Niente bandiera, niente inno. Ma Mirra Andreeva non ha avuto bisogno di simboli nazionali per prendersi il centro del Philippe-Chatrier. A 19 anni e 39 giorni, la ragazza arrivata dalla Siberia ha conquistato il Roland Garros e, durante i ringraziamenti, ha riservato l’ultima dedica alla persona che più di tutte ha dovuto imparare a sostenere: se stessa.
«E infine, grazie a me», ha detto con il sorriso e con quella sicurezza finalmente conquistata dopo anni vissuti tra talento precoce, aspettative enormi e improvvisi sbalzi emotivi.
Mirra Andreeva ha battuto la polacca Maja Chwalińska 6-3, 6-2, chiudendo la finale in un’ora e 22 minuti e conquistando il primo titolo del Grande Slam della carriera.
La più giovane campionessa dai tempi di Monica Seles
Andreeva diventa la più giovane vincitrice del Roland Garros dal 1992, quando Monica Seles conquistò a 18 anni il terzo titolo consecutivo sulla terra parigina.
La tennista russa ha disputato il torneo senza bandiera e sotto status neutrale, come previsto per gli atleti di Russia e Bielorussia dopo l’invasione dell’Ucraina.
Interrogata sulla guerra e sulla situazione internazionale, Andreeva ha espresso il desiderio di vivere in un mondo senza conflitti, evitando però di approfondire il tema politico.
«Quando gioco non penso alla politica», ha spiegato.
La favola di Chwalińska si ferma in finale
La sconfitta non cancella il torneo straordinario di Maja Chwalińska.
La ventiquattrenne polacca, numero 114 del mondo alla vigilia del torneo, era partita dalle qualificazioni ed era arrivata fino all’ultimo atto senza sponsor importanti e con risorse economiche limitate.
È stata la prima qualificata della storia a raggiungere la finale del Roland Garros e la seconda dell’era Open ad arrivare così lontano in un torneo dello Slam, dopo Emma Raducanu agli Us Open del 2021.
La britannica riuscì a completare l’impresa vincendo il titolo. Chwalińska si è invece arresa alla maggiore potenza, profondità e solidità mentale di Andreeva.
Una finale controllata dopo l’inizio difficile
La partita non è stata spettacolare, ma ha raccontato la maturità raggiunta dalla giovane russa.
Chwalińska ha provato a spezzare il ritmo con traiettorie differenti, palle corte e variazioni. Nelle prime fasi Andreeva è apparsa contratta e ha dovuto fare i conti con la tensione della prima finale Slam.
Sul 3-3 del primo set, però, la partita ha cambiato direzione. La russa ha aumentato la profondità, ridotto gli errori e conquistato nove giochi consecutivi, portandosi avanti 6-3, 5-0.
La polacca ha evitato un passivo ancora più pesante, ma non è riuscita a riaprire realmente la sfida.
Il lavoro con Conchita Martinez
Una parte importante del successo appartiene a Conchita Martinez, ex numero due del mondo e campionessa di Wimbledon nel 1994.
La spagnola ha preso in carico una giocatrice dal talento evidente, ma ancora fragile nella gestione delle emozioni. Andreeva poteva irritarsi dopo un errore, perdere concentrazione e mostrare apertamente il proprio malumore.
Il lavoro tecnico è stato accompagnato da quello psicologico. Nel box della nuova campionessa Slam c’è stabilmente anche una professionista della mente, ormai considerata essenziale quanto il fisioterapista e il preparatore atletico.
Prima della finale, Andreeva ha parlato con la psicologa e ha ricevuto un’indicazione precisa: niente atteggiamenti negativi dopo gli errori, niente espressioni sconsolate, attenzione rivolta soltanto al punto successivo.
«Voglio mostrare un’immagine positiva»
La trasformazione mentale è stata evidente durante l’intero torneo.
Andreeva ha raccontato di voler abbandonare definitivamente il muso lungo e le reazioni impulsive che avevano accompagnato alcune sconfitte.
«D’ora in poi voglio dare di me un’immagine positiva», ha spiegato.
Non si tratta soltanto di comunicazione. Nel tennis, il linguaggio del corpo può trasmettere fiducia all’avversaria oppure rivelare paura e frustrazione. A Parigi la russa ha imparato a nascondere i momenti di difficoltà e a restare dentro la partita.
L’ispirazione di Roger Federer
Prima della finale, Andreeva ha rivisto alcune partite di Roger Federer.
Non cercava necessariamente soluzioni tattiche. Voleva osservare l’eleganza, la calma e il controllo con cui il campione svizzero affrontava i momenti più importanti.
«Ho pensato che in campo mi sarebbe piaciuto essere elegante come lui», ha raccontato.
La finale non ha avuto la leggerezza estetica dei migliori giorni di Federer, ma Andreeva ha mostrato la qualità più importante: la capacità di gestire la pressione senza lasciarsi travolgere.
Il pensiero a Maria Sharapova
L’ultima russa a vincere un torneo del Grande Slam era stata Maria Sharapova, proprio al Roland Garros nel 2014.
Andreeva aveva cinque anni quando Sharapova conquistò Parigi nel 2012 e sette quando si ripeté due stagioni più tardi. La nuova campionessa ha raccontato di sapere che l’ex numero uno del mondo si trovava in città e di sperare che avesse assistito alla finale.
Sharapova era realmente sugli spalti e, dopo la vittoria, ha celebrato pubblicamente il successo della connazionale.
Il passaggio di testimone è simbolico: da una campionessa cresciuta lontano dalla Russia a un’altra ragazza che ha dovuto lasciare presto casa per inseguire il tennis internazionale.
Dalla Siberia a Cannes
Andreeva è nata a Krasnojarsk, in Siberia, e ha iniziato a giocare a tennis da bambina.
La famiglia si è trasferita prima a Mosca e poi in Francia, a Cannes, per offrirle strutture e condizioni più adatte alla crescita sportiva.
Il talento è emerso rapidamente. A 16 anni aveva già raggiunto la seconda settimana nei tornei più importanti e nel 2024 era arrivata in semifinale proprio al Roland Garros.
La promessa si è trasformata gradualmente in una giocatrice completa, capace di vincere sulla terra rossa e sul cemento e di affrontare le migliori senza complessi di inferiorità.
Il primo Slam e il numero 6 mondiale
La vittoria di Parigi porterà Andreeva al numero 6 della classifica Wta, suo miglior piazzamento in carriera.
È la più giovane giocatrice presente nella top 10 e una delle poche adolescenti capaci di conquistare un titolo Slam nel tennis contemporaneo.
La sua crescita non sembra ancora conclusa. Servizio, potenza e gestione delle partite possono essere ulteriormente migliorati, ma il successo al Roland Garros cambia definitivamente la sua posizione nel circuito.
Non è più soltanto una promessa o una ragazza prodigio. È una campionessa Slam.
Il sogno diventato realtà
Andreeva ha raccontato di avere immaginato molte volte il momento della vittoria.
Lo aveva visualizzato nei sogni, durante gli allenamenti e nei momenti trascorsi a occhi aperti pensando alla coppa.
Quando l’ultimo punto è diventato realtà, l’emozione ha superato ogni fantasia.
«Questo momento me l’ero immaginato mille volte. Vissuto dal vivo è stato molto meglio».
Sul palco della premiazione, accanto a Conchita Martinez e al suo barboncino, Mirra Andreeva ha ringraziato la famiglia, la squadra e tutte le persone che l’hanno accompagnata.
Poi ha aggiunto l’ultima frase. Quella più importante per una ragazza che ha dovuto imparare a controllare le proprie paure e a credere nel proprio talento.
«E infine, grazie a me».
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Anna Buono
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