Veronica De Romanis, apriamoci al nuovo


Negli ultimi vent’anni abbiamo vissuto quattro crisi: finanziaria, pandemica, energetica e geopolitica. Cosa ci aspetta nei prossimi due decenni? «Tendo a essere ottimista: col tempo l’Europa si è rafforzata e resisterà», sostiene Veronica De Romanis, economista, un passato da consulente del Mef e oggi docente di politica economica alla Stanford University a Firenze e alla Luiss di Roma.
Fresca del suo ultimo libro, L’Economia della paura. Perché conservando si arretra (Mondadori). L’abbiamo intervistata per provare a capire come l’Italia possa uscire dall’impasse di bassa crescita e debito elevato che rischia di far collassare la nostra economia.

Già vent’anni fa il Pil dell’Italia non brillava, essendo tra i Paesi più indebitati. La situazione oggi non sembra essere cambiata…
Siamo cresciuti negli ultimi 20 anni dello 0,6%, mentre la media europea è cresciuta dell’1,6%, quindi meno della metà, ma il nostro debito è sempre stato tra i più elevati. Nel 2026 il debito/Pil sarà più alto di quello della Grecia: viaggia intorno al 137,1% nel 2025 e, stando alle proiezioni, continuerà a crescere fino a superare il 138% nel 2027. Ci indebitiamo con l’idea che più si spende più si cresce.

E non funziona?
È solo un grande inganno, perché applichiamo il “metodo dell’economia della paura”. Tutti governi, di qualsiasi colore politico, negli ultimi vent’anni hanno adottato questo approccio. Basta individuare un nemico: la globalizzazione, le élite, gli immigrati o il fisco. I governi sfruttano queste presunte minacce per offrire protezione e non crescita, sussidi e bonus invece di investimenti e riforme. Così non solo si sta fermi, ma si torna indietro, dritti verso il declino. Guardiamo i numeri: passata la sbornia dei bonus, nel 2023 eravamo allo 0,9% poi allo 0,8% e giù fino allo 0,4%.

Nel 2005 l’Economist definì l’Italia il «vero malato d’Europa». Torneremo a esserlo?
Siamo già il fanalino di coda. Se confrontiamo il Pil italiano con quello europeo negli ultimi 20 anni, gli unici periodi in cui noi siamo cresciuti più della media Ue sono stati quelli della “sbornia” dei bonus, cioè nel 2021, 2022, 2023. E questa performance è dovuta ai bonus – nello specifico 100 miliardi di Pnrr e 170 miliardi di Superbonus – e ovviamente a un grande rimbalzo dopo un grande tonfo. Non curiamo in maniera strutturale il sistema economico: quando succedono le crisi, la nostra caduta è sempre più profonda della media europea. Siamo un’economia fragile e quando arriva la crisi abbiamo meno strumenti degli altri. Se replichiamo il modello del bonus per un po’ andiamo su. Lo chiamo l’effetto soufflé, perché poco dopo scendiamo dove eravamo prima, ma più fragili perché il debito aumenta.

La paura serve anche a rimandare le riforme…
Offrire protezione è molto più semplice in un’economia come la nostra che ha due caratteristiche: da una parte, abbiamo un problema demografico e una società meno dinamica; dall’altra, siamo una repubblica di tribù protette con sussidi e bonus. Basti pensare alle 625 voci di deduzioni e detrazioni che costano ogni anno 108 miliardi. Questi gruppi vogliono mantenere i loro diritti acquisiti. La parola concorrenza non esiste. Chi ne paga il prezzo? Donne e giovani.

Crollo delle nascite, invecchiamento della popolazione, fuga dei cervelli. C’è un’altra riforma in vista, soprattutto sul fronte previdenziale?
Negli ultimi vent’anni si sono fatte due riforme: pensioni e Jobs Act. Entrambe hanno subito attacchi da chi le aveva approvate. Chi aveva dato l’ok alla riforma Fornero, ha provato poi in tutti i modi a scardinarla; si è provato a smantellare il Jobs Act con un referendum. La riforma delle pensioni per ora tiene e andrà ovviamente rivista. Per fortuna, l’attuale governo, forse memore di quello che è successo con il Conte I, ha capito che quando si ha un debito pubblico così elevato e si crea una crisi con i mercati finanziari, alla fine un prezzo si paga. E a pagarlo in termini di maggiore spread sono le famiglie e le imprese.

Come valuta l’esperienza dei governi tecnici?
Quello di Monti è l’unico governo, insieme al Conte I, che ha fatto una vera austerità, e anche l’attuale governo. Gli altri hanno fatto politiche moderatamente espansive dal punto di vista fiscale. Il governo Draghi è stata un’occasione persa. Penso al bonus 110%: fu definito «la più grande truffa ai danni dello Stato» e, due minuti dopo, fu prorogato.

Il governo Meloni ha ricevuto valutazioni positive dalle agenzie di rating. Le politiche economiche l’hanno convinta?
Il governo attuale ha capito che i mercati non sono così cattivi, perché comprano il nostro debito e quindi finanziano una parte dei nostri 1.150 miliardi di spesa pubblica. Noi già spendiamo 86 miliardi di interessi, cioè più di quanto si spende in istruzione. Sono stati prudenti e graduali. L’errore che si continua a compiere, però, è confondere gli strumenti con gli obiettivi: la stabilità di bilancio è uno strumento per raggiungere la crescita economica, non un obiettivo. Dal 2026 il debito sarà al 138,6% del Pil, nel 2027 andrà al 138,5%, una discesa molto piccola. Bisogna agire anche sul denominatore del rapporto debito/Pil ed è mancata una politica economica con una visione di medio-lungo termine, con interventi strutturali, nonostante il Pnrr.

Nel 2006 le “lenzuolate” di Bersani; vent’anni dopo il ritorno dello Stato nelle imprese. È tornato di moda il protezionismo?
Il Golden Power è un altro modo per applicare il metodo dell’economia della protezione: ti faccio credere che ti sto offrendo protezione contro l’acquirente straniero che vuole conquistare settori che io stesso definisco più o meno strategici. Aveva senso in certi periodi ed è stata ampliato il suo utilizzo durante il Covid, ma poi siamo arrivati a un abuso. Dietro la copertura di un racconto in cui ti dico «guarda, ti sto proteggendo», in realtà quello che ti sto offrendo è il solito immobilismo. Basti pensare al caso Unicredit, quando si è arrivati a definire “straniere” banche che non lo sono.

L’Italia ha nove unicorni, gli Usa oltre 800. Abbiamo perso il treno dell’innovazione?
Siamo tra gli ultimi per tasso di natalità delle imprese, ma al contempo siamo anche tra gli ultimi per tasso di mortalità. Le aziende nascono poco e muoiono ancora di meno, perché le teniamo in vita: nessuno deve mai fallire, nessuno deve mai innovare. Invece, ci sarebbe bisogno della “distruzione creatrice”: apriamoci al nuovo.

Come si immagina l’Italia fra 20 anni?
Oggi la Banca centrale europea dispone di ben quattro strumenti di politica monetaria straordinari che si possono utilizzare all’occorrenza, questo rende una crisi finanziaria come quella che abbiamo visto nel 2011-2012 meno probabile. Inoltre, sempre a livello europeo abbiamo delle nuove istituzioni così come nuovi strumenti, temporanei ma replicabili. Quindi, all’interno dell’Ue, le cose si muovono, anche se restano dei dossier da completare: l’Unione bancaria e l’Unione dei capitali. Quello che però bisogna capire sul piano politico è che siamo in un momento in cui non ci si può più permettere il lusso dell’ambiguità. La classe politica è arrivata a un punto in cui deve scegliere. E parlo della classe politica italiana: o si entra davvero, ci si siede al tavolo e si collabora per una maggiore integrazione, o si resta piccoli.


Intervista tratta dallo speciale 20+20 – Cosa è successo e cosa può (ancora) succedere, pubblicato sul numero di Business People di giugno. Scarica il numero o abbonati qui



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 Clemente Pacifico

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