Una giornata tra teatro, musica e narrazione per bambini e adulti culmina nel monologo serale all’Anfiteatro Catalano, celebrando arte, memoria e rigenerazione culturale del borgo
Mendicino – C’è una Calabria che sceglie di investire nella bellezza come motore di crescita, nella cultura come esperienza collettiva e nel teatro come strumento di trasformazione sociale. È la Calabria che in queste settimane trova una delle sue espressioni più significative a Mendicino, dove “La Scuola dei Classici 2026” sta dando vita a un progetto che supera i confini del tradizionale festival per diventare un autentico esperimento di rigenerazione culturale. Tra vicoli antichi, palazzi storici, piazze, teatri e scorci naturali, il borgo alle porte di Cosenza si è trasformato in una grande scena diffusa, un organismo vivo attraversato da artisti, studenti, famiglie, operatori culturali e spettatori provenienti da tutto il territorio. Promossa dalla compagnia Porta Cenere e diretta da Nat Filice e Mario Massaro, la manifestazione, sostenuta dalla Città di Mendicino e dalla Regione Calabria attraverso il progetto “La Calabria che incanta”, nell’ambito del Programma Operativo Complementare (POC) 2014-2020, sta dimostrando come la cultura possa diventare infrastruttura permanente di comunità, capace di generare partecipazione, conoscenza e nuove prospettive.
La forza della rassegna risiede proprio nella sua capacità di abbattere le barriere tra palco e pubblico, tra formazione e spettacolo, tra patrimonio materiale e immateriale. Qui il teatro non è soltanto rappresentazione: è incontro, educazione, riflessione, scoperta del territorio e costruzione di cittadinanza.
È all’interno di questo percorso che si inserisce la giornata del 5 giugno, strutturata come un vero crescendo narrativo che accompagna il pubblico dal mattino fino al grande appuntamento serale, quando Debora Caprioglio sarà protagonista assoluta nei panni di Artemisia Gentileschi. L’attesa per lo spettacolo delle ore 21.00 all’Anfiteatro Catalano, “Non fui gentile, fui Gentileschi” di Roberto D’Alessandro e Federico Valdi, rappresenta infatti il punto di arrivo emotivo e simbolico di una giornata costruita come un viaggio attraverso linguaggi e immaginari differenti, ma tutti legati da un’unica idea di teatro come esperienza totale.
Il 5 giugno (ore 11.00), al Teatro Comunale, Paolo Capodacqua porterà in scena “Bianchi, Rossi, Gialli e Neri”. Un progetto ispirato all’universo di Gianni Rodari che rifiuta ogni deriva didascalica e ogni semplificazione infantile per restituire alla parola poetica la sua complessità più autentica, musicale e visionaria. La sensibilità dell’autore, tra i più raffinati autori e interpreti della canzone per l’infanzia, accompagna il pubblico in un viaggio rivolto a bambini e “adulti ritornati bambini”, chiamati a riscoprire lo stupore come forma di conoscenza. La cifra di Capodacqua, tra i più raffinati autori e interpreti della canzone d’autore per l’infanzia, si riconosce in un linguaggio che sfugge al facile intrattenimento per avvicinarsi piuttosto alla grande tradizione della letteratura per ragazzi. In questo percorso trovano spazio anche i testi di Gianni Rodari, rielaborati e musicati in una veste sonora capace di restituire con immediatezza la forza poetica dello scrittore di Omegna. Alle 12.00 il festival prosegue con “Raccontare in musica”, laboratorio che indaga il punto esatto in cui il suono smette di accompagnare la narrazione e diventa narrazione esso stesso. È un passaggio cruciale del progetto: qui il pubblico non assiste soltanto, ma entra nei meccanismi profondi della creazione, scoprendo come ritmo, voce e struttura musicale possano modellare storie, emozioni e significati.
Alle ore 17.00, “Le avventure di un pulcino nel cosmo” spalancherà le porte di un universo narrativo vertiginoso, dove il viaggio interstellare diventa esplosione di curiosità, meraviglia e scoperta del mondo. Un teatro di narrazione per ragazzi che prende vita grazie alla mise en espace e all’interpretazione di Kristina Mravcova, su drammaturgia di Maria Milasi. Una produzione Officine Jonike Arti per 45 minuti di pura immaginazione scenica. Dallo spazio profondo, arriva sulla Terra un pulcino fuori da ogni logica: buffo, irruento, irresistibilmente curioso. Arriva da un viaggio infinito tra galassie, pianeti sconosciuti, civiltà sorprendenti, creature bizzarre e regole che sfidano ogni immaginazione. Con energia, ironia e stupore contagioso, il piccolo viaggiatore apre davanti agli spettatori finestre su mondi impossibili, dove la tecnologia supera la fantasia e la fantasia supera la realtà. Ogni pianeta è una storia, ogni incontro una scoperta, ogni parola un invito a guardare oltre. Ma il cuore pulsante del racconto è una domanda che resta sospesa nell’aria come una scia luminosa: come è finito sulla Terra questo piccolo esploratore del cosmo? E soprattutto, dopo aver visto l’infinito… sceglierà di restare o di ripartire? Lo spettacolo rompe la distanza tra scena e platea e costruisce un dialogo diretto, vivo, in continuo movimento con i giovani spettatori, che diventano parte del viaggio stesso. Il ritmo cambia, si adatta, respira insieme al pubblico. Il messaggio è chiaro e potente: crescere non significa smettere di sognare, ma imparare a guardare più lontano. E solo chi non perde la meraviglia può davvero continuare a volare… anche nello spazio infinito.
La giornata raggiungerà il suo vertice emotivo e drammaturgico alle ore 21.00 all’Anfiteatro Catalano con “Non fui gentile, fui Gentileschi” di Roberto D’Alessandro e Federico Valdi. Un intenso monologo interpretato da Debora Caprioglio nei panni di Artemisia Gentileschi. Lo spettacolo apre uno squarcio profondo nella vita della pittrice, restituendola non come icona cristallizzata della storia dell’arte, ma come donna in lotta permanente tra creazione e sopravvivenza, tra ferita e riscatto. Siamo nel suo studio, nel luogo in cui tutto nasce e tutto si ricompone: la pittura diventa confessione, resistenza, identità. Artemisia racconta la propria infanzia, la perdita della madre, la formazione in una Roma seicentesca in cui il talento femminile è costantemente messo alla prova e spesso negato. Ma soprattutto racconta il suo corpo a corpo con un mondo che la vorrebbe altrove, lontana dall’arte, confinata in ruoli predefiniti. E invece lei insiste, resiste, dipinge. Ore intere a cercare un volto fino a catturarne l’anima, come se ogni pennellata fosse un atto di libertà conquistata. Il testo attraversa senza filtri anche l’abisso della violenza subita, ma lo trasforma in materia teatrale che non indulge mai nel compiacimento, bensì si eleva a testimonianza di forza e consapevolezza. Artemisia non è solo vittima né solo eroina: è artista totale, che trasforma il dolore in linguaggio e il linguaggio in sopravvivenza. In lei la pittura non è mestiere, ma destino. Lo spettacolo restituisce così la figura di una donna che ha saputo imporsi in un sistema dominato dagli uomini, affermando la propria identità non attraverso la negazione del dolore, ma attraverso la sua trasformazione in arte.
A chiudere la giornata, alle 22.30, sarà il video mapping di Gianpaolo Palumbo con “Raccontare il borgo con la luce”: una metamorfosi visiva che riporta l’architettura al centro del racconto contemporaneo, trasformando il borgo in una superficie viva su cui la memoria si riattiva attraverso la luce.
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