I lefebvriani? Gente che ha studiato poco e male. Ci manca solo che eleggano un antipapa



Scisma, don Gronchi: “I lefebvriani non hanno mai accolto il Concilio, ma credono di essere la vera Chiesa. Il tentativo di apertura di Bendetto XVI? Non è stata una bella idea”

I lefebvriani hanno mantenuto il punto, nonostante l’appello diretto di Papa Leone a fermarsi. Ad Econe sono stati consacrati quattro nuovi vescovi senza mandato apostolico, un atto che comporta la scomunica automatica e lo scisma dalla Chiesa cattolica. Ne abbiamo parlato con don Maurizio Gronchi, teologo della Pontificia Università Urbaniana, per capire cosa sia successo davvero e cosa ci sia dietro la scelta della Fraternità di San Pio X di procedere comunque.

Come ha accolto la notizia delle nuove consacrazioni episcopali di Econe? Se l’aspettava, dopo l’appello di Papa Leone?

Certo, non c’era alcun dubbio. Si tratta di una scelta necessaria per la sopravvivenza di una Fraternità che agonizza, che ha tentato di riprendersi cavalcando il dissenso diffuso nei confronti di papa Francesco. Ma adesso, con papa Leone XIV, a detta di tutti più moderato e aperto alla tradizione, molti fedeli sanno che possono rimanere in comunione con la Chiesa cattolica, senza estremismi, e questo fa paura ai tradizionalisti, perciò si propongono di rilanciare con le ordinazioni episcopali.

Poi c’è quel malcelato senso eroico dei paladini della verità, che spera di far diventare nuovi martiri coloro che resistono alla Chiesa cattolica. In realtà, i lefebvriani non hanno mai accolto il Concilio, a cominciare dal confronto tra Lefebvre e Paolo VI. Quindi proseguono sulla loro strada, fuori dalla comunione, dove sono sempre rimasti, nonostante inutili tentativi di dialogo.

Cosa comporta, sul piano canonico, la scomunica automatica (latae sententiae) per chi consacra e per chi viene consacrato?

La consacrazione episcopale senza il mandato pontificio è un atto di estrema gravità nel diritto canonico, poiché incide direttamente sulla comunione gerarchica con il romano pontefice. La norma di riferimento è il canone 1382 del Codice di diritto canonico. Il canone stabilisce che sia il vescovo che consacra, sia colui che riceve la consacrazione senza il mandato apostolico, incorrono nella scomunica latae sententiae. La pena si contrae automaticamente per il fatto stesso di aver commesso il delitto, senza che sia necessaria una sentenza di un tribunale o un decreto dell’autorità per dichiararla. La norma non è solo una sanzione disciplinare, ma protegge un principio fondamentale dell’ecclesiologia cattolica: l’unità della Chiesa.

Ai sensi del canone 1331, lo scomunicato subisce limitazioni che escludono la partecipazione alla vita sacramentale e di governo della Chiesa. È proibito allo scomunicato partecipare in qualsiasi modo come ministro alla celebrazione della Messa o a qualsiasi altra cerimonia di culto pubblico; non può ricevere i sacramenti, in particolare l’assoluzione sacramentale e la comunione eucaristica; non può porre validamente atti di governo ecclesiastico e gli è precluso il conseguimento di dignità, uffici o incarichi nella Chiesa. Inoltre, è estremamente significativa l’aggiunta di papa Leone, nella sua lettera del 29 giugno: “L’atto scismatico che compireste li priverebbe [i fedeli] della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione”.

Perché, secondo lei, i lefebvriani hanno scelto di procedere nonostante l’appello diretto del Papa?

Hanno scelto di procedere perché credono di essere la vera Chiesa, chiamata a correggere e purificare quella cattolica romana, che ha tradito la vera fede, solo da loro custodita. In verità, è gente che ha studiato poco e male. Ad esempio, sono contro la dichiarazione conciliare Nostra aetate, sul rapporto tra la Chiesa e le religioni non cristiane. Basterebbe rileggere la tradizione antica per vedere come i Padri della Chiesa riconoscessero l’agire di Dio al di fuori dei confini visibili della Chiesa. San Giustino, sant’Ireneo, san Clemente Alessandrino parlavano di“semi del Verbo” sparsi nelle culture e nelle tradizioni diverse da quella ebraico-cristiana, ad esempio nella cultura filosofica greca.

I tradizionalisti, invece, pensano che questa sia un’invenzione modernista del Concilio. Hanno studiato poco. La sacra tradizione, che tanto invocano, in realtà non la conoscono. Il Concilio è tornato alle fonti, non ha inventato nulla. Se poi prendiamo il documento conciliare Dignitatis humanae sulla libertà religiosa – che essi rifiutano – non si rendono conto che serviva a proteggere i credenti dalle imposizioni politiche degli Stati, non a favorire l’indifferentismo. Dovrebbero domandare a Marcel Lefebvre perché firmò i documenti del Concilio, per poi subito dopo rinnegarli.

Il tentativo di apertura di Benedetto XVI nel 2009, con la revoca della scomunica ai quattro vescovi di allora, è stato un errore, un’occasione mancata, o comunque un gesto che oggi va rivalutato?

Non è stata una bella idea. Il tentativo di Benedetto XVI non è stato preso nel verso giusto. Essi hanno pensato che fosse un ravvedimento, come se la Chiesa si fosse sbagliata, e quindi tornava indietro. La frattura di oggi è molto più grave, perché ha alle spalle una storia di pazienza e di clemenza da parte dei pontefici, che viene interpretata come debolezza. Forse sarebbe meglio che la Fraternità di San Pio X sedesse al tavolo dell’ecumenismo, tra i fratelli separati, come i luterani, gli anglicani, gli ortodossi. Il problema è che non si ritengono Chiesa sorella, ma Chiesa madre, che deve insegnare a tutti la verità. Ci manca solo che eleggano un antipapa.

C’è il rischio che episodi come questo allontanino ulteriormente anche altri ambienti tradizionalisti che finora erano rimasti in comunione con Roma?

In realtà, potrebbe avvenire proprio il contrario. Per questo, sarà cura della Chiesa cattolica accogliere coloro che tra i lefebvriani scismatici vorranno rimanere in comunione, lasciando la Fraternità. Non dimentichiamo cosa è avvenuto per gli anglicani. Quando ci si divide, non si guadagna mai.

Cosa dovrebbe fare oggi la Chiesa – e in particolare Papa Leone – per provare a ricomporre questa frattura, se è ancora possibile?

Per ricomporre una frattura occorre essere disposti a mediare, cedendo su qualcosa di importante. Il Papa è il principio visibile dell’unità della Chiesa, e non gli si può chiedere di trattare sul Concilio. Altra cosa sarebbe discutere su alcune interpretazioni dei testi conciliari, ma non sul loro insegnamento autentico. I lefebvriani, invece, accusano di modernismo papi e Chiesa. Non vedono alcuna possibilità di incontro, di mediazione. L’unica cosa è persuadere i fedeli cattolici a rimanere nella comunione cum Petro et sub Petro.

Quanto alla liturgia, se si ama tanto la lingua latina, basta celebrare in latino, come si fa in ogni altra lingua, senza troppi pizzi e merletti. Non pare che a Gesù interessassero molto le forme. Quando la forma aumenta, diminuisce la sostanza. E in questo caso si tratta della sostanza viva del Vangelo: l’unità per la quale Gesù ha pregato e ha donato la vita.

C’è un insegnamento più ampio, per la Chiesa di oggi, che si può trarre da una vicenda che sembra “ripetersi” quasi identica a distanza di quasi quarant’anni?

La Chiesa di oggi, sulla questione dei tradizionalisti, purtroppo rivive il già visto. Per la storia, è di grande interesse il resoconto del dialogo drammatico tra Paolo VI e monsignor Lefebvre nel 1970, cheGian Maria Vian ha riportato in un articolo sulla rivista Domani: “So di essere un uomo povero” esordisce Paolo VI rivolto a Lefebvre, “ma qui non è la persona che è in gioco: è il papa. E lei ha giudicato il papa come infedele alla fede di cui è supremo garante. Forse è questa la prima volta nella storia che ciò accade.

Lei ha detto al mondo intero che il papa non ha la fede, che non crede, che è modernista e così via. Debbo, sì, essere umile. Ma lei si trova in una posizione terribile. Compie atti, davanti al mondo, di un’estrema gravità. Rifletta; e tiri le giuste conseguenze della sua insostenibile posizione. […] Se non è contro il Concilio, deve aderire a esso, a tutti i suoi documenti. […]. Lei lo ha detto e lo ha scritto. Sarei un papa modernista. Applicando un Concilio ecumenico, io tradirei la Chiesa. Lei comprende che, se fosse così, dovrei dare le dimissioni; e invitare lei a prendere il mio posto e dirigere la Chiesa”.

Che ne sarà delle strutture di accoglienza, dei seminari e, più in generale, degli immobili legati alla Fraternità San Pio X?

Continueranno a svolgere le attività che hanno sempre svolto, come se nulla fosse. Almeno questa sembra essere l’intenzione dei responsabili. Resta da vedere se seminaristi e fedeli avranno un sussulto di coscienza e decideranno di allontanarsi.

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