Era cominciato con la protesta dei tennisti contro la distribuzione dei ricavi dei tornei del Grande Slam. Finirà come l’edizione delle rinunce, dei malesseri e delle grandi occasioni aperte dalla caduta dei favoriti.
Il Roland Garros 2026 ha mostrato il volto più imprevedibile e più fragile del tennis moderno. Nel torneo femminile e in quello maschile, le gerarchie sono state travolte da infortuni, virus, caldo intenso e sconfitte inattese.
Il risultato è la consacrazione di Mirra Andreeva, campionessa Slam a diciannove anni, e la prima finale Major di Flavio Cobolli, arrivato all’ultimo atto dopo il ritiro di Matteo Arnaldi.
La protesta sui ricavi prima del torneo
Alla vigilia delle partite, alcuni dei principali giocatori avevano ridotto a quindici minuti la propria disponibilità verso stampa e televisioni.
Il numero non era casuale. Secondo i tennisti, i tornei del Grande Slam destinerebbero ai premi circa il 15 per cento dei propri ricavi, contro percentuali più alte riconosciute nei circuiti Atp e Wta.
La richiesta riguarda non soltanto l’aumento dei montepremi, ma anche maggiori risorse per previdenza, assistenza sanitaria e sostegno ai giocatori meno ricchi.
La protesta economica si è presto intrecciata con una questione ancora più profonda: quanto può reggere il fisico di un atleta dentro un calendario sempre più esteso e dispendioso?
Andreeva approfitta del crollo delle favorite
Nel tabellone femminile sono uscite progressivamente quasi tutte le principali teste di serie.
Mirra Andreeva ha saputo attraversare il caos con maggiore lucidità, conquistando il primo titolo Slam della carriera a diciannove anni. In finale ha superato Maja Chwalińska con il punteggio di 6-3, 6-2.
La polacca, numero 114 del mondo, era partita dalle qualificazioni e ha sfiorato una delle imprese più clamorose nella storia del torneo.
Jasmine Paolini è stata invece fermata da un problema a un piede, in un’edizione che ha eliminato anticipatamente molte delle protagoniste più attese.
Alcaraz e Musetti fuori prima del via
Nel torneo maschile, il processo di selezione era cominciato ancora prima del sorteggio.
Carlos Alcaraz, campione uscente, aveva rinunciato per un problema al polso. Lo spagnolo ha successivamente annunciato anche il forfait a Wimbledon.
Lorenzo Musetti non è partito per Parigi a causa di un infortunio al retto femorale. Due assenze pesanti, che avevano già privato il torneo di uno dei principali favoriti e di uno degli italiani più competitivi sulla terra rossa.
Il crollo improvviso di Sinner
Il momento che ha cambiato definitivamente il torneo è stato il cedimento di Jannik Sinner contro Juan Manuel Cerúndolo.
Il numero uno del mondo aveva vinto i primi due set ed era arrivato a servire per chiudere la partita nel terzo. Poi ha progressivamente perso energie, lucidità e capacità di spostamento, cedendo in cinque set.
Il caldo aveva raggiunto livelli molto elevati, ma Sinner ha parlato soprattutto di un malessere e di una condizione fisica difficile da spiegare nell’immediato.
Non è quindi possibile attribuire con certezza il suo crollo soltanto alle temperature. Il caldo, la fatica accumulata, l’idratazione, il recupero e un possibile problema organico possono avere concorso in misura differente.
Berrettini fermato durante il derby italiano
Anche Matteo Berrettini ha dovuto interrompere il proprio percorso.
Il romano si è ritirato durante il confronto con Matteo Arnaldi per un problema fisico, rinunciando alla possibilità di proseguire in un torneo nel quale aveva ritrovato continuità e fiducia.
Il suo forfait ha permesso ad Arnaldi di avanzare, ma il ligure aveva già accumulato un carico enorme di lavoro.
Arnaldi, quasi venti ore in campo prima del virus
Prima della semifinale contro Cobolli, Arnaldi aveva disputato cinque partite per un totale vicino alle venti ore.
Nella notte precedente il match ha accusato vomito e sintomi riconducibili a un’infezione virale. Poco prima dell’ingresso in campo è arrivato il ritiro.
Il virus non può essere considerato automaticamente una conseguenza della fatica. È però ragionevole osservare che un organismo sottoposto a partite lunghe, recuperi brevi e temperature elevate può diventare più vulnerabile.
Cobolli si è così qualificato per la prima finale Slam senza giocare la semifinale.
Il calendario non concede tregua
Il tennis professionistico non ha una vera pausa stagionale.
La stagione comincia a gennaio in Australia, attraversa cemento, terra ed erba e prosegue fino alle Finals e alla Coppa Davis di novembre. Gli atleti devono adattarsi continuamente a superfici, fusi orari, palline, temperature e condizioni ambientali differenti.
I migliori giocatori disputano inoltre partite più lunghe perché arrivano quasi sempre alle fasi finali dei tornei.
Negli Slam maschili il formato al meglio dei cinque set aumenta ulteriormente il carico. Una singola partita può superare le quattro ore, con tempi di recupero spesso inferiori alle quarantotto ore.
Un gioco sempre più fisico
Il tennis contemporaneo richiede accelerazioni continue, cambi di direzione violenti e una capacità di resistenza molto superiore rispetto al passato.
Le racchette e le corde consentono di colpire con maggiore potenza, ma obbligano anche a difendere più lontano dal campo e a sostenere scambi ad altissima intensità.
Il talento tecnico non basta più. Serve una preparazione atletica vicina a quella degli sport di resistenza, accompagnata dalla forza esplosiva necessaria per servizio e risposta.
Il corpo è diventato il primo terreno sul quale si decide una partita.
Il caldo come nuovo avversario
La prima settimana del Roland Garros è stata segnata da temperature molto alte.
Il caldo aumenta il rischio di disidratazione, crampi, nausea, vertigini e calo della capacità di concentrazione. Anche gli atleti più preparati possono perdere rapidamente efficienza quando il corpo non riesce più a disperdere il calore.
Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e medicina preventiva dell’Università Statale di Milano, ricorda che le temperature elevate rappresentano uno stress fisiologico importante anche per sportivi di altissimo livello.
La sfida sarà proteggere la salute senza compromettere la natura agonistica dello spettacolo.
La crisi climatica cambia anche il tennis
Il passaggio dalla terra rossa all’erba era tradizionalmente associato a condizioni più fresche.
Oggi, però, anche Germania e Gran Bretagna possono essere investite da ondate di calore prolungate. Wimbledon, che inizierà il 29 giugno, non può più considerarsi automaticamente al riparo dalle temperature estreme.
Il tennis dovrà valutare protocolli più flessibili: pause aggiuntive, tetti chiusi, variazioni negli orari, soglie di temperatura e umidità oltre le quali sospendere o modificare il gioco.
Non sarebbe una resa allo spettacolo, ma un adattamento a condizioni ambientali mutate.
Il rischio di spiegare tutto con una sola causa
Il numero dei ritiri invita a una riflessione, ma non autorizza conclusioni semplicistiche.
Alcaraz aveva un problema al polso, Musetti un infortunio muscolare, Arnaldi un virus, Berrettini un diverso problema fisico. Sinner ha accusato un malessere durante una giornata molto calda.
Ogni caso possiede una storia medica distinta. Il calendario e il clima possono rappresentare fattori aggravanti, ma non costituiscono necessariamente la causa diretta di ogni ritiro.
Il dato generale resta comunque evidente: troppi protagonisti sono arrivati a Parigi già infortunati o non hanno completato il torneo.
Cobolli e Andreeva simboli del nuovo spazio aperto
Nel vuoto lasciato dai grandi nomi sono emersi giocatori pronti a sfruttare l’occasione.
Andreeva ha trasformato il talento precoce nel primo titolo Slam. Chwalińska ha raggiunto la finale partendo dalle qualificazioni. Cobolli si è conquistato la possibilità di giocare per il titolo contro Alexander Zverev.
Non sono risultati casuali. Per arrivare fino in fondo servono qualità, preparazione e capacità di reggere la pressione.
Ma è altrettanto vero che la caduta dei favoriti ha aperto un varco che raramente il tennis recente aveva offerto con tanta ampiezza.
Lo spettacolo non può consumare i giocatori
Il Roland Garros 2026 sarà ricordato per le sorprese, ma anche per le domande che lascia.
Quanto può essere esteso il calendario? È ancora sostenibile il formato dei cinque set in condizioni climatiche estreme? I tornei devono destinare più risorse alla salute e al recupero degli atleti? Le partite devono essere programmate tenendo maggiormente conto delle temperature?
La protesta economica dei giocatori e la sequenza degli infortuni raccontano, in fondo, la stessa tensione: il tennis produce sempre più ricavi e spettacolo, ma chiede ai corpi degli atleti uno sforzo crescente.
Parigi ha incoronato nuovi campioni. Ma ha anche mostrato che il sistema rischia di consumare troppo rapidamente proprio coloro che rendono possibile lo spettacolo.
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Fulvio Miele
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