“Il vino non si spiega, si vive”: la strategia (unica) di Ca’ del Bosco per far innamorare le persone


Dal 2019 Ca’ del Bosco ha abbandonato le maggiori fiere di settore. E non investe nemmeno copiosamente in pubblicità, punta con forza altrove: portare le persone in cantina. «Parliamo di 25mila visite l’anno, circa 6mila solo stampa e trade. C’è chi viene solo per vedere le opere d’arte, chi abbina calici e bike tra i vigneti che durano diverse ore. Ci sono percorsi di degustazioni semplici e quelli più strutturati», racconta Maria Lavinia Zanella (in copertina insieme a maurizio Zanella), che cura la comunicazione e promozione dell’azienda come brand ambassador. Il momento di svolta sul piano enoturistico? The Floating Piers di Christo, quei pontili galleggianti ricoperti di tessuto giallo cangiante hanno collocato il Lago d’Iseo nella mappa mondiale: «Hanno fatto più quei 10 giorni di installazione che 100 anni di promozione turistica per il Lago», ridacchia Maurizio Zanella.

Cancello solare di  Giò Pomodoro

Qui sull’arte contemporanea si scommette da tempo: è il canale di comunicazione della cantina di Erbusco per valorizzare la produzione e la percezione del marchio. Il Cancello solare di Arnaldo Pomodoro apre il percorso da quasi 30 anni, mentre i lupi blu in plastica riciclata di Cracking art sul tetto fanno la guardia al progetto enologico. Sarà il cielo plumbeo, ma creano un’atmosfera irreale, quasi sinistra.

Niente fiere e pubblicità: la strategia controcorrente

In cantina il punto di partenza è un enorme plastico – stile Porta a Porta, ma decisamente più tecnologico e a dir poco dettagliato – ci immergiamo nella Franciacorta: i suoi anfiteatri, i monti che monti non sono davvero. Ed ecco che si illuminano le parcelle di proprietà, con un sistema digitale interattivo in grado di raccontare vita, morte e miracoli di ciascuna vigna, sesto d’impianto, età, lavoro, rese. Ca’ del Bosco – nel 1994 la quota di maggioranza passa al Gruppo Santa Margherita, oggi  Herita Marzotto Wine Estates – dispone di circa 280 ettari, tra vigne proprietà e fitti da almeno 20 anni. Tanti anni fa c’è stata la svolta verso il biologico: «Ci crediamo tantissimo anche se altri stanno facendo passi indietro. La Franciacorta ha perso un’occasione storica: poteva essere la prima denominazione interamente bio. Ci siamo andati vicino, eravamo arrivati al 72%, oggi siamo intorno al 53% che è comunque una cifra altissima se comparata alle altre grandi denominazioni del vino italiano ed europeo», aggiunge Maurizio. Il problema più grande per l’azienda è la siccità, l’azienda si sta strutturando con pozzi e nuovi sistemi: «L’inquinamento delle falde acquifere sarà il tema del futuro, anche per questo il bio è una scelta fondamentale». Intanto, si pianta sempre più in quota, le ultime vigne toccano i 550 metri nella zona di Santa Teresa.

Maurizio Zanella

Maurizio Zanella, l’esiliato

Come è nato il tutto? Da quello che lo stesso Maurizio Zanella definisce un esilio. «Questa veniva chiamata la valle dei lupi, nessuno ci voleva venire. Mi hanno esiliato qui dopo i successi milanesi», racconta divertito, mentre mostra quello che lui chiama “colosseo”, un rudere, 4 mura in croce conservate intorno alla vigna che si è sviluppata tutta intorno. «All’inizio non c’era nemmeno l’acqua e l’allaccio della luce, solo bosco. I primi mesi sono stati tremendi, poi mi sono appassionato e mi sono salvato con la moto». Zanella è uno di quei personaggi che nel vino italiano tornano di raro: visionari, testardi, poco inclini ad allinearsi, più interessati a costruire una strada che a percorrerne una già tracciata. Tra corse e scorribande, ha iniziato a esplorare zone poco conosciute dove poi ha investito e impiantato la vigna. Fondamentale è stata l’amicizia con lo storico fattore, Antonio Gandossi, e l’influenza fortissima di Luigi Veronelli: «Senza di lui non ci sarebbe tutto questo. Non solo come insegnamenti ma come valori, l’idea di andare contro il sistema, l’ordine delle cose, i disciplinari, un’integrità morale che è stata vera guida».

Sul piano tecnologico l’ossessione per il dettaglio e l’innovazione rasentano i limiti della “follia”. Ci sono quattro linee di pressatura, ogni cassetta viene sterilizzata prima dell’uso, i grappoli vengono lavati e poi asciugati per eliminare i residui di rame, in modo poi da valorizzare anche le fecce fini. Dal 2005 sono stati tra i primissimi a usare la tecnica Jetting per l’imbottigliamento grazie a un macchinario ideato – e brevettato – che elimina l’ossigeno dalla bottiglia prima della tappatura, evitando choc ossidativi e consentendo al contempo una riduzione di solfiti. L’ultima novità, racconta Stefano Capelli, enologo della casa da ben 40 anni – riguarda invece l’ossigeno all’interno del sughero,  tutti i tappi sono resi inerti con l’azoto prima del loro utilizzo. Il brevetto dovrebbe arrivare a breve promette scenari molto interessanti.

Peso del tempo sospeso di Stefano Bombardieri

E tra il Peso del tempo sospeso, l’iconico rinoceronte sospeso nel vuoto a dimensione naturale dell’artista bresciano Stefano Bombardieri, scritte al neon stilizzate sotto forma di tralci (Handandland di Irene Coppola), ritroviamo il vecchio torchio utilizzato dall’enologo francese André Dubois – (in francese “dal bosco” per ironia della sorte) 50 anni fa.

L’aveva firmata lui – con quel macchinario che sembra preistoria in mezzo a così tante luci – la bottiglia che degorgiamo à la volée: Anna Maria Clementi (la dedica è alla mamma di Maurizio) 1979, la prima annata prodotta. Colore luminosissimo e vitalità da vendere, è incredibilmente viva, con quella ricchezza aromatica piena, ma controllata, di nocciola tostata e pepe, già così riconoscibile. Al palato è ancora tagliente, lunghissima nello sviluppo, però; a seguire stappiamo la magnum di Anna Maria Clementi 2014, l’anno della sua scomparsa. Un vino di finezza poco comune, molto più sottile, agrumato e teso, purissimo nell’articolazione, tra le migliori versioni di sempre insieme a 2004 e 2008 (ci è piaciuta meno la 2015).

Cuvee Prestige Tunnel. Foto: Mattia Aquila

Il tunnel

La visita continua tra tunnel, giochi di luce, caveau con cieli stellati: un racconto del vino che non ha bisogno di didascalie, semplicemente si attraversa, si osserva, si ascolta.

La cupola dei sensi. Foto: Mattia Aquila

Così si struttura La cupola dei sensi, una stanza psichedelica con quattro postazioni che giocano con l’illusione e l’eccesso: il rumore del perlage portato all’estremo, il tatto, la vista, giochi di specchi, profumi spruzzati nei calici. «Fondamentalmente abbiamo capito che non dovevamo rompere i coglioni alla gente, con malolattiche e tecnicismi, ma far vivere il vino tramite emozioni, tramite istinti e sensazioni universali che arrivano a tutti», taglia corto Maurizio.

«C’è chi vuole venire qui solo per passare un buon pomeriggio e magari non sa nulla di vino come il nerd di turno che vuole sapere tutto. Per questo, in fase di prenotazione e all’inizio delle visite facciamo diverse domande per capire il mood del gruppo e declinare la visita», aggiunge Maria Lavinia. Fondamentalmente in tutta la visita non si parla mai nel dettaglio dei vini, ma tutto ciò che è intorno li ricostruisce, li fa immaginare per creare attesa e desiderio.

E si continua tra iperrealismo, eccesso e sguardi fanciulleschi con la Prestige Immersion, si entra in un’enorme bottiglia capovolta composta da 34mila bottiglie vuote e retroilluminate di Cuvée Prestige, con una navicella che conduce sottoterra, lì dove sono stoccate appena 10 milioni di bottiglie. Il dialogo con l’arte continua tra sculture – ogni anno viene finanziato un premio a un giovane scultore del territorio – e foto d’autore.

L’illuminazione ricrea un cielo stellato attraverso i fori del pupitres

La stilettata ai cuochi

L’80% della produzione viene venduta in Italia, quasi il 90% al ristorante (al resto ci pensa Esselunga), un modello piuttosto peculiare. «Un modello completamente diverso rispetto ai francesi, su 140 milioni bottiglie di Champagne vendute nel Paese, 75 passano attraverso la grande distribuzione. Noi dobbiamo continuamente girare, creare una rete, mantenere i rapporti». E arriva in tavola l’attualità, a partire dal tema ricarichi eccessivi e il calo di vendite del vino, la mancanza di spirito imprenditoriale.

«Il cuoco è bravo a fare il suo mestiere, ma la cucina è solo il 49% di un ristorante. E questo i cuochi non l’hanno ancora capito perché sono molto egocentrici. Infatti, dove non c’è un cuoco superstar poi il ristorante mediamente va bene», ironizza Maurizio. Scocca il momento di una magnum di Curtefranca Chardonnay 2009. Pazzesca: completa, raffinata, legno e frutto danzano; ha davanti a sé almeno altri 15 anni gloriosi; meno performante il Maurizio Zanella 2009, blend di cabernet, merlot e franc. Nella nostra lunga militanza al Gambero non ricordiamo di aver assaggiato un solo rosso della Franciacorta capace di farci sobbalzare dalla sedia. La produzione dei vini fermi della casa si concentrerà, in particolare per i rossi, nella zona oriente della Franciacorta, dalle parti di Cellativa, dove in passato esisteva una piccola denominazione dedicata.

Il futuro dell’alcol

Nel futuro prossimo non sono di certo in programma vini senz’alcol a casa Zanella: «Sul vino dealcolato abbiamo perso la battaglia a livello europeo, non si doveva chiamare vino. Non è vino, levi l’alcol e levi l’anima, senza è un’altra bevanda che non ci interessa», taglia Maurizio. L’errore è stato politico – evidenzia – la pressione delle grandi cooperative sociali e di chi aveva troppo vino invenduto ha prevalso, ma non vede affatto un futuro roseo per la categoria, che sarà sempre minoritaria e si stabilizzerà intorno al 5% dei consumi.

Stefano Capelli. Foto by Giuseppe La Spada

Insieme a Stefano Capelli, il regista silenzioso che non esce mai dalla cantina, entriamo sul tecnico e ricordiamo una data precisa: 1978, l’anno del primo Dosaggio Zero. Al tempo, viste le vendemmie, era davvero un azzardo, probabilmente si tratta del primo in assoluto in Italia e tra i primissimi casi in Europa. E questo spiega anche perché oggi il Dosaggio Zero Vintage Collection sia il riferimento per la tipologia. Oggi però la musica è cambiata: «Non abbiamo più bisogno di dosare perché il frutto è già maturo, non devo più bilanciare l’acidità. Da 4 anni non facciamo più il Brut e anche sul Satèn siamo sul grammo e mezzo di zucchero».

E sulla ricerca dell’ossidazione ha le idee parecchio chiare e diametralmente opposte alla scuola Selosse: «Quello è un gesto tecnico, il gusto ossidativo non mi fa sentire la vigna. È un aroma che genera il lievito, è l’intervento dell’uomo. E se con queste vendemmie calde perché dovrei ossidarlo, io piuttosto devo proteggerlo, non devo creare l’aroma, ma conservare l’unicità di partenza».

Maurizio rincara la dose: «Bisogna sempre ricordarci da dove parte La Franciacorta. Oggi nei giovani non vedo più quella fame e voglia di migliorarci che avevamo, alcuni giovani produttori si sono seduti su qualcosa che danno per scontato, attenzione!», dice chi ha costruito l’azienda con una bottiglia sempre pronta in valigia girando senza sosta. Oggi è Maria Lavinia a portare avanti e costruire la nuova rete di contatti. Tra le bottiglie scovate in cantina, ritroviamo anche un insolito, e fuori produzione, Elfo 10, taglio di erbamat (varietà locale piantata alla fine degli anni ’80, quando non era nemmeno legale) e sauvignon blanc. A Ca’ del Bosco le hanno provate davvero tutte: una meravigliosa banda di matti.

Foto di copertina: Prestige Immersion, Mattia Aquila


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 Antonella De Santis

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