avevano già ricevuto in media sei precedenti linee di terapia. Il farmaco sperimentale, AZD3470, è una terapia orale mirata. Non è una chemioterapia. È un inibitore selettivo di PRMT5 di seconda generazione, sviluppato per agire su una vulnerabilità biologica delle cellule tumorali. I dati confermano che la terapia è risultata efficace in circa il 50% dei pazienti trattati. Nei pazienti che hanno ricevuto i livelli di dose più elevati, la percentuale di risposta globale si è avvicinata al 60%, con risposte complete nel 35% dei casi. Per risposta completa si intende l’assenza di segni del tumore alle indagini radiologiche. Un altro elemento rilevante riguarda la tollerabilità. Secondo quanto riferito dai ricercatori, nello studio è stato osservato un profilo di sicurezza favorevole, senza interruzioni della cura legate a effetti avversi.
Il razionale biologico dello studio è uno degli aspetti più importanti. AZD3470 agisce attraverso un meccanismo epigenetico: modula cioè l’espressione genica delle cellule neoplastiche del linfoma di Hodgkin. “In più dell’80% dei casi, la malattia non esprime la proteina MTAP”, ha spiegato Derenzini. Questa condizione determina l’accumulo di un metabolita, MTA, che inibisce l’attività di un altro enzima, PRMT5. Proprio PRMT5 è il bersaglio del farmaco. “Siamo partiti dal presupposto che, se l’attività della proteina PRMT5 è già ridotta a causa di un’alterazione preesistente nella cellula, l’azione del farmaco possa essere ancora più efficace, perché è in grado di bloccare completamente l’attività di questo enzima, con un potente effetto antiproliferativo. Le cellule malate, che già presentano un difetto genetico, risultano estremamente sensibili all’azione del farmaco. Questo approccio rappresenta il paradigma della medicina di precisione“. In pratica il farmaco non agisce in modo generico sulle cellule che si dividono rapidamente, come avviene con molte chemioterapie, ma prova a colpire un punto debole specifico delle cellule tumorali. Uno degli aspetti più significativi dello studio PRIMAVERA è che AZD3470 ha mostrato attività senza ricorrere alla chemioterapia. Questo è particolarmente importante nel linfoma di Hodgkin, che spesso riguarda pazienti giovani. Le cure attuali hanno migliorato in modo decisivo la prognosi, ma la chemioterapia può comportare effetti collaterali nel medio e lungo periodo. Per questo la ricerca punta a trattamenti capaci di mantenere l’efficacia riducendo, quando possibile, la tossicità. “Va considerato che si tratta molto spesso di persone giovani, in cui la chemioterapia può determinare effetti avversi nel medio e lungo termine”, hanno rammentato gli esperti.
PRIMAVERA resta uno studio di fase 1. Questo significa che si trova in una fase precoce della sperimentazione clinica. Lo scopo principale è valutare sicurezza, tollerabilità, dose e primi segnali di efficacia. Per questo non si può ancora parlare di farmaco disponibile nella pratica clinica. “Va ricordato che si tratta di uno studio di fase 1, per cui serviranno anni prima della disponibilità della molecola nella pratica clinica”, ha sottolineato Derenzini. Ma gli studi di fase 1 sono anche il punto da cui partono molte terapie innovative. Come sottolinea Gennaro Daniele, segretario di Fondazione AIOM e direttore del programma e dell’UOC di fase I della Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS. “Il futuro delle cure parte dagli studi di fase 1”, ha spiegato Daniele. “Queste sperimentazioni richiedono tempi di attivazione veloci, necessari per permettere alla ricerca di avanzare con continuità e tradursi concretamente in nuove opportunità di cura”. Secondo Daniele, l’Italia ha competenze e centri di alto livello, ma sconta ancora tempi troppo lunghi nell’avvio degli studi clinici precoci. “Troppo spesso l’Italia resta indietro nell’avvio di questi studi, rispetto, ad esempio, agli altri Paesi europei, spesso più agili negli iter di approvazione”, ha detto. “In Danimarca devono essere approvati in 14 giorni dall’agenzia regolatoria danese. Nel nostro Paese servono in media tra 180 e 200 giorni”. Il tema è rilevante perché gli studi di fase 1, soprattutto in oncologia, possono rappresentare per alcuni pazienti l’accesso anticipato a farmaci innovativi quando le terapie standard non sono più efficaci. “Oggi, in Italia, circa l’80% dei trial clinici di fase 1 riguarda i tumori”, ha aggiunto Daniele. “Solo centri attrezzati per rispondere a elevati standard possono partecipare. Condurre studi di fase 1 significa offrire ai pazienti l’opportunità di accedere a farmaci altamente innovativi fino a dieci anni prima della loro approvazione”.
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