Barbara De Nuntis, attrice e giornalista, ha costruito un percorso che intreccia cinema, podcast, documentari e scrittura attorno ai temi della consapevolezza, della libertà femminile e dell’autodeterminazione delle donne. Dagli esordi con Dino Risi è arrivata alla conduzione su Rai Cultura con La gravità del superfluo, documentario dedicato a Daniele Sigalot e al rapporto tra errore, fragilità e possibilità di rinascita. Amnesia, cortometraggio interpretato dall’attrice, racconta invece la violenza di genere prima del gesto finale: la manipolazione invisibile, la dipendenza affettiva, il confine sottile tra amore e controllo. Il corto, girato in inglese e costruito anche con la consulenza di psicoterapeute, ha raccolto riconoscimenti tra Dubai, Tokyo, Stati Uniti e festival italiani. Con il podcast Sintonia Barbara, vincitore delMicrofono d’Oro 2025, De Nuntis dà spazio a conversazioni con donne per smontare stereotipi e solitudini, parlando anche alle nuove generazioni. Sabato 4 luglio sarà nella giuria critica del Premio Eleonora Lavore, finale nazionale al Teatro Ghione dedicata ai giovani talenti e ai brani inediti.
Affaritaliani ha intervistato Barbara De Nuntis per entrare nel cuore della sua idea di arte, tra impegno civile, ferite, rinascita e libertà. L’attrice e giornalista ha parlato in anteprima anche del suo nuovo progetto, un cortometraggio che parla dell’emozione del primo amore.
L’Intervista di affaritaliani a Barbara De Nuntis
Con Amnesia racconti la violenza prima del gesto finale: quali segnali di manipolazione vengono ancora sottovalutati?
“Io penso questo: la violenza non inizia con uno schiaffo, ma molto prima. Inizia, secondo me, quando qualcuno cerca di isolarti, di farti dubitare di te stessa, di controllare le tue scelte oppure di farti sentire inadeguata. Questo lo abbiamo esplorato con Amnesia, con questo cortometraggio. Si è voluto raccontare quel territorio invisibile, perché riconoscere quei segnali significa avere una possibilità in più di salvarsi da una relazione tossica e di non perdere tempo. Nel corto, comunque, c’è un messaggio ottimista e positivo: lei non solo sfugge a questa violenza, ma capisce, attraverso la psicoterapia, per quale motivo era incappata in una relazione da cui era difficile liberarsi”.
Oggi le donne conoscono davvero i propri diritti nelle relazioni, o c’è ancora troppa solitudine?
“I diritti esistono, però spesso manca la consapevolezza emotiva per riconoscere quando vengono violati. Penso che molte donne si sentano ancora sole, anche quando sono circondate da tante persone. Io credo nell’educazione emotiva anche attraverso l’arte, perché un film, un documentario o addirittura un podcast possono far riflettere, possono far sbocciare quella consapevolezza, quell’idea, quella presa di coscienza, quando ci si trova in una gabbia emotiva”.
Cinema, podcast, documentario: perché ha scelto linguaggi diversi per parlare di consapevolezza e libertà femminile?
“Ogni linguaggio raggiunge persone diverse. Il mio obiettivo è proprio quello di lasciare una riflessione e un messaggio in tutte le cose che faccio. L’obiettivo è far riflettere sempre, contribuire con ogni progetto a costruire una cultura del rispetto, della consapevolezza e anche della libertà attraverso forme diverse, attraverso linguaggi diversi. L’obiettivo è sempre quello”.
Parli spesso anche alle nuove generazioni: qual è lo stereotipo di genere più duro da smontare per i giovani?
“Io vorrei sfatare uno stereotipo che considero profondamente ingiusto: quello secondo cui le donne non sarebbero capaci di collaborare tra loro. È un luogo comune che sminuisce il mondo femminile, mettendo in luce solo aspetti negativi, come l’invidia o la competizione, invece di raccontarne il valore. A differenza degli uomini, dei quali si dice che per natura facciano gruppo con più facilità. Io credo che questi stessi meccanismi non abbiano sesso. Semmai fanno parte proprio dell’essere umano. L’invidia, per esempio. Io vorrei sfatare questo. Infatti intervisto solo donne e mi piace collaborare con le donne. Non dico che mi trovo meglio, perché poi alla fine quando una persona è intelligente, quando ti trovi a lavorare, a collaborare o anche nell’amicizia, il sesso è relativo. Ma non bisogna sempre etichettare.
La mia esperienza è esattamente l’opposto: quando le donne fanno rete, condividono competenze e si sostengono a vicenda, diventano una forza straordinaria. Penso sia arrivato il momento di raccontare molto di più questa realtà, perché insieme si può crescere e si può anche costruire un futuro migliore. Bisogna spazzare via i pregiudizi. Questo è un pregiudizio molto radicato e devo dire che forse un pochino l’ho pensato anche io, perché mi era stato raccontato così. Ma invece non è vero, ovviamente. Parlarne è già un piccolo passo. In pratica è difficile, però parlarne aiuta a scardinare certe idee. È un primo passo necessario”.
Nel mondo dello spettacolo, per una donna è ancora difficile far passare la propria voce autoriale, o qualcosa è davvero cambiato?
“Secondo me qualcosa è cambiato. Non abbastanza, non completamente, però certamente rispetto a prima qualcosa è cambiato, perché ci sono più opportunità, ci sono più donne registe e più autrici. Però devo dire che le donne, secondo me, oggi devono dimostrare molto per essere riconosciute come autrici e non solo come interpreti. La strada è ancora un po’ in salita.
Io continuo a scegliere di raccontare le storie in cui credo, perché poi l’autenticità alla lunga trova sempre la sua voce. Anch’io ho esordito come autrice con questo programma Rai che ho ideato io. Daniele Sigalot è una persona che conosco. Io credo che quando c’è cultura, quando proponi qualcosa di valido e davanti hai una persona intelligente, il lavoro lo ottieni: il merito viene riconosciuto, spesso. Chiaramente non è qualcosa che improvvisi. È frutto di anni di studio.
Tra l’altro ho scritto, te lo anticipo, anche il mio primo cortometraggio da autrice. L’ho scritto, l’ho depositato, adesso vorrei realizzarlo. Vorrei parlare di una cosa diversa: mi piace sempre parlare di emozioni, però questa volta vorrei parlare di un’emozione positiva: del primo amore. Quando sei giovanissima, quando hai 12 anni e provi per la prima volta quel batticuore verso un ragazzino. Io lo metto così, poi il batticuore si può provare verso chiunque. Però lo immagino un po’ leggermente autobiografico. Mi piacerebbe rendere quell’emozione così pura che si vive nel primo amore, che tutti abbiamo provato. C’è una prima volta in cui passi dall’infanzia a questo amore, a questo piacere verso un’altra persona. Mi piacerebbe raccontare quel sentimento con il linguaggio cinematografico. Quindi ci credo e ho scritto anche questo, adesso lo devo realizzare. Si chiamerà Pulsus“.
Con Sintonia Barbara parli anche alle nuove generazioni: qual è lo stereotipo di genere più duro da smontare?
“Io vorrei sfatare uno stereotipo che considero profondamente ingiusto: quello secondo cui le donne non sarebbero capaci di collaborare tra loro. È un luogo comune che sminuisce il mondo femminile, mettendo in luce solo aspetti negativi, come l’invidia o la competizione, invece di raccontarne il valore. A differenza degli uomini, dei quali si dice che facciano gruppo con più facilità. Io credo che gli stessi meccanismi non abbiano un sesso. Semmai fanno parte proprio dell’essere umano. L’invidia, per esempio. Io vorrei sfatare questo. Infatti intervisto solo donne e mi piace collaborare con le donne. Non dico che mi trovo meglio, perché poi alla fine quando una persona è intelligente, quando ti trovi a lavorare, a collaborare o anche nell’amicizia, il sesso è relativo. Non bisogna sempre etichettare. La mia esperienza è esattamente l’opposto: quando le donne fanno rete, condividono competenze e si sostengono a vicenda, diventano una forza straordinaria. Penso sia arrivato il momento di raccontare molto di più questa realtà, perché insieme si può crescere e si può anche costruire un futuro migliore. Bisogna spazzare via i pregiudizi. Questo è un pregiudizio molto radicato e devo dire che forse un pochino l’ho pensato anche io, perché mi era stato raccontato così. Ma non è vero, ovviamente”.
Da Amnesia a La gravità del superfluo, nei tuoi lavori torna l’idea della rinascita: l’arte può aiutare a trasformare una ferita?
“Assolutamente sì. L’arte non cancella il dolore e la ferita, se c’è. Ma tutti gli esseri umani in qualche modo hanno qualche ferita, quasi tutti. Non ne conosco uno e non penso che esista, perché ognuno, nel suo piccolo, magari più grave o meno grave, ha un dolore che si porta dentro. Però l’arte, secondo me, ha quel significato: trasformare una ferita in consapevolezza e poi la consapevolezza in possibilità. Questo è il messaggio che cerco di lanciare in tutto quello che faccio: quando c’è una sofferenza, ma anche una fragilità, bisogna sapere che dietro ogni caduta può nascere una nuova forza. Nel cortometraggio la donna che si salva poi rinasce, sceglie la rinascita, sceglie la consapevolezza. Il finale è positivo, perché lei respira diversamente la sua femminilità e la sua voglia di realizzarsi e di essere libera.
Ne La gravità del superfluo Sigalot mi ha colpito perché parla di fragilità, di errore, e ne fa la sua materia viva. Dall’errore nasce la forza più autentica. Quindi sì, credo proprio che bisogna trasformare la fragilità in un punto di forza. Quello che io voglio fare è far arrivare questo messaggio: si può sempre rinascere anche dalle macerie. L’arte deve essere incoraggiante, deve veicolare messaggi positivi, qualunque forma abbia, perché è così che arrivi, soprattutto ai giovani, mischiando anche i linguaggi. I linguaggi arrivano a pubblici diversi, però alla fine servono sempre a seminare questa positività. Perché di cose brutte ce ne sono, invece bisogna trasformare le cose brutte in cose positive, in punti di forza. Soprattutto in tempi come questi ne abbiamo un assoluto bisogno”.
Sabato 4 luglio al Teatro Ghione si terrà la finale nazionale del Premio Eleonora Lavore, tu farai parte della giuria, di cosa si tratta?
“È un concorso internazionale dedicato a giovani artisti e a brani inediti, nato per ricordare la poetessa e cantautrice Eleonora Lavore, scomparsa prematuramente. L’obiettivo è valorizzare i nuovi talenti. Io faccio parte della giuria critica, composta quasi tutta da giornalisti Rai, e sono molto felice perché oggi è importante premiare non solo una bella voce, ma anche chi ha qualcosa di autentico da raccontare. Per i ragazzi è un’occasione di visibilità e di incontro con professionisti del settore. Noi siamo la giuria, ma in sala ci sono anche produttori, spesso talent scout. Per loro è un passo concreto nel percorso artistico. Mi piace molto l’idea di far parte di questa possibilità, di questa famiglia e di un premio che dà visibilità ai ragazzi, ai giovani, a chi vincerà in particolare ma anche agli altri, perché ci sono produttori musicali e qualcuno si farà notare senz’altro”.
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