Cybersicurezza, Boato (TrueBees): “La nuova frontiera dei deepfake è la voce”


I deepfake stanno diventando un problema concreto di sicurezza, frode e fiducia digitale per le organizzazioni. Dalla ricerca Gartner (gennaio 2026) emerge che gli incidenti legati ai deepfake coinvolgono ormai il 35% delle organizzazioni, mentre Entrust collega i deepfake a un tentativo su cinque di frode biometrica e Signicat riporta un aumento del 2137% dei tentativi di frode tramite deepfake negli ultimi tre anni.

E se il deepfake su video vive sofisticazioni crescenti dalle identità virtuali dei video via social alle webcall così diffuse nel mondo del lavoro fino alla pratica legale, il prossimo vero allarme è l’audio sintetico, destinato ad avere impatti dirompenti: dalla gestione di interviste e statement in ambito giornalistico, alla manipolazione per frodi, impersonificazioni e falsi contatti di emergenza.

È in questo contesto che nasce TrueBees, start up italiana pioniera che ha sviluppato una tecnologia capace non solo di individuare i deepfake video ma di ricostruire l’intera catena di manipolazione di un contenuto multimediale dalla creazione alla diffusione sui social.

 “TrueBees- racconta Giulia Boato, professoressa ordinaria presso il Dipartimento di Ingegneria e Scienza dell’Informazione (Disi) dell’università di Trento, Co-founder e Chief Scientist Officer di TrueBees- è una startup deep-tech nata a Trento nel 2024 dall’incontro tra ricerca scientifica e impresa e, in particolare, dal lavoro fatto al Dipartimento di Ingegneria e Scienza dell’Informazione dell’università di Trento. Il nostro lavoro è aiutare media, aziende, professionisti e organizzazioni a capire se un’immagine, un video e adesso anche una voce siano autentici, modificati o se siano stati generati da un’intelligenza artificiale”.

“E la cosa che ci caratterizza molto- prosegue- è uscire dalla logica della domanda: ‘Questo contenuto è vero o è falso?’ A noi interessa capire qual è la storia di un contenuto, perché crediamo che un’immagine e un video, quando finiscono online, facciano un viaggio, subiscano quindi trasformazioni che possiamo ricostruire. Per noi il passaggio importante è dunque passare dal fact-checking al chain-checking: non soltanto capire che cos’è il risultato finale, ma qual è la vita che ha fatto un contenuto online. Secondo noi è un po’ il modo più realistico per affrontare il deepfake al giorno d’oggi”.

Truebees ha già individuato una nuova frontiera nel campo della sicurezza e del rilevamento dei deepfake, quello dei cosiddetti sistemi multimodali a modalità agentica. “Detto in modo semplice- spiega la professoressa Boato- quello che noi vogliamo fare è sostenere che non si possa più utilizzare un singolo strumento per dire se una cosa è vera o è falsa. Oggi i deepfake sono troppo sofisticati e realistici per poter usare soltanto un indicatore. I nostri sistemi, e quello che noi vediamo come soluzione nel futuro in prospettiva, è mettere insieme segnali diversi, fare una ricerca multimodale, quindi analizzare l’immagine, il video, le tracce lasciate dalle modifiche, la compressione, il contesto in cui un deepfake può essere utilizzato e, in prospettiva, anche la voce”.

“La parte agentica- informa la Co-founder e Chief Scientist Officer di TrueBees- significa avere un orchestratore che mette insieme come un gruppo di esperti confronta le diverse prove e trova una risposta, un ragionamento fatto a partire dagli input dei singoli strumenti. E la cosa molto importante è che vogliamo tenere in conto l’incertezza degli strumenti per evitare la risposta univoca, vero o falso, ma anche per dare una possibile risposta di incertezza e quindi magari di coinvolgimento dell’utente umano, se necessario”.

TrueBees ha stilato 6 regole d’oro per insegnare a difendersi da immagini, video e voci generate artificialmente. “Prima di tutto- rende noto la professoressa Boato- secondo me la regola principale è fermarsi prima di credere e condividere. Questo, naturalmente, è sempre una buona regola. E iniziando dalle cose più semplici, la prima cosa che una persona può fare è cercare qual è la fonte originale, ovvero se si riesce a capire chi ha condiviso quel dato per primo e l’autorevolezza della fonte. Come seconda cosa si può sicuramente utilizzare degli strumenti, anche Google, per fare una ricerca inversa, e per andare a vedere se quel contenuto multimediale è stato magari precedentemente utilizzato, perché succede spessissimo che vi sia un utilizzo decontestualizzato dei media”.

“La terza cosa- evidenzia la professoressa ordinaria presso il Dipartimento di Ingegneria e Scienza dell’Informazione (Disi) dell’università di Trento- è sicuramente vedere, verificare se dei fact checker o altre fonti affidabili hanno già verificato la veridicità o meno del contenuto e poi, come quarta cosa, iniziare a guardare i dettagli. I dettagli possono essere le ombre, i riflessi, la sincronizzazione del labiale se abbiamo a che fare con un video di una persona che parla, la voce, senza però fidarci più dell’occhio umano, perché abbiamo dimostrato che davvero il realismo attuale delle immagini e ormai anche dei video è talmente alto che noi esseri umani veniamo davvero confusi da questo tipo di media”.

“La quinta- dice ancora- è fermarsi, prendere un grande respiro, in particolare se i deepfake sono a carattere molto forte, quindi se stimolano paura, indignazione, rabbia: può essere che siano proprio fatti nei contesti più facili dove vengono fatte condivisioni di fake news o di contenuti che possono stimolare molto e polarizzare l’opinione e quindi prendere un po’ di tempo prima di condividere. Naturalmente, quando si ha a che fare con aziende che hanno a che fare con la reputazione delle persone, Truebees propone di utilizzare gli strumenti scientifici: Truebees ne propone uno, ce ne sono altri, ma l’idea è quella di andare veramente a utilizzare strumenti tecnologici per poter dare un’inferenza, un’informazione sull’autenticità o meno del dato, proprio perché gli esseri umani con i loro sensi in questo momento non sono più in grado davvero di dare una risposta affidabile e accurata”.

Infine uno sguardo alla prossima sfida di Truebees. “Decisamente il voice cloning: se dovessi dire solo una sfida, stiamo andando lì. Per fine 2026- dichiara- vorremmo avere un detector anche per la voce, non solo per l’immagine e per il video come abbiamo già, perché la voce è un dato a cui noi umani tendiamo ad affidarci molto, a credere, è emotivamente molto stimolante, per cui se sentiamo la voce di qualcuno che conosciamo tendiamo subito a credere a qualsiasi cosa dica. Ma è pur vero che in pochi secondi, a partire da un audio di una persona, io posso generare una voce che dica quello che voglio che la persona dica”

“Questo è incredibile- sottolinea- ed è una cosa su cui abbiamo bisogno e voglia anche di fare consapevolezza, di parlare alle persone, perché alcune sono consapevoli, altre molto meno. E con questo si possono fare frodi, impersonificazioni, falsi messaggi vocali, false interviste, deposizioni. Quindi, la possibilità di misuse, quindi di utilizzo veramente manipolatorio di questi tipi di deepfake è grande”.

“Quindi- conclude Giulia Boato- TrueBees vuole andare lì per dare alle persone degli strumenti per poterci fidare ancora, perché l’idea non è non fidarci più ma fidarci meglio, fidarci con degli strumenti che davvero ci sostengano per prendere delle decisioni consapevoli”


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 Pierfrancesco Malu

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