Esiste ancora una popolazione agricola? • Neodemos


In una fase di regressione demografica, i pochi giovani non rimpiazzano i vecchi e si parla spesso di crisi del “ricambio generazionale”. Soprattutto in agricoltura, che si sostiene con una popolazione attiva molto invecchiata, il cui ricambio, osserva Massimo Livi Bacci, si affida sempre più all’immigrazione.1

Nel prossimo trentennio il paese diventerà meno popoloso e molto più vecchio; le nuove generazioni non riusciranno a “sostituire” quelle dei loro genitori e quelle dei loro nonni, e solo flussi di immigrazione assai più numerosi di quelli attuali potranno rallentare, ma non arrestare, il regresso demografico. La società e l’economia dovranno adattarsi a una situazione di scarsità di risorse umane, mediamente assai più anziane ma dotate di migliori risorse conoscitive e intellettuali. L’intera società dovrà adattarsi, riformandosi e ristrutturandosi. Anche il settore agricolo!

C’era una volta la popolazione agricola…

Nel 1861, data del primo censimento dell’Italia Unita, il 70% della popolazione attiva era impegnata nel settore agricolo; all’inizio del secolo scorso la percentuale era leggermente diminuita al 62%, e bisognò arrivare alla seconda guerra mondiale perché scendesse sotto il 50% (Figura 1). Fino ad allora, quella italiana era una popolazione in maggioranza dipendente dal lavoro agricolo e dimorante in contesti rurali: piccoli proprietari, fittavoli, mezzadri, braccianti, giornalieri. Inoltre, gli attivi in agricoltura erano in genere membri di famiglie più o meno estese che traevano il loro reddito dal lavoro agricolo. C’era dunque una popolazione che potremmo definire agricola, strutturata in nuclei familiari, dimorante in contesti prevalentemente rurali, poco protetti da un debole stato sociale. In questa popolazione il ricambio generazionale era assicurato da una riproduttività esuberante, contrastata dalla forte emigrazione verso l’interno e verso l’estero. Dall’Unità d’Italia, e fino all’ultimo dopoguerra, la demografia della popolazione agricola ha generato cospicui eccedenti e sospinto abbondanti flussi di emigrazione e di riconversione verso attività nei settori secondario e terziario. 

…che oggi, nel mondo sviluppato, non esiste quasi più

A partire dagli anni ’50, la natalità delle popolazioni rurali è andata convergendo con quella del resto della popolazione, diventando fattore di regresso demografico. Nella popolazione agricola e contadina, il ricambio generazionale avveniva all’interno della famiglia, al netto dei componenti che per scelta o necessità si spostavano in altri settori e ambienti di vita. 

Oggi, come nel resto del mondo sviluppato, la popolazione agricola, come entità demografica e sociale, non esiste quasi più. La UE stima che nel periodo 2022-35 l’occupazione agricola dei 27 paesi membri sia destinata a diminuire del 30% in media, e del 40% in Italia. Secondo l’Istat gli attivi (non gli occupati) in agricoltura valgono appena il 3 per cento del totale degli attivi, e questa quota è in diminuzione. Gli occupati in agricoltura sono valutati attorno al milione anche se le stime sono imprecise e molte persone coinvolte lo sono parzialmente e irregolarmente. Le tendenze in atto sono state così riassunte: “una manodopera sempre più matura, con un’età media in costante aumento, una presenza maschile in crescita a scapito di quella femminile e una componente straniera di lavoratori nati all’estero che assume un ruolo sempre più determinante per la tenuta produttiva del settore.” Secondo l’INPS, nel 2024, su poco più di un milione di operai agricoli dipendenti, gli anziani oltre i 60 anni erano il 13,4%, una proporzione in netto aumento negli ultimi anni. I lavoratori tra i 20 e i 40 anni, un tempo in maggioranza nei campi, continuano a diminuire, suggerendo che i più giovani abbiano migliori prospettive in altri settori di attività, mentre i più anziani restano nei campi per necessità, integrando redditi e pensioni insufficienti. Un’indagine sulla “permanenza” di giovanissimi nel lavoro agricolo nel periodo 2017-24 ha trovato che “dopo un solo anno, quasi la metà dei giovanissimi aveva già abbandonato il settore, e nel 2024 meno di un quinto continuava a lavorare. Potrebbe essere il segnale di un’agricoltura percepita come un rifugio temporaneo e non come una carriera”2.

Sempre più stranieri

La trasformazione più interessante riguarda gli stranieri, la cui quota è in continuo aumento (Fig. 2). Nel 2024 era pari al 42%, rispetto al 35% del 2014. “Chi arriva da fuori l’Italia, infatti, lavora ormai mediamente più a lungo e con maggiore continuità, diventando spesso una componente fondamentale per interi comparti produttivi. L’agricoltura italiana sembra faticare sempre più ad attrarre manodopera locale, un fenomeno spiegabile con l’invecchiamento della popolazione e una crescente preferenza, soprattutto tra i giovani, per lavori percepiti come meno faticosi, più stabili o con maggiori tutele”. 

A questo quadro manca un comparto tanto rilevante quanto sconosciuto: quanti sono gli immigrati irregolari che lavorano nel comparto agricolo? L’Ismu (2026) stima che gli irregolari in Italia siano 339mila (una cifra troppo precisa per un fenomeno per sua natura poco conoscibile) e una parte importante lavora al nero in agricoltura; cifre tra i 200 e i 300mila irregolari sono ricorrentemente citate dai responsabili del settore.

Di loro si hanno notizie episodiche e confuse, mancano informazioni attendibili su età, genere, provenienze, lavoro, mobilità, durata del soggiorno in situazione di irregolarità, e altre informazioni utili, se non essenziali, per efficienti azioni politiche.

Autonomi e coltivatori diretti

Non esistendo più una popolazione agricola, ma un aggregato di persone socialmente molto eterogenee, non si può parlare di un vero e proprio ricambio: chi entra normalmente non ha legami con chi esce. Se non, forse, per parte di quell’aggregato di famiglie di autonomi (in gran parte coltivatori diretti) che traggono una parte rilevante del loro reddito dal lavoro agricolo. Anche in questi casi (come in tutta la UE, Fig. 3) la distribuzione per età del capo azienda è fortemente spostata verso le età anziane: più della metà (52%, 2024) ha più di 55 anni, e le generazioni più giovani sono nettamente sguarnite numericamente (appena il 12,5% ha meno di 35 anni). Le probabilità che riescano a sostituire i più anziani sono scarse, non solo per questioni numeriche ma anche, e soprattutto, per l’attrattività di altre professioni. Un’indagine sulle famiglie rurali condotta dall’ISMEA,pubblicata nel 2014 e sfortunatamente non più ripetuta, oltre all’aspetto negativo dell’isolamento fisico delle aziende, segnalava che “secondo i figli degli agricoltori, per incentivare un giovane ad intraprendere l’attività di imprenditore agricolo bisognerebbe favorire l’accesso al credito e le attività di formazione tecnica agronomica, di impresa e quella indirizzata alla creazione e sviluppo di attività connesse”. Sono inoltre necessarie “informazioni su finanziamenti e normativa, sui mercati e su innovazioni e buone prassi. Sostegno alla genitorialità, servizi di cura per l’infanzia, scuole, ospedali insieme con maggiori servizi sostitutivi nel lavoro rappresentano le tipologie di sostegno che più delle altre aiuterebbero i giovani a sviluppare il proprio progetto di vita lavorativo e familiare in un’area rurale”. Le diagnosi sulla situazione attuale non sarebbero presumibilmente troppo diverse, e mostrano i tanti ostacoli che si frappongono al ricambio tra giovani e anziani.

Nel medio lungo-periodo, l’occupazione agricola è destinata a ridursi (del 40% nel 2022-2035, secondo la UE), ma i responsabili del settore parlano di una domanda insoddisfatta di due o tre centinaia di migliaia di lavoratori. Una riduzione nel lungo periodo è del tutto plausibile, come dimostra la storia di molti paesi avanzati nei quali meno dell’1% degli occupati lavora in agricoltura. Ma nel breve-medio periodo? Teniamo presente che i giovani stanno diventando merce sempre più rara: tra il 2026 e il 2056, i giovani tra i 15 e i 24 anni (già pochi oggi) diminuiranno del 30% (come in Spagna e in Grecia), e saranno probabilmente sempre più attratti da altri percorsi lavorativi. Delle giovani generazioni degli autonomi ho già detto. L’immigrazione è, certamente, una strada percorribile, ma non dall’Europa, dove il pool dei giovani possibili migranti si sta rapidamente restringendo per la debolissima demografia dei maggiori paesi di provenienza (Polonia, Romania, Bulgaria…) (Fig.4). Restano ovviamente i paesi che un tempo si chiamavano “in via di sviluppo”, alcuni dei quali –come la Tailandia – sono corteggiati dal nostro governo, ma è aperta la “questione migratoria”, oggetto di feroci scontri politici in Italia e altrove nel mondo. Scontri che orientano le politiche in senso restrittivo e rendono la migrazione regolare un percorso a ostacoli per i migranti, e per la società che di migranti ha bisogno (imprese, famiglie, istituzioni).

Contiamo sugli immigrati!

La regressione demografica si accompagna, inevitabilmente, con la regressione delle giovani generazioni. Nel lungo periodo, lo sviluppo economico e tecnologico e l’evoluzione della produttività determineranno una riduzione della quantità di lavoro nel settore agricolo. Ma nel breve-medio periodo è presumibile che la domanda di lavoro del comparto continui ad eccedere l’offerta, accentuando il deficit strutturale del ricambio generazionale. Solo l’immigrazione può attenuare questo deficit, inclusa la graduale emersione della massa di irregolari. Ma occorrerà una profonda revisione della politica migratoria, nelle modalità di reclutamento, di accoglienza, di formazione e di integrazione degli immigrati. Nel contempo, occorre operare perché, per le nuove generazioni, l’agricoltura venga percepita non come “un rifugio temporaneo” ma come una carriera. Già questo avviene in alcuni settori, come nella vinicoltura, divenuta attività prestigiosa. E, nel contempo, all’azione politica spetterà di contenere l’illegalità, lo sfruttamento, l’evasione, il caporalato: fenomeni che allontanano le giovani generazioni da attività potenzialmente attrattive. E di rimuovere quegli ostacoli sociali –ed economici- che tengono lontani i giovani dall’agricoltura.

Noteù

1 Questo testo è parte dell’intervento “Agricoltura, senza famiglia” da me tenuto al Convegno di Sidea, Siea e Ceset “Territori rurali in transizione: politiche, innovazioni e futuri possibili” (Firenze, il 1° settembre 2026)

2 UILA, Bollettino agricolo, Ottobre 2025

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