Donatella Monteverdi con la figlia
15 settembre 2026 11:51
di VITTORIO PIO
Catanzaro non è diventata improvvisamente una città culturalmente risolta, ma negli ultimi anni si è aperto un percorso e sarebbe ingeneroso non riconoscerlo. La programmazione, la riapertura di alcuni spazi, la capacità di attrarre appuntamenti e interlocutori di rilievo nazionale raccontano un percorso che ha avuto anche limiti e incompiutezze, ma che sembra aver restituito alla cultura un ruolo più centrale nella vita della città.
Donatella Monteverdi con il cane Delon
Donatella Monteverdi, assessore alla Cultura del Comune di Catanzaro, è stata spesso al centro di critiche e discussioni. Il bilancio di questi anni, però, non può essere ridotto né alla somma degli eventi realizzati né alle contestazioni che li hanno accompagnati. Restano questioni aperte, obiettivi non raggiunti e una domanda che riguarda la tenuta del progetto nel tempo: quanto di ciò che è stato avviato ha davvero modificato il rapporto della città con la cultura? E quanto, invece, rischia di rimanere legato alla singola programmazione o alla disponibilità di finanziamenti e occasioni straordinarie?
Hai trovato una città che sul piano culturale aveva grandi potenzialità, ma anche anni di difficoltà e occasioni perse. Dopo questo percorso, puoi dire che Catanzaro abbia finalmente imboccato una nuova direzione culturale? E quali sono, invece, i risultati che ancora non puoi considerare acquisiti?
Il cambiamento culturale di una città non si misura soltanto dal numero di eventi organizzati, ma dalla capacità di ricostruire relazioni e partecipazione. Anche la programmazione estiva è nata da questa idea: non un semplice cartellone, ma un format capace di valorizzare i luoghi secondo la loro natura. Il centro storico con Bellavista, il terrazzo del San Giovanni con il Factory, il Corso Mazzini durante le giornate dedicate a San Vitaliano, il quartiere marinaro con il concerto dedicato ad Astor Piazzolla dai concertisti della Scala in piazza Dogana o nelle serate jazz a Giovino con Danilo Rea e Andrea Sabatino, come i grandi concerti al Porto e la serata sul lungomare, sono solo alcuni esempi. Questa idea passa anche dalla restituzione di luoghi alla città: Palazzo Fazzari, l’ex scuola Carbone e, soprattutto, il Complesso monumentale del San Giovanni. Su quest’ultimo i lavori, di competenza del Provveditorato interregionale, non sono ancora stati consegnati: è un ritardo che pesa, ma non cambia la direzione del progetto.
Quali sono i segnali più concreti di questo cambiamento? E quanto di questo interesse nazionale si è già tradotto in rapporti e produzioni destinati a durare, al di là del singolo evento?
Ne vedo soprattutto due. Il primo è l’interesse che Catanzaro ha iniziato a suscitare presso operatori nazionali: Fondazione Con il Sud, Fondazione Banco di Napoli, editori come Rubbettino, Donzelli e Laterza, agenzie come Trident. Non è scontato per un territorio con le nostre difficoltà. Il secondo è aver iniziato a trasformare gli eventi in una filiera, in un sistema. Con il programma Strategia Urbana 21/27 partiranno in autunno laboratori legati alla produzione artistica, in musica, arti performative e cinema, che si occuperanno dei diversi aspetti della produzione. Gli eventi che restano episodi isolati servono fino a un certo punto.
Il concerto di Jovanotti è stato forse il momento più evidente di questa capacità di attrarre attenzione nazionale. Come è nato, e cosa dice della tua idea di grandi eventi? C’è però il rischio che appuntamenti di questa portata finiscano per diventare episodi isolati, difficili da trasformare in una crescita strutturale?
Non è stato semplice: altre città calabresi erano in competizione. Ha inciso la posizione centrale della città, ma soprattutto la tenacia, i rapporti costruiti nel tempo e la disponibilità di Trident, attraverso Francesca Rubino. Non è un episodio isolato: si inserisce nella strategia di dimostrare che Catanzaro può rientrare stabilmente nei circuiti nazionali. In autunno la continuità è garantita dai progetti dedicati al cinema, dalla mostra sul Maestro Mimmo Rotella, dalle “Domeniche di Laterza”, nate dalla lezione di Alessandro Barbero al Politeama.
Catanzaro ha però spesso sofferto di una percezione di città poco dinamica. Quanto è difficile cambiare l’immagine che i cittadini hanno della propria città? E come si misura concretamente un cambiamento che non può essere affidato soltanto alla riuscita di un cartellone?
È probabilmente la parte più difficile. La cultura non serve a far dimenticare i problemi di una città, sarebbe un’illusione: serve a creare fiducia, a dare alle persone la possibilità di incontrarsi. Un concerto non risolve i problemi di una città, ma può contribuire a creare uno spirito nuovo e, se si inserisce in una programmazione coerente, diventa un pezzo di una strategia.
C’è un tema di cui si è parlato meno finora: il rapporto tra generazioni. Nella tua idea di comunità c’è spazio anche per chi ha più anni? E quanto la programmazione realizzata finora è riuscita davvero a mettere in relazione pubblici diversi?
Sì, ed è un punto su cui dobbiamo insistere di più. Lo sforzo che voglio portare avanti è creare occasioni di confronto intergenerazionale, non tanti piccoli orti chiusi in cui ogni età vive per conto proprio. Oggi mi sembra ci sia una chiusura, un’indifferenza al confronto che trovo preoccupante, percepibile anche sui social, dove esistono ormai piattaforme diverse a seconda dell’età.
E le periferie? Sono state davvero coinvolte? Al di là dei singoli progetti, che cosa resta quando finiscono i finanziamenti dei bandi?
È uno degli aspetti sui quali abbiamo cercato di lavorare maggiormente, soprattutto attraverso i progetti PON Metro Plus, grazie alle associazioni. Penso a “Città fuori”, tra Santa Maria, Viale Isonzo e il centro storico, o ad attività come “Strade di velluto”, “Mare narrante” e “Catanzaro Movie Theater”. Voglio ricordare anche “Schermi”, che ha portato il cinema fuori dai luoghi tradizionali della cultura ed è diventato un format nazionale. Il lavoro da fare resta molto: la sfida è che queste esperienze non restino isolate, operazione difficile quando i finanziamenti sono legati a bandi con scadenza.
Molti operatori culturali chiedono spazi e opportunità. Qual è stata la risposta dell’amministrazione, e come si è mosso il confronto con il mondo culturale cittadino? E quali sono, guardando a questi anni, le richieste alle quali non siete ancora riusciti a dare una risposta?
Abbiamo cercato di creare strumenti concreti: Catanzaro Sound, i progetti di EstArte curati dal Conservatorio, gli spazi del San Giovanni concessi all’Accademia di Belle Arti. L’amministrazione ha aperto Spazio 1 al Lido, Spazio 2 a Palazzo Fazzari, l’ex scuola Carbone e centri sociali in tante periferie. Con alcune associazioni il confronto è stato all’inizio faticoso: viviamo in un territorio con una diffidenza comprensibile verso ciò che è nuovo, ma posso dire che il tempo ha inciso positivamente sulle relazioni. Certo, non credo di aver realizzato fino in fondo tutto quello che mi ero prefissata: penso, ad esempio, al Patto per la Lettura, un ambito nel quale dobbiamo ancora fare meglio.
In questi anni qual è stata la soddisfazione più grande?
Non coincide con l’evento che ha avuto più pubblico. È vedere ragazzi cresciuti dentro Catanzaro Sound salire sullo stesso palco di artisti internazionali al Factory, è leggere su Billboard che questo Festival, organizzato da giovani della nostra città, sia segnalato tra i dieci eventi più importanti dell’estate in Italia. Avere contribuito a costruire questa catena di opportunità mi rende contenta.
Le critiche quanto hanno pesato sul tuo lavoro? E c’è una critica che, riletta oggi, pensi possa aver colto un limite reale dell’amministrazione?
Non posso nascondere che alcune critiche mi abbiano addolorato, soprattutto quando le ho ritenute ingenerose. Ma altre mi hanno insegnato molto. Se devo indicare tre errori che riconosco come miei: il primo è essere stata troppo timida nei primi due anni di mandato; il secondo è non aver riconosciuto subito i veri obiettivi di alcuni interlocutori; il terzo è un limite caratteriale, i miei modi qualche volta sono stati troppo duri.
Da cittadina, prima ancora che da assessore: se fermassi per strada dieci catanzaresi e chiedessi loro se la città è culturalmente più viva rispetto a quattro anni fa, quale risposta penseresti di ricevere? E quanto deve pesare, nel giudicare il vostro lavoro, anche la percezione di chi non frequenta gli eventi?
Probabilmente riceverei risposte diverse, e le comprenderei entrambe. Capisco perfettamente chi guarda a quaranta concerti e, il giorno dopo, si arrabbia perché trova una buca o un’area verde non curata, ma le risorse destinate alla cultura non sono le stesse destinate alla manutenzione e quasi sempre dipendono da bandi dedicati. Come capisco, nella situazione attuale di grande disagio economico, che si pensi agli eventi come immediato strumento di attrazione. Ci sta. Credo però che proprio per perseguire questo fine abbiamo bisogno di trovare formule nuove e dobbiamo farlo anche avendo il coraggio di sperimentare con gli strumenti che abbiamo a disposizione. Non lo dico per sottrarmi alle responsabilità: credo che amministrare significhi anche raccontare con onestà sia i propri indirizzi sia i limiti entro cui si lavora.
Quali priorità dovrà porsi Catanzaro nei prossimi anni? E soprattutto: quali condizioni servono perché quanto costruito in questi anni non si interrompa con la fine di un mandato o con il cambio di amministrazione?
La prima è non pensare che cultura e turismo possano, da soli, risolvere i problemi economici della Calabria e della città. Il vero tema è il lavoro: abbiamo bisogno di nuove aziende, investimenti esterni, incubatori, formazione e occupazione qualificata. Servirebbe un grande piano di riqualificazione delle città calabresi e un investimento importante sulle risorse umane degli enti locali. Da questo punto di vista anche l’impresa culturale potrebbe dare il suo contributo. Diciamo sempre di avere risorse straordinarie ma fatichiamo a metterle a sistema. Alla luce dell’esperienza maturata in questi anni e delle difficoltà nel costruire attività culturali strutturate, penso che, se le tre Università della Calabria e le istituzioni AFAM, oggi troppo poco collegate tra loro, riuscissero a mettersi in rete, si potrebbe pensare a un corso di studi innovativo dedicato alle imprese culturali e creative, capace di unire intelligenza artificiale, economia, diritto, management e produzione artistica. Porterò questa proposta all’attenzione degli istituti AFAM e dell’Università della nostra città. Sono fiduciosa che questo percorso potrà proficuamente essere intrapreso.
Alla recente “Cena Straordinaria” dal palco hai sottolineato, con una punta di ironia, che forse l’unica cosa che ti è riuscita davvero bene nella vita è stata cucinare. Che cosa rappresenta per te la cucina: un modo di prenderti cura degli altri, una forma di creatività o semplicemente uno spazio tutto tuo?
Tutte e tre le cose. Per me la sera più importante dell’anno è il 23 dicembre: è la notte che dedico più di ogni altra alla cucina. Penso alla mia famiglia e ai miei amici, a quello che può piacere loro, ma è anche la notte in cui ripenso a quello che ho fatto e a quello che farò. E lo faccio nel silenzio della mia cucina, da sola, con il sottofondo di una bella musica.
Le tue figlie studiano fuori sede. Da assessore parli della necessità di creare condizioni perché i giovani possano restare o tornare in Calabria; da mamma, invece, che cosa desideri per loro? Ti piacerebbe che un giorno scegliessero di tornare a Catanzaro, oppure pensi che una madre debba prima di tutto augurare ai propri figli di trovare il posto in cui sentirsi realizzati, anche lontano da casa?
Le mie figlie vivono fuori, se spero che tornino? E come potrei dire che mi fa piacere vivere lontano da loro? Ma, come ogni persona che pensa che la libertà sia il bene più prezioso, credo sia giusto che decidano loro. Io ho deciso di restare e oggi penso di avere fatto la migliore delle scelte.
E se dovessi dire oggi quale dovrebbe essere l’eredità di questi anni?
Non vorrei che fosse un concerto in più o una mostra in più. Vorrei che fosse un cambiamento nel modo in cui Catanzaro guarda sé stessa. Le opere si inaugurano, gli eventi finiscono, i mandati passano. Abbiamo bisogno di una città che cominci ad avere fiducia nelle proprie possibilità, di una città che guardi a se stessa con più premura e minore risentimento.
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