Il problema non è più soltanto quanto costa produrre un chilo di mais, allevare un bovino o irrigare un campo. Secondo Coldiretti Torino, la somma di prezzi, energia, siccità e difficoltà di accesso al credito sta portando una parte dell’agricoltura torinese verso un punto critico. Da qui l’appello diretto al presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio: servono interventi straordinari per evitare che la crisi delle singole aziende diventi una crisi dell’intero sistema locale del cibo.
Il presidente provinciale Bruno Mecca Cici mette al centro il reddito agricolo. «È a rischio il reddito delle imprese con l’attuale situazione di mercato, i costi di produzione alle stelle e i cambiamenti climatici», sostiene. Una fotografia che trova almeno in parte riscontro negli ultimi indicatori nazionali: secondo Ismea, ad agosto 2026 l’indice dei prezzi dei mezzi correnti di produzione agricoli risultava superiore del 2,5% rispetto a un anno prima, ma con differenze molto forti tra comparti. Per le coltivazioni l’incremento raggiungeva l’8,4%, con il mais al +13%, il frumento all’11,4% e il riso al 6,8%. Gli allevamenti mostravano invece una dinamica complessivamente più favorevole.
Per Coldiretti la prima emergenza riguarda energia e carburanti. Trattori, essiccatoi, pompe per l’irrigazione, celle frigorifere e stalle rendono l’agricoltura particolarmente esposta alle oscillazioni dei costi energetici. L’organizzazione chiede quindi alla Regione strumenti specifici per ridurre il peso delle spese di produzione, sostenendo che in molti casi l’aumento dei costi non riesce a essere trasferito sul prezzo riconosciuto all’agricoltore.
Il secondo fronte è quello della sostenibilità ambientale. Coldiretti non contesta l’obiettivo della riduzione dell’impatto dell’agricoltura, ma chiede che nuovi obblighi e adempimenti non si traducano in ulteriori costi o sanzioni per aziende già in difficoltà. È uno dei nodi più complessi della transizione agricola: migliorare l’efficienza nell’uso dell’acqua, dell’energia e dei prodotti tecnici richiede spesso investimenti iniziali che una piccola impresa con margini ridotti può avere difficoltà a sostenere.
Ma la questione più urgente resta l’acqua. L’estate 2026 ha lasciato un segno pesante sul Piemonte. Secondo Arpa, è stata la più calda della serie storica regionale iniziata nel 1958, con una temperatura media di 21,6 gradi, superiore di 3,1 gradi alla norma 1991-2020. A fine luglio quasi tutta la regione era in condizioni di siccità severa; le piogge di fine agosto hanno portato un miglioramento temporaneo, senza però colmare il deficit accumulato. A settembre la situazione è nuovamente peggiorata: sul bacino del Po sono caduti mediamente circa 35 millimetri di pioggia, il 66% in meno della media, facendo del mese uno dei dieci settembre più secchi degli ultimi settant’anni.
Da qui la richiesta di Coldiretti di accelerare sulla realizzazione di un piano degli invasi, capace di trattenere una quota maggiore dell’acqua quando è disponibile e utilizzarla nei periodi di scarsità. Sul tema, tuttavia, qualcosa si sta già muovendo. A settembre la Regione ha annunciato oltre 3,3 milioni di euro aggiuntivi per microinvasi aziendali e interventi sugli impianti irrigui. Il bando 2026 finanzia anche bacini per lo stoccaggio delle acque stagionali e sistemi per raccogliere quella piovana, con contributi fino al 65% della spesa ammissibile.
C’è poi un passaggio del documento di Coldiretti che merita una precisazione. L’organizzazione torinese afferma che non risulterebbero passi ufficiali della Regione verso il Ministero per l’attivazione dello stato di calamità naturale. Le comunicazioni ufficiali regionali disponibili restituiscono però un quadro differente: già il 6 agosto Cirio e l’assessore all’Agricoltura Paolo Bongioanni avevano annunciato l’avvio delle procedure e incontri con il Ministero dell’Agricoltura proprio per la richiesta dello stato di calamità legato alla siccità. Dal 14 settembre, inoltre, le aziende colpite possono presentare le denunce di sinistro attraverso il sistema nazionale AgriCAT. Questo non significa che tutti i ristori siano stati riconosciuti o che la procedura sia conclusa, ma indica che un percorso istituzionale è stato effettivamente avviato.
La partita, però, non riguarda soltanto il clima. Coldiretti chiede alla Regione di intervenire anche sulla finanza delle aziende, favorendo dove necessario una dilazione dei finanziamenti e un dialogo con il sistema bancario. È un tema che la stessa amministrazione regionale ha già portato al Tavolo Verde dell’8 settembre, dove sono state discusse ipotesi di prestiti agevolati, proroghe delle scadenze creditizie e interventi sui contributi previdenziali. In quella sede la Regione aveva inoltre annunciato un sostegno nell’ordine di 20 milioni di euro per fronteggiare l’aumento dei costi dei fertilizzanti.
L’ultimo capitolo è forse quello più strutturale: chi guadagna lungo la filiera alimentare. Gli agricoltori chiedono rapporti più equilibrati con trasformatori e grande distribuzione, contratti capaci di garantire prezzi sostenibili e un contrasto più efficace alle pratiche commerciali sleali. La questione non riguarda soltanto il prezzo che il consumatore vede sullo scaffale, ma quanto di quella cifra riesca effettivamente a tornare a chi ha prodotto la materia prima. Ismea sta effettuando nel 2026 una rilevazione dei costi su oltre 2.000 aziende proprio per migliorare la trasparenza dei rapporti lungo le filiere e fornire strumenti utili al contrasto delle pratiche scorrette.
È qui che l’allarme di Coldiretti assume una dimensione più ampia della tradizionale richiesta di aiuti. Se un’azienda chiude, non scompare soltanto un’attività economica: nei territori rurali vengono meno terreni coltivati, allevamenti, presidio del territorio e una parte della filiera che alimenta mercati, negozi e produzioni locali. Il timore dell’organizzazione agricola è che la combinazione tra clima estremo, costi e margini insufficienti possa accelerare questo processo.
La richiesta a Cirio è dunque quella di mettere insieme interventi immediati e misure strutturali: sostegno ai costi, credito, investimenti sull’acqua, filiere locali più solide e regole ambientali compatibili con la sostenibilità economica delle aziende. La Regione, dal canto suo, ha già avviato diversi strumenti su siccità, invasi, credito e ristori. La distanza tra le parti, a questo punto, sembra riguardare soprattutto tempi, dimensione delle risorse e capacità degli interventi di arrivare davvero alle aziende. Ed è su questo terreno che si giocherà una parte importante dell’annata agricola piemontese.
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