La relazione annuale della Banca d’Italia richiama un dato che dovrebbe essere al centro del dibattito pubblico nei prossimi anni: secondo le elaborazioni sui dati dell’INPS, entro il prossimo decennio circa un terzo della forza lavoro dell’intero comparto pubblico andrà in pensione. Si tratta di quasi 1,4 milioni di lavoratrici e lavoratori, di cui oltre 500.000 appartenenti alla Pubblica amministrazione in senso stretto.
Si potrebbe leggere questa prospettiva come una criticità. Noi riteniamo, invece, che rappresenti una straordinaria opportunità. Forse la più importante occasione di riforma della macchina pubblica italiana degli ultimi quarant’anni.
Per troppo tempo il settore pubblico ha subito politiche di blocco del turnover, vincoli alle assunzioni e una programmazione del personale spesso insufficiente. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’età media tra le più elevate d’Europa, una crescente difficoltà nel reperire professionalità specialistiche e un progressivo squilibrio tra competenze richieste e disponibili.
Non è responsabilità dei dipendenti pubblici, che in questi anni hanno garantito servizi essenziali ai cittadini anche in condizioni difficili. È il frutto di scelte che hanno considerato il personale un costo da comprimere anziché il principale investimento per il funzionamento dello Stato.
Oggi, però, il quadro cambia radicalmente.
L’uscita di centinaia di migliaia di lavoratori deve essere accompagnata da un piano straordinario di ricambio generazionale che non si limiti a sostituire numericamente chi andrà in pensione, ma ripensi profondamente la composizione professionale della Pubblica amministrazione.
L’obiettivo deve essere chiaro: abbassare drasticamente l’età media dei dipendenti pubblici e costruire amministrazioni più dinamiche, più competenti e più attrattive.
Un’organizzazione che invecchia senza rinnovarsi rischia inevitabilmente di perdere la capacità di innovare. Al contrario, l’ingresso di nuove generazioni porta energie, conoscenze aggiornate, familiarità con le tecnologie digitali, capacità di lavorare in contesti organizzativi più flessibili e orientamento ai risultati.
Naturalmente non si tratta di contrapporre giovani e meno giovani. Sarebbe un errore grave. Le competenze, l’esperienza e il patrimonio professionale accumulato dai lavoratori che si avviano alla pensione rappresentano un valore enorme che deve essere trasferito e valorizzato. La vera sfida consiste nel costruire una transizione ordinata, in cui esperienza e innovazione si integrino e si rafforzino reciprocamente.
Per questo motivo, il turnover deve essere programmato con anticipo, favorendo l’affiancamento tra personale in uscita e personale nuovo, la trasmissione delle competenze e la costruzione di percorsi professionali capaci di accompagnare il cambiamento.
Il contesto in cui questo ricambio si realizzerà è inoltre caratterizzato da una trasformazione tecnologica senza precedenti. L’intelligenza artificiale, l’automazione dei processi, la digitalizzazione dei servizi e l’utilizzo avanzato dei dati stanno modificando il lavoro pubblico tanto quanto stanno modificando quello privato.
La domanda, dunque, non è soltanto quanti lavoratori assumere, ma quali competenze inserire.
Servono profili tecnici, digitali, giuridici, economici e organizzativi capaci di governare l’innovazione. Servono giovani laureati che oggi, troppo spesso, considerano la Pubblica amministrazione un’opzione poco attraente. Servono percorsi di reclutamento più rapidi, selezioni moderne, carriere valorizzanti e retribuzioni competitive rispetto al mercato.
Se vogliamo che la PA sia protagonista della trasformazione digitale del Paese, dobbiamo renderla nuovamente un luogo in cui i migliori talenti desiderino lavorare.
Da questo punto di vista, la sfida riguarda anche la qualità dell’occupazione pubblica. Il ricambio generazionale non può tradursi in precarietà o in una continua ricerca di soluzioni temporanee. Occorrono assunzioni stabili, investimenti nella formazione continua e una contrattazione capace di accompagnare l’evoluzione delle professionalità.
Ma c’è un’altra condizione essenziale per rendere il lavoro pubblico attrattivo e garantire il successo di questa stagione di rinnovamento: la certezza delle regole.
Il ricambio generazionale che si profila nei prossimi dieci anni non può diventare il pretesto per mettere in discussione diritti maturati o per scaricare sui lavoratori pubblici il costo della sostenibilità dei conti pubblici.
Nessuno può immaginare che, di fronte all’aumento del numero dei pensionamenti e della spesa previdenziale, si possano modificare retroattivamente le regole del gioco o rivedere i criteri di calcolo delle pensioni per chi ha costruito la propria vita professionale sulla base di norme vigenti da decenni.
Come Confsal-UNSA, abbiamo già denunciato con forza questo rischio durante il dibattito sulla legge di bilancio 2024. In quell’occasione, furono introdotte modifiche che avrebbero inciso sulla quota retributiva delle pensioni di centinaia di migliaia di lavoratori pubblici appartenenti alle casse previdenziali, poi confluite nell’INPDAP e successivamente nell’INPS: dipendenti degli enti locali iscritti all’ex CPDEL, personale sanitario iscritto all’ex CPS, insegnanti delle scuole elementari parificate e degli asili iscritti all’ex CPI, ufficiali giudiziari iscritti all’ex CPUG e altre categorie del pubblico impiego che avevano maturato la propria posizione previdenziale sulla base di regole vigenti da decenni.
Si trattava di un intervento che giudicammo immediatamente iniquo perché metteva in discussione le aspettative previdenziali maturate nel corso di intere carriere lavorative. Le vicende successive hanno confermato quanto fossero fondate quelle preoccupazioni: l’applicazione delle nuove disposizioni ha infatti generato interpretazioni e ricalcoli che hanno coinvolto anche lavoratori ai quali tali penalizzazioni non avrebbero dovuto essere applicate, rendendo necessario l’intervento dell’INPS per il riesame delle posizioni e la restituzione delle somme indebitamente trattenute. Una vicenda che dimostra quanto sia rischioso intervenire su materie previdenziali con l’obiettivo prevalente di realizzare risparmi di bilancio, incidendo sui diritti e sulle aspettative costruiti nell’arco di una vita lavorativa.
Quando si interviene sulle pensioni non si può agire con approssimazione né utilizzare i trattamenti previdenziali come strumento di compensazione finanziaria.
Le pensioni non sono una variabile di aggiustamento dei conti pubblici. Sono il risultato dei contributi versati per l’intera vita lavorativa e costituiscono un patto tra lo Stato e i suoi dipendenti.
C’è un principio antico che conserva intatta la sua validità: pacta sunt servanda. Gli accordi devono essere rispettati. Se per quarant’anni un lavoratore ha assunto decisioni personali, familiari e professionali confidando in determinate regole previdenziali, lo Stato non può modificarle quando il traguardo è ormai vicino.
Il danno provocato da interventi di questo tipo non è soltanto economico. È soprattutto un danno alla fiducia. E la fiducia è il capitale più prezioso che un’amministrazione possa possedere.
Che idea possono farsi i giovani che dovrebbero scegliere di entrare nella Pubblica amministrazione se percepiscono che le regole possono essere cambiate unilateralmente lungo il percorso? Come possiamo chiedere ai migliori talenti di investire il proprio futuro nel servizio pubblico se non siamo in grado di garantire stabilità, certezza del diritto e rispetto degli impegni assunti?
Come Confsal-UNSA, siamo convinti che il futuro della Pubblica amministrazione si giochi oggi. Nei prossimi dieci anni avremo la possibilità di ridisegnare interi settori dello Stato, di ringiovanire gli organici, di introdurre nuove competenze e di migliorare l’efficienza dei servizi resi ai cittadini e alle imprese.
Sarebbe un errore storico sprecare questa occasione limitandosi a gestire le uscite o, peggio ancora, cercando di finanziare la sostenibilità del sistema attraverso interventi che colpiscono i diritti previdenziali acquisiti.
Il pensionamento di oltre un milione di dipendenti pubblici non va considerato una perdita da compensare, bensì un’opportunità da cogliere. Un’occasione per costruire una Pubblica amministrazione più giovane, più preparata, più innovativa e più vicina alle esigenze del Paese.
Perché il vero tema non è sostituire chi lascia il lavoro. È decidere quale Pubblica amministrazione vogliamo consegnare all’Italia del futuro. Una Pubblica amministrazione capace di attrarre i giovani, valorizzare le competenze, rispettare i lavoratori e mantenere la parola data.
Il momento di compiere questa scelta è adesso.
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Massimo Battaglia
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