C’è rapporto molto stretto tra moda e cinema. La prima è parte integrante di un film, che si esprime anche attraverso i suoi costumi, mentre il secondo è capace di influenzare la cultura di massa che si ispira ai capi visti sul grande schermo per vestirsi nella quotidianità. Il caso più emblematico è sicuramente quello di Colazione da Tiffany, che ha portato il little black dress a un successo inaspettato.
C’è però un’altra forma di contaminazione: lo scambio tra arti, quella che porta un designer a lasciarsi guidare da ciò che vede per creare la sua prossima collezione. Tra i più abili in questo tipo di traduzione visiva c’è sicuramente Alexander McQueen, che è riuscito a portare in passerella interi immaginari cinematografici, trasformandoli in narrazioni sartoriali. “I film mi ispirano sempre”, dichiarò una volta lo stilista, spiegando di averli usati come veri e propri fondali visivi nelle sue sfilate, capaci di creare un’atmosfera densa di emozioni. D’altronde, se c’è uno stilista che ha saputo portare teatralità e dramma in passerella, quello è stato proprio Alexander McQueen e non stupisce che il grande schermo abbia contribuito a stimolarne la creatività.
Un film per ogni sfilata di Alexander McQueen
Taxi Driver, autunno-inverno 1993
È la seconda collezione di McQueen, presentata al Ritz Hotel di Londra appena un anno dopo il diploma alla Central Saint Martins. Il titolo omaggia il film di Scorsese, in particolare la celebre scena in cui Travis Bickle si rade i capelli a mohawk, ma è anche un tributo al padre dello stilista, tassista londinese. È in questa collezione che debuttano i famigerati pantaloni bumster, a vita bassissima: capo che diventerà una delle firme stilistiche più riconoscibili dello stilista brit. La collezione, ironia della sorte, andò perduta la sera stessa della presentazione, dimenticata in sacchi della spazzatura fuori da un locale.
The Birds, primavera-estate 1995
Quinta collezione della carriera di McQueen, prende il nome dal thriller di Hitchcock del 1963. Le modelle sfilarono con tracce di pneumatico sul corpo e lenti a contatto bianche opache, in un’estetica aggressiva che fondeva la sartoria rigorosa appresa a Savile Row con un’iconografia di violenza e minaccia, richiamando l’atmosfera claustrofobica e inquietante del film. Fu il primo grande successo critico di McQueen e gli aprì la strada ai finanziamenti necessari per la collezione successiva, Highland Rape. Una giacca di questa collezione è stata acquistata dal Met di New York ed è apparsa in due delle annuali mostre di moda organizzate dal museo, nel 2016 e nel 2024.
The Hunger, primavera-estate 1996
Ispirata a Miriam si sveglia a mezzanotte (1983) di Tony Scott, film erotico-horror sui vampiri, questa collezione segna anche la prima incursione di McQueen nel menswear. Presentata al Natural History Museum di Londra, univa tagli affilati e un’estetica torbida e sensuale, in linea con l’immaginario gotico e predatorio del film.
Balde Runner, Givenchy Haute Couture autunno-inverno 1998
Durante la sua direzione creativa da Givenchy, McQueen firma una collezione couture che è un’esplorazione dichiarata dell’estetica fantascientifica di Blade Runner (1982) di Ridley Scott. I costumi retro-futuristi disegnati per il film da Michael Kaplan e Charles Knode diventano il punto di partenza per una serie di look dark e high-tech; in passerella, alcune modelle sfilano con la frangia “a caschetto” che richiama esplicitamente Rachael, il replicante interpretato da Sean Young. Un esempio perfetto di come McQueen non si limitasse a citare un’atmosfera, ma traducesse in sartoria i dettagli specifici di un film.
The Shining, autunno-inverno 1999
Con The Overlook, McQueen ricrea in passerella l’atmosfera claustrofobica del capolavoro di Kubrick: la location fu ricoperta di neve artificiale, alcune modelle pattinavano sul ghiaccio, e l’invito allo show riprendeva la celebre frase “All work and no play makes Jack a dull boy“. Maglieria pesante, costruzioni in alluminio e parka di ispirazione Inuit componevano un guardaroba che restituiva lo stesso senso di isolamento e follia lenta del film.
They shoot horses, don’t they primavera-estate 2004
Con Deliverance, McQueen costruisce un’intera sfilata-performance sul dramma di Sydney Pollack ambientato durante la Grande Depressione, che racconta una spietata maratona di ballo. Abiti scintillanti in stile anni Trenta, boa di piume e strass Swarovski contrastavano con ballerini che si muovevano fino allo sfinimento sul palco, in un mix di moda e teatro che restituiva la stessa disperazione e lo stesso fascino decadente della pellicola.
Hitchcock, autunno-inverno 2005
Qui la citazione si fa stratificata su più livelli. La collezione porta il titolo The Man Who Knew Too Much, dal film di Hitchcock del 1956, ma l’invito allo show era in realtà un pastiche del poster di un altro capolavoro hitchcockiano, La donna che visse due volte (Vertigo, 1958), con il titolo della collezione sovrimpresso. Sul piano estetico, invece, McQueen dichiarò di essersi rifatto per la seconda volta in carriera a The Birds (dopo la collezione omonima del 1995), da cui riprese la femminilità sofisticata delle eroine comuni nei film del regista: tailleur in tweed dalla vita stretta, cappotti a trapezio, acconciature cotonate e un trucco cinematografico, in un’estetica anni Cinquanta-Sessanta.
Attraverso quasi vent’anni di carriera, il cinema per McQueen divenne un vero e proprio linguaggio narrativo non limitandosi ad essere una semplice fonte di ispirazione estetica: ogni sfilata diventava una messa in scena, capace di trasformare un fotogramma in un capo, e un’atmosfera cinematografica in un’esperienza sartoriale. Per l’hooligan della moda il cinema andava oltre il riferimento da citare, ma diventava qualcosa da indossare.
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