Aumentano gli affitti a Napoli, e dietro quell’aumento che può sembrare piccolo (appena l’1,3% in un anno) c’è una trasformazione molto più grande. Ci sono persone che lasciano la casa dove hanno vissuto per anni perché le famiglie non riescono più a rinnovare un contratto, quartieri nei quali abitare è diventato sempre più difficile. E ci sono case che, mentre gli abitanti se ne vanno, continuano a vivere una seconda vita come stanze per turisti allegri.
«Stiamo assistendo ad una deportazione». Alfonso Amendola, segretario generale Napoli e Campania del Sicet (il sindacato degli inquilini della Cisl) usa una parola alquanto dura in una sua intervista al Corriere del Mezzogiorno. Ma la usa per raccontare una cosa semplice: quando un affitto diventa troppo caro, le famiglie sono costrette ad andare via perché non tutti possono permettersi di restare.
Ai Quartieri Spagnoli, spiega Amendola, questo processo va avanti da anni. La popolazione storica viene cacciata altrove perché i proprietari che rinnovano i contratti (se un contratto c’è), chiedono canoni che molte famiglie non possono sostenere e così si è costretti ad andare via. Non è soltanto una questione di mercato immobiliare. Quando una famiglia lascia una casa, infatti, lascia anche una strada, un negozio, una rete di rapporti, una storia. «Questo depaupera la ricchezza culturale del territorio», osserva Amendola.
Aumentano gi affitti a Napoli mentre il turismo occupa il Centro
Nel 2026 gli affitti a Napoli sono cresciuti dell’1,3% rispetto all’anno precedente ma il dato, preso da solo, non racconta molto. Diventa più comprensibile se lo si guarda insieme alla crescita dei flussi turistici e alla trasformazione del mercato della ricezione extralberghiera.
Inside Airbnb conta oggi più di 10.300 annunci nella città di Napoli, concentrati soprattutto nel centro. Sono abitazioni, camere e posti letto che entrano nel circuito degli affitti brevi e in questo modo laa casa cambia così funzione: da luogo nel quale qualcuno vive dando senso al quartiere a spazio dal quale ricavare un rendimento legato al passaggio continuo di persone.
Nel 2025 i turisti arrivati in città sono stati oltre 20 milioni. Il numero viene spesso presentato come una vittoria, come se la quantità fosse sufficiente a dire che una città sta bene, ma il turismo produce anche una pressione che non si misura soltanto nelle fotografie dei vicoli affollati. Secondo l’indice complessivo di sovraffollamento turistico elaborato da Demoskopika, la provincia di Napoli è la quarta in Italia per overtourism. Napoli supera i 135 turisti per chilometro quadrato e registra una forte densità ricettiva, cioè una grande concentrazione di posti letto rispetto alla superficie. È inoltre il territorio con la maggiore intensità turistica: il rapporto tra visitatori e residenti arriva al punto che, in media, ogni napoletano deve ospitare cinque turisti all’anno.
C’è anche un altro dato, meno fotografabile e più concreto: la quantità di rifiuti urbani prodotti in rapporto ai turisti è tra le più alte. La città accoglie, dunque, ma deve anche sostenere il peso materiale di questa accoglienza. E a un certo punto una città può diventare troppo piena per chi arriva e troppo difficile per chi ci vive.
Quando il mercato si accorge che la città è già cambiata
La contraddizione è che proprio mentre il turismo continua a essere raccontato attraverso i record, qualcosa nel mercato comincia a rallentare. Nel primo semestre del 2026 la domanda di locazione, anche breve, è diminuita di oltre il 16% e da Airbnb sono scomparsi più di mille annunci. La bolla, forse, comincia a sgonfiarsi se non a scoppiare.
Amendola parla di un effetto delle nuove regole, locali e nazionali, ma soprattutto di un ritardo che rischia di essere difficile da recuperare. «Ormai la gente andata via ha trovato sistemazione e non può tornare», dice.
È questa forse la parte più amara della trasformazione. Anche quando il mercato rallenta, non è detto che le persone tornino. Un quartiere non è una stanza da riaffittare e soprattutto non può essere fatto solo di bar e ristoranti. Una volta che una famiglia si è trasferita, ha trovato un’altra scuola per i figli, un altro medico, un altro negozio, un altro modo di vivere la giornata. Per questo il problema non riguarda soltanto il prezzo degli affitti. Riguarda la possibilità stessa di abitare Napoli senza essere abbastanza ricchi da poter competere con il mercato turistico. Il rischio sta proprio nella ormai conclamata competizione tra cittadinanza e mercato. Insomma, tra chi ha e chi non ha, ma questa è un’osservazione vecchia come il mondo.
Le case che ci sono, ma non sono più per chi deve abitarle
Nel Centro storico esiste poi un patrimonio immobiliare particolare. Migliaia di abitazioni appartengono a enti religiosi, istituti di credito e fondazioni. Sono immobili che, secondo il Sicet, potrebbero avere una funzione diversa da quella determinata dall’attuale mercato.
Amendola chiede che lo Stato rafforzi i controlli e che gli amministratori di questi patrimoni possano definire canoni attraverso contratti integrativi e concordati. L’obiettivo sarebbe recuperare gli immobili e destinarli alle famiglie che vorrebbero tornare nel proprio quartiere, ai giovani nuclei familiari e anche alle persone che dovranno essere sfollate dall’area flegrea a causa del bradisismo.
È una proposta che porta il discorso fuori dalla logica secondo cui ogni casa deve necessariamente produrre il massimo rendimento possibile. Una casa, prima di essere un investimento, è anche una casa; una città dovrebbe invece considerarla anche per quello che permette di costruire. Relazioni, famiglie, vicinato, permanenza. Una vita quotidiana.
Napoli ha bisogno di un turismo controllato che scongiuri il pericolo di rendere estranei gli abitanti. Se il Centro storico si riempie di visitatori e si svuota di residenti, il successo turistico finisce per assomigliare a una sconfitta abitativa e il sindaco un fantoccio.
Allora, la parola che resta è «ri-abitare», forse più difficile di «turismo» perché non promette record né fotografie, ma chiede semplicemente che una città torni a essere, prima di tutto, il luogo in cui le persone possono vivere.
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