Tra gli intellettuali di riferimento per Ravenna e non solo negli ultimi decenni soprattutto in tema di intercultura e migranti, Tahar Lamri è anche lo sceneggiatore di tutti i testi andati in scena in quel meraviglioso esperimento che è il Gran Teatro di Lido Adriano che dal 10 al 14 giugno tornerà in scena, nella cornice del Ravenna Festival, al Cisim. Decine di persone in scena che non sono attori professionisti ma che collaborano con artisti come, tra gli altri, il musicista Francesco Giampaoli e gli attori di spazio A, per la direzione artistica di Luigi Dadina delle Albe (che ne è anche regista) e Lanfranco Vicari.
Tahar, lo spettacolo di quest’anno è il Viaggio in Occidente, un grande classico della letteratura cinese. Che Occidente si vede dalla Cina?
«In questo caso è l’India. È la storia di un monaco alla ricerca delle sacre scritture ed è un testo molto popolare, reso celebre, per esempio anche da Dragon Ball. Già negli anni Settanta era diventato un fumetto in Italia e disegnato anche da Milo Manara. Si tratta di una commedia, un testo che fa davvero ridere».
Al Cisim però non abbiamo mai visto sceneggiature lineari, senza contaminazioni. In questo caso dobbiamo aspettarci una maggiore fedeltà all’originale?
«No, anzi. Abbiamo cercato di mescolare il comico dell’Opera di Pechino ai meccanismi della commedia dell’arte e la cosa straordinaria è che le due tradizioni si riconoscono a vicenda come sorelle. I quattro ruoli fissi del teatro cinese corrispondono quasi perfettamente agli archetipi italiani: Sun Wukong, il Re Scimmia, è il nostro Arlecchino, acrobatico, ribelle, servitore con poteri magici. Zhu Bajie, il Maiale, è Pulcinella: goloso, comico, corporale. Anche i costumi fondono i due codici: nel teatro cinese il rosso è per gli eroi, il verde per i demoni, il bianco per i viziosi e noi abbiamo tenuto questi colori, ma con le forme della commedia dell’arte. Poi c’è il Narratore, seduto in alto su uno sgabello da arbitro, con un fischietto: quando la scena diventa caotica fischia e alza la mano. È lui a governare il disordine. E poi ci sono i ragazzi che hanno composto brani rap, e un filone più filosofico che si rifà al taoismo. La sfida quest’anno è ancora più ardua proprio perché la comicità è particolarmente difficile, far ridere davvero è la cosa più seria che esiste».
E in scena, cosa succederà?
«Come sempre ci saranno un centinaio di persone, compresi i bambini e gli adolescenti che stanno facendo davvero un lavoro incredibile a cui tutti dobbiamo moltissimo, e poi ci sono gli uomini e le donne che in questi anni hanno aderito al progetto dando vita a una vera propria comunità».
Questo è molto percepibile anche guardando il pubblico, sempre estremamente vario e numeroso. Ma è una comunità di Lido Adriano?
«Solo in parte, in realtà. Lo è per quanto riguarda i più giovani, che poi portano le loro famiglie agli spettacoli, non a caso le repliche vanno sempre subito sold out. Ma in realtà ci sono tante persone di Ravenna e dintorni che negli anni hanno dato vita a un gruppo molto affiatato: la “brigata artistica e solidale”. È forse la cosa di cui siamo più orgogliosi, in questi anni. Sono una ventina di persone che ormai fanno parte del progetto non solo come attori, ma come struttura portante, si occupano di tutto quello che tiene in piedi uno spettacolo: gestire la logistica, accogliere il pubblico. Ma quest’anno hanno fatto un passo in più: hanno partecipato attivamente al gruppo di lettura che ha lavorato sul testo, lo hanno trasformato, ci hanno messo le mani. Non è una cosa scontata. Significa che il confine tra chi fa e chi organizza si è dissolto, e che il progetto è diventato davvero collettivo, nel senso più profondo del termine. Sono persone di Ravenna e dintorni, italiani e non, di età diverse e il fatto che tengano insieme il lato pratico e quello artistico dice qualcosa di importante su cosa può diventare un teatro quando smette di essere uno spettacolo e diventa una comunità che si prende cura di se stessa. Per quanto riguarda il nostro pubblico, non è un pubblico nel senso tradizionale del termine. È fatto di persone che guardano e riconoscono, riconoscono un vicino, un collega, un figlio. E a volte, l’anno dopo, le ritrovi dall’altra parte. È già successo: qualcuno che era seduto in platea una sera si è presentato alle prove la stagione successiva. Non è una cosa che organizziamo, è una cosa che accade. E quando accade, capisci che il confine tra chi fa e chi guarda era sempre stato arbitrario. In fondo il Gtla non produce spettatori fedeli: produce persone che a un certo punto non riescono più a stare solo a guardare».
Per molti versi un’esperienza intergenerazionale e interculturale. Un po’ quello che poteva diventare il Festival delle culture che lei ha diretto nelle prime edizioni e su cui di recente ha avuto parole di critica molto nette, accusandolo di fatto di essere diventato un mero “cartellone di eventi” senza nessun protagonismo degli immigrati stessi.
«Ho aspettato molto prima di parlarne, proprio perché avevo fondato io quel festival nel 2004 e lo avevo diretto fino al 2012. Non volevo fare la figura di chi dice “quando c’ero io era bello, ora fa schifo”. Ma a un certo punto il silenzio diventa complicità. All’inizio parlavo con novantadue associazioni delle comunità straniere, e solo dopo stilavo il programma. C’era una direzione artistica ma c’era anche una partecipazione vera: le comunità erano soggetti, non oggetti. Poi è cambiato qualcosa. Il festival ha smesso di essere uno spazio in cui le comunità erano soggetti e ha cominciato a trattarle come un tema: qualcosa di cui occuparsi, da programmare, da rendicontare. Ed è esattamente lì che si è rotto tutto, si è espanso nello spazio e nel tempo, è diventato più ricco economicamente, ma ha perso il centro. Le associazioni sono state tagliate fuori, i giovani di seconda generazione non ci sono più. Si è espanso tutto e si è svuotato tutto. La differenza tra il festival che era e quello di oggi è esattamente la differenza tra essere protagonisti ed essere un tema».
Per la verità gli immigrati sono un “tema” da tanto tempo. E anzi la sensazione, a guardare lo scenario politico locale e nazionale, è che si sia ancora fermi ai dibattiti di venti o trent’anni fa…
«È vero, ed è anche per questo che la politica è diventata incomprensibile o inutile per tanti giovani che allora non c’erano. Le cose sono cambiate, ma spesso non le parole o la nostra capacità di leggerle. E purtroppo è sempre la destra a dettare le priorità del discorso pubblico mescolando l’immigrazione alla sicurezza e la sinistra, cercando di evitare il problema, non fa che fornire legna per tenere acceso quel fuoco».
Però a Ravenna abbiamo una giovane assessora di seconda generazione e molto giovani, Hiba Alif, e una parlamentare di origine marocchina come Ouidad Bakkali.
«E di questo non posso che essere felice, naturalmente. Ma siamo anche la stessa città che poi, in nome del decoro, multa un venditore di fiori ambulante con un’ammenda da 5mila euro».
La spaventa la parola “Remigrazione” che sta entrando in qualche modo nel discorso pubblico?
«Credo si tratti di realtà veramente marginali e sarei curioso di capire perché il movimento di estrema destra abbia scelto proprio Ravenna per la sua prima uscita, lo scorso novembre. Ma la verità è che almeno nel nord gli italiani sono fondamentalmente di sinistra, perché sono figli della Resistenza».
E invece nel futuro del Gran Teatro cosa intravede? Dove guarderà il prossimo spettacolo a Lido Adriano?
«Personalmente vorrei continuare il lavoro verso Oriente, perché davvero Ravenna, con il suo passato bizantino, non può che guardare in quella direzione. E anche verso il sacro, come abbiamo fatto in tutti questi anni. Ho già chiesto aiuto a due dei massimi esperti in materia, per poter affrontare il Liber Pontificalis, un’impresa assai ardua, ne sono consapevole. Vedremo».
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Federica Angelini
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