Un anno perduto nella ricerca non si recupera – Editoriale


Bandi, finanziamenti e burocrazia: quando lo Stato arriva tardi, la ricerca perde ricercatori, brevetti, investimenti e competitività. L’articolo 9 della Costituzione impone alla Repubblica di promuovere la ricerca scientifica e tecnica. Ma promuovere significa anche finanziare e decidere in tempo.

C’è una forma di ritardo che un Paese può, forse, permettersi. E ce n’è un’altra che non può permettersi affatto.
Si può rinviare una pratica amministrativa, pur con tutti i costi che questo comporta. Si può posticipare una riunione. Si può persino recuperare, almeno in parte, il ritardo di un cantiere aumentando turni, personale e mezzi.
Ma un anno perduto nella ricerca scientifica e tecnologica non è semplicemente un anno che si recupera l’anno successivo.
Perché mentre un bando viene preparato, pubblicato, corretto, valutato, finanziato e infine reso operativo, il resto del mondo non aspetta.
I laboratori stranieri continuano a lavorare. Le università concorrenti assumono ricercatori. Le imprese investono. Le tecnologie maturano. I brevetti vengono depositati. I risultati vengono pubblicati. I capitali si spostano. Le start-up raccolgono finanziamenti. I migliori giovani ricevono offerte e partono.
E quando finalmente il finanziamento arriva, può accadere che il progetto per il quale era stato pensato appartenga già a un contesto scientifico, tecnologico ed economico diverso.
È questo il punto che dovrebbe entrare con forza nel dibattito pubblico italiano: nella ricerca il tempo non è una variabile amministrativa. È una componente del valore dell’investimento.

L’Italia che finanzia oggi ciò che avrebbe dovuto iniziare ieri

Il problema assume una particolare gravità in un Paese che parte già da una posizione di debolezza relativa.
Secondo l’Istat, nel 2023 l’Italia ha investito complessivamente 29,4 miliardi di euro in ricerca e sviluppo, con un aumento nominale del 7,7% rispetto all’anno precedente. Ma l’intensità di R&S è rimasta ferma all’1,37% del Pil. La media europea nello stesso anno era pari al 2,26%.
Non stiamo quindi discutendo dei ritardi di un Paese che investe più degli altri e può permettersi qualche inefficienza procedurale.
Stiamo discutendo dei ritardi di un Paese che investe già significativamente meno della media europea.
E questo cambia completamente il significato della questione.
Se le risorse sono inferiori rispetto ai principali concorrenti e, in aggiunta, quelle disponibili vengono messe a disposizione con tempi incerti, il danno potenziale diventa doppio: investiamo meno e rischiamo di investire più tardi.
L’OCSE, nel suo Economic Survey: Italy 2026, evidenzia un altro dato che dovrebbe far riflettere: il sostegno pubblico alla R&S in Italia è pari allo 0,09% del Pil, contro lo 0,23% nella media OCSE. E ricorda che, mediamente nei Paesi OCSE, un euro di sostegno pubblico diretto o fiscale è associato a circa 1,40 euro di R&S delle imprese.
Questo significa che il finanziamento pubblico non vive isolato dentro un decreto ministeriale.
Può attivare investimenti privati, collaborazioni, assunzioni, laboratori, contratti, trasferimento tecnologico.
E allora il ritardo nell’erogazione non congela necessariamente soltanto la somma stanziata. Può ritardare anche ciò che quella somma avrebbe dovuto mettere in movimento.

Quanto costa davvero un anno di ritardo?

Qui occorre evitare le cifre ad effetto prive di fondamento.
Non esiste una formula scientificamente corretta secondo cui dodici mesi di ritardo equivalgano sempre, per esempio, al 10, al 20 o al 30% del valore di un progetto.
Dipende dal progetto.
Un programma di ricerca fondamentale può avere tempi molto lunghi e risentire meno di dodici mesi sotto il profilo commerciale immediato, pur subendo conseguenze sulla continuità dei gruppi di ricerca. Un progetto farmaceutico, biotecnologico, digitale, nell’intelligenza artificiale, nei semiconduttori, nell’energia o nelle telecomunicazioni può invece operare dentro finestre competitive molto più strette.
La letteratura economica sull’innovazione riconosce da tempo che il timing dell’introduzione delle innovazioni può determinare vantaggi competitivi. La ricerca sulle collaborazioni tecnologiche mostra inoltre che i ritardi nella commercializzazione possono associarsi a perdita di proprietà intellettuale e maggiore esposizione alla concorrenza.
Quindi chiedersi quanto incida un anno di ritardo significa porre almeno cinque domande diverse.
Quanto costa finanziariamente?
Quanto costa scientificamente?
Quanto costa industrialmente?
Quanto costa sul capitale umano?
E, soprattutto, quanto costa in termini di opportunità perdute?
È quest’ultimo il costo più difficile da inserire in un bilancio pubblico. Ed è probabilmente quello più importante.

Dodici mesi possono cambiare completamente una tecnologia

Pensiamo a un’impresa che presenta un progetto innovativo nel 2025 sulla base dello stato dell’arte di quel momento.
Prepara il partenariato. Individua università e centri di ricerca. Definisce il budget. Impegna personale. Negozia con fornitori. Costruisce un programma industriale.
Poi aspetta.
Passano sei mesi.
Poi nove.
Poi dodici.
Quando il progetto può finalmente partire, il mercato potrebbe essere cambiato. Una tecnologia concorrente potrebbe essere diventata più economica. Un’altra impresa potrebbe avere depositato un brevetto. Un concorrente straniero potrebbe essere entrato sul mercato. Un componente previsto dal progetto potrebbe essere diventato obsoleto. Il ricercatore che doveva guidare una determinata attività potrebbe essersi trasferito all’estero.
E allora il progetto deve essere aggiornato.
Ed ecco il paradosso: il ritardo amministrativo produce nuova burocrazia.
Bisogna rimodulare.
Aggiornare i costi.
Modificare il cronoprogramma.
Rivedere le tecnologie.
Sostituire personale.
Talvolta ridefinire obiettivi e partnership.
Il tempo perso genera altro tempo perso.

La ricerca non è un magazzino

Questo è forse l’errore culturale più grave.
Trattiamo troppo spesso i finanziamenti alla ricerca come se fossero fondi destinati all’acquisto di beni standardizzati: se cento milioni vengono assegnati oggi oppure fra dodici mesi, si pensa che rimangano comunque cento milioni.
Contabilmente può essere vero.
Economicamente e scientificamente, no.
La ricerca è fatta soprattutto di persone, conoscenza, competizione e opportunità temporali.
Un ricercatore non rimane necessariamente disponibile per un anno nell’attesa che l’amministrazione concluda un procedimento.
Un’impresa non può necessariamente congelare per dodici mesi un gruppo di ingegneri.
Una start-up non può aspettare indefinitamente un decreto.
Un laboratorio non può dire a un giovane ricercatore: torna tra un anno, quando forse sapremo se il progetto sarà finanziato.
La conseguenza è una selezione perversa: le grandi organizzazioni, dotate di liquidità e strutture amministrative robuste, possono più facilmente anticipare risorse e sopportare l’incertezza. Le piccole imprese, le start-up, i giovani ricercatori e i gruppi emergenti molto meno.
Il ritardo, quindi, non è neutrale.
Seleziona chi può permettersi di aspettare.
E un sistema della ricerca che premia indirettamente la capacità finanziaria di attendere rischia di penalizzare proprio l’innovazione più fragile, giovane e radicale.

Il paradosso costituzionale

Tutto questo assume un significato ancora più serio se si torna alla Costituzione.
L’articolo corretto da cui partire non è il 33, ma innanzitutto l’articolo 9: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica». L’articolo 33 stabilisce poi che «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento».
“Promuove” è un verbo importante.
Non significa semplicemente consentire.
Non significa osservare.
Non significa finanziare quando possibile.
Esprime una responsabilità positiva della Repubblica nei confronti della conoscenza.
Ed è legittimo allora porre una domanda istituzionale: può dirsi realmente promossa una ricerca che riceve le risorse quando una parte del loro valore temporale è già stata consumata dall’attesa?
La questione non è retorica.
La libertà scientifica ha bisogno anche delle condizioni materiali per essere esercitata. Un progetto approvato ma non tempestivamente finanziato esiste amministrativamente; può non esistere ancora scientificamente.

PNRR: la grande occasione e la grande contraddizione

Il PNRR avrebbe dovuto rappresentare anche una straordinaria accelerazione nel rapporto fra ricerca e impresa.
Eppure l’OCSE, nell’analisi sull’Italia pubblicata nel 2026, osserva che l’attuazione dei progetti PNRR in R&S risultava in ritardo rispetto al programma e che, a luglio 2024, risultava speso soltanto il 16,6% dei fondi considerati dall’analisi.
Non significa che il restante finanziamento sia stato perduto. Significa però che esiste un problema di velocità di trasformazione delle risorse in attività.
E nella ricerca la velocità conta.
La documentazione del MUR mostra inoltre quanto complessa sia la fase finale: circolari operative sulla rendicontazione, riassegnazioni, proroghe e differimenti dei termini. Nel giugno 2026, per esempio, un decreto ha ulteriormente differito dal 30 giugno al 30 settembre 2026 il termine per il completamento di determinate spese universitarie, motivando la scelta con la necessità di assicurare agli atenei il tempo necessario per utilizzare integralmente le risorse; un’altra misura aveva esteso i termini dei programmi PNRR relativi a Centri nazionali, Ecosistemi dell’innovazione e Partenariati estesi.
Le proroghe possono essere necessarie e persino responsabili quando evitano di sacrificare progetti validi. Ma sono anche la fotografia di un problema che andrebbe affrontato a monte: un sistema della ricerca non dovrebbe avere bisogno dell’emergenza temporale come metodo ordinario di funzionamento.

Il Governo ha riconosciuto il problema. Ora va misurato sui risultati

Sarebbe scorretto ignorare che nel 2026 è stata avviata una risposta.
Il Ministero dell’Università e della Ricerca ha introdotto un Piano triennale della ricerca 2026-2028, con oltre 1,2 miliardi di euro, un fondo unico e soprattutto un calendario programmato dei bandi. La riforma prevede espressamente un cronoprogramma prefissato sia per il lancio delle procedure sia per la conclusione delle selezioni. Lo stesso MUR ha presentato la misura come una risposta alla precedente incertezza sui tempi dei bandi e sull’erogazione delle risorse.
È una scelta nella direzione giusta.
Ma proprio perché la diagnosi è ormai riconosciuta, da oggi la valutazione dovrà essere rigorosa.
Non basterà misurare quanti miliardi sono stati stanziati.
Bisognerà pubblicare anche quanto tempo trascorre tra programmazione, apertura del bando, chiusura delle candidature, valutazione, graduatoria, decreto di concessione, disponibilità effettiva delle risorse e avvio dei progetti.
Perché lo stanziamento misura l’intenzione.
Il tempo di erogazione misura la capacità dello Stato.

Bisogna introdurre un “costo del ritardo”

Forse è arrivato il momento di cambiare anche il modo in cui valutiamo le politiche pubbliche per la ricerca.
Ogni grande bando dovrebbe avere un indicatore pubblico di time-to-grant: quanti giorni trascorrono dalla chiusura della call alla decisione di finanziamento.
E dovrebbe esistere un secondo indicatore ancora più importante: il time-to-cash, cioè quanti giorni trascorrono prima che le risorse diventino concretamente utilizzabili dal beneficiario.
Le amministrazioni dovrebbero essere valutate anche su questo.
Perché non ha senso premiare soltanto la capacità di impegnare contabilmente le risorse se poi università, centri di ricerca e imprese non possono utilizzarle nei tempi in cui servono.
E nei progetti tecnologicamente più sensibili dovrebbe essere prevista una vera valutazione del costo del ritardo: perdita attesa di vantaggio competitivo, aumento dei costi, necessità di aggiornamento tecnologico, rischio di dispersione del personale, riduzione della vita commerciale attesa del risultato.
Non per trasformare la scienza in una formula finanziaria, ma per costringere l’amministrazione a riconoscere ciò che oggi troppo spesso ignora: il tempo ha un prezzo.

Il danno invisibile: i ricercatori che se ne vanno

Esiste infine un costo che nessun sistema di rendicontazione riesce davvero a fotografare.
È quello delle persone che smettono di aspettare.
Un giovane ricercatore che riceve un’offerta da un’università straniera non può sempre rispondere: attendo che venga pubblicata la graduatoria italiana.
Un ingegnere altamente specializzato non resta necessariamente fermo nell’attesa dell’avvio di un progetto.
Una start-up non sospende il proprio burn rate perché una commissione deve ancora riunirsi.
Il capitale umano si muove.
Ed è proprio quello più qualificato ad avere maggiori possibilità di farlo.
Per questo il ritardo dei finanziamenti può trasformarsi in un meccanismo silenzioso di perdita dei talenti: non necessariamente perché all’estero si guadagni sempre di più, ma perché altrove può esserci maggiore prevedibilità.
Per un ricercatore, sapere quando un progetto inizierà può essere importante quasi quanto sapere quanto sarà finanziato.

La ricerca non può vivere di solleciti

Torniamo così all’Italia dei continui solleciti.
Il professore che scrive al Ministero.
L’università che aspetta il decreto.
L’impresa che chiede quando arriverà la graduatoria.
Il ricercatore che domanda se il contratto potrà essere rinnovato.
L’ufficio amministrativo che attende una circolare.
La start-up che non sa se assumere.
Tutti aspettano qualcuno.
E tutti, nel frattempo, dovrebbero innovare.
È una contraddizione che un Paese industriale non può più permettersi.
L’Italia non ha bisogno soltanto di più ricerca. Ha bisogno di ricerca finanziata nel momento in cui può produrre il massimo valore.
Perché investire l’1,37% del Pil quando la media europea è superiore al 2% rappresenta già un limite competitivo. Far arrivare tardi una parte di quelle risorse significa aggravarlo.
E qui sta forse la questione politica più importante.
Un anno di ritardo non è un anno amministrativo.
Può essere un brevetto depositato da qualcun altro.
Può essere un ricercatore partito.
Può essere un’impresa che rinuncia.
Può essere una tecnologia diventata vecchia prima ancora di essere sperimentata.
Può essere un investimento privato che non viene attivato.
Può essere un laboratorio che perde una competenza costruita in dieci anni.
Può essere, semplicemente, un’occasione che non torna.
La Repubblica, dice la Costituzione, promuove la ricerca scientifica e tecnica.
Allora bisogna avere il coraggio di completare quel principio con una responsabilità politica elementare: la ricerca non deve soltanto essere finanziata. Deve essere finanziata in tempo.
Perché nella competizione scientifica internazionale il denaro arrivato tardi non vale quanto il denaro arrivato al momento giusto.
E mentre noi proroghiamo una scadenza, correggiamo un decreto o aspettiamo una graduatoria, qualcuno, da qualche parte nel mondo, sta già facendo la ricerca che avremmo potuto fare noi.
È questa la vera misura di un anno perduto.
Ed è un costo che nessun bilancio dello Stato, a consuntivo, sarà mai capace di restituirci.


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