Gli Oscar dell’inclusione cambiano casa. E il report boccia i media italiani


Per la prima volta dalla loro nascita, i Diversity Media Awards lasciano Milano e approdano a Roma. L’XI edizione degli ormai celebri “Oscar dell’inclusione”, promossi dalla Fondazione Diversity presieduta da Francesca Vecchioni e diretti artisticamente da Ivan Cotroneo, si terrà a settembre 2026 nella Capitale grazie al patrocinio dell’Assessorato ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale.

L’appuntamento, aperto al pubblico, premierà i personaggi, i programmi, i film, le serie e i contenuti digitali che nel corso del 2025 hanno saputo raccontare la diversità in maniera autentica, rispettosa e innovativa, contribuendo a costruire una rappresentazione più aderente alla realtà della società contemporanea.

Peggiora la qualità della rappresentazione nei media

L’annuncio arriva insieme alla pubblicazione del Diversity Media Report 2026, la ricerca annuale che monitora la rappresentazione di genere, etnia, disabilità, età, comunità LGBTQ+ e aspetto fisico nei media italiani. E i dati emersi non sono incoraggianti.

Secondo il report, il 2025 segna infatti una battuta d’arresto nella qualità dell’inclusione nei media. Nei telegiornali aumenta il numero di notizie che trattano temi legati alla diversità, ma cresce parallelamente l’utilizzo di narrazioni stereotipate e semplificate. Donne associate prevalentemente ai casi di violenza, giovani raccontati attraverso episodi di devianza, etnie collegate soprattutto a criminalità e conflitti internazionali: un quadro che, secondo gli analisti, rischia di consolidare pregiudizi anziché contrastarli.

Ancora più significativa la quasi totale assenza di alcune categorie dal racconto dell’informazione televisiva: la disabilità compare soltanto nel 2,6% delle notizie analizzate, mentre il mondo LGBTQ+ si ferma allo 0,4% e l’aspetto fisico allo 0,8%.

Intrattenimento sotto esame

Anche il settore dell’intrattenimento mostra segnali di arretramento. Dei 140 prodotti presi in esame dal report, appena il 28% raggiunge standard qualitativi elevati in termini di rappresentazione inclusiva. A distinguersi sono soprattutto podcast, contenuti digitali e produzioni dedicate ai più giovani, mentre la televisione generalista e una parte consistente del cinema continuano a privilegiare modelli narrativi più tradizionali.

Il pubblico è più avanti dell’industria

Il dato forse più sorprendente riguarda il pubblico. Contrariamente alle strategie prudenti adottate da parte dell’industria audiovisiva, il 96% delle segnalazioni ricevute dagli spettatori è stato giudicato positivamente dagli esperti della ricerca, dimostrando una crescente capacità di riconoscere e premiare contenuti inclusivi e di qualità.

La nostrea intervista

Per comprendere meglio il significato dei dati emersi, abbiamo raggiunto telefonicamente Francesca Vecchioni, presidente della Fondazioni Diversity e ideatrice del progetto.

Chi è riuscito a evolversi in questi dieci anni?

I soggetti che hanno mostrato una maggiore capacità di evoluzione sono sicuramente i media più indipendenti. Penso soprattutto al mondo digitale, che negli anni ha beneficiato di una maggiore libertà e che proprio grazie a questa è riuscito a migliorare progressivamente. Va detto che nell’ultimo anno abbiamo registrato qualche segnale di rallentamento, ma nel complesso il bilancio resta positivo. Il digitale è più indipendente da molte delle dinamiche che caratterizzano i media tradizionali: da alcune logiche di potere, da determinati condizionamenti economici e, soprattutto, da meccanismi che influenzano fortemente il racconto dell’attualità.

Quali sono questi meccanismi?

Penso in particolare alla televisione. Molti programmi finiscono per seguire l’agenda delle notizie del momento. In Italia il processo di costruzione dell’informazione è spesso collegato ai temi della politica e della cronaca.

Quando il dibattito pubblico viene guidato prevalentemente da questi argomenti, inevitabilmente anche il racconto televisivo ne viene influenzato. E se tali temi vengono affrontati con un approccio allarmistico o problematizzante, quella stessa impostazione tende a riflettersi nei programmi di approfondimento e nell’intrattenimento.

Dove si registrano ancora le maggiori criticità?

Abbiamo analizzato programmi televisivi, serie italiane, film e informazione. In questi ambiti, quando vengono affrontati temi legati alla diversità – dalla disabilità alle questioni etniche, dall’identità di genere alle tematiche LGBTQIA+ – il modo di raccontarli è rimasto sostanzialmente invariato. Spesso vengono trattati attraverso una lente pietistica, paternalistica o allarmistica. È una modalità narrativa che sembra rispondere a un’idea stereotipata del pubblico, mentre la realtà è ben diversa».

Il pubblico è davvero più avanti?

Assolutamente sì. I risultati della ricerca dimostrano che le persone desiderano confrontarsi con questi argomenti e sono perfettamente in grado di comprenderli quando vengono affrontati in modo corretto, completo e rispettoso, senza semplificazioni o interpretazioni distorte.

Dove si vedono invece i progressi evidenti?

Nella serialità internazionale e nei contenuti destinati a bambini, bambine, ragazzi e ragazze. Anche nelle produzioni italiane emerge una maggiore attenzione alla rappresentazione della diversità. Da una parte c’è una cultura della scrittura più evoluta e consapevole rispetto al pubblico giovane; dall’altra c’è la natura stessa dello strumento narrativo. L’immaginario offre una maggiore libertà creativa e consente di costruire rappresentazioni più naturali e inclusive».

Il digitale riesce a sottrarsi da queste dinamiche?

Non completamente, perché anche il digitale risente del clima culturale generale. Tuttavia dispone di un vantaggio importante: una maggiore pluralità di voci.

Chi produce contenuti digitali, chi realizza format e gli stessi creator rappresentano una realtà molto più diversificata rispetto alle redazioni tradizionali. Questa varietà favorisce la nascita di narrazioni alternative e di veri e propri controcanti rispetto ai racconti dominanti.

Ci sono altri media che mantengono questa indipendenza?

Penso alla radio. Storicamente ha sempre rappresentato uno spazio libero e aperto al confronto. Ancora oggi conserva una maggiore autonomia rispetto ad altri media e continua a essere un luogo in cui affrontare temi complessi con linguaggi e prospettive differenti.

Su cosa bisogna ancora lavorare?

La sfida principale resta quella di migliorare la qualità delle rappresentazioni e delle narrazioni. Non basta aumentare la presenza di determinate realtà o comunità nei media: è fondamentale raccontarle in modo corretto, rispettoso e autentico, superando stereotipi, paternalismi e approcci allarmistici che ancora oggi condizionano parte del dibattito pubblico.

Quando si aprono le votazioni?

Contestualmente all’annuncio delle candidature si apriranno anche le votazioni online per scegliere i vincitori dell’edizione 2026. Il pubblico potrà esprimere le proprie preferenze nelle diverse categorie attraverso il sito ufficiale dei Diversity Media Awards, contribuendo a decretare i protagonisti di una delle iniziative più autorevoli dedicate alla qualità della rappresentazione nei media italiani. 


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