In breve
- Al bando Act di Fondazione Unipolis le candidature sono salite in un anno da 743 a 1.046, a fronte di cinque progetti finanziati: meno dello 0,5%.
- La facilità con cui l’IA genera testi rischia di moltiplicare le domande, spingendo chi valuta verso filtri automatici, come già accade con i curriculum.
- Per il sociologo Paolo Pezzana la via d’uscita è la coprogettazione prevista dal Codice del Terzo settore: finanziatori ed enti costruiscono insieme i progetti sul territorio.
I sistemi di intelligenza artificiale sono, tra le altre cose, straordinari strumenti generativi di testi. Producono in tempi rapidissimi analisi articolate, rapporti, slide, schede tecniche e budget. Un tema che attiva radicali trasformazioni dell’organizzazione del lavoro, che riguardano sia le aziende e le professioni, sia il mondo del terzo settore.
Uno dei campi in cui questa capacità generativa artificiale si comincia a misurare in maniera evidente è la progettazione e la partecipazione ai bandi di finanziamento, in particolare quelli rivolti al terzo settore.
Candidature ai bandi in crescita, probabilità di successo in calo
Il fenomeno viene raccontato molto chiaramente in un articolo apparso su Avvenire. Prendendo come esempio il bando Act (Aspirare. Coinvolgere. Trasformare.) di Fondazione Unipolis, si sottolinea come quest’anno le candidature siano state 1.046 (erano 743 l’anno prima) e i progetti finanziati cinque. Una probabilità di successo di meno dello 0,5%: una probabilità paragonabile a quella di un ambo al lotto.
Si tratta di un tema i cui impatti si cominciano a misurare anche in Europa. Nella call del programma europeo Cerv (Cittadini, uguaglianza, diritti e valori) sulla partecipazione dei cittadini i progetti finanziati sono passati dal 47% delle proposte nel 2022 al 12,5% nel 2025. A riprova che, alle condizioni date, l’utilizzo non regolato dell’IA per bandi e progetti rischia di ingolfare in maniera micidiale il sistema delle domande e della partecipazione.
Filtri automatici e autodichiarazioni contro i testi dell’IA
«A oggi la difficoltà principale per i progettisti è fare capire a chi valuta che non sta scrivendo con l’IA». Paolo Pezzana è sociologo, consulente, ricercatore, formatore per la fondazione Ifel dell’Anci e docente di Laboratori di processi sociali ed economici del capitalismo contemporaneo all’Università Cattolica di Milano. «I pattern stilistici e di costruzione sono sempre più riconoscibili, e i valutatori ormai hanno cominciato a identificarli e a giudicarli». Il mondo del terzo settore si sta interrogando da tempo su quali misure adottare per rispondere all’aumento di progetti generati con l’IA.
La dinamica è simile a quanto accaduto nel passato con la gestione dei curriculum. A fronte dell’aumento dei volumi, sono stati creati sistemi di verifica e filtri digitali. I più noti sono gli Ats (applicant tracking system). Applicano automaticamente una serie di criteri per stabilire se un curriculum è conforme e può passare alla fase successiva di valutazione. Il rischio, dunque, è che si viri verso un meccanismo automatizzato per cui i progetti devono essere scritti in un certo modo per superare un’eventuale fase di filtro digitale, senza apporto umano nella prima fase di valutazione.
In attesa di capire se e come questi sistemi si attiveranno, uno dei più semplici strumenti, adottato da alcune fondazioni, è la presentazione del progetto con forme di autodichiarazioni. I partecipanti indicano quali siano le parti originali e quali quelle generate dall’IA.
Si tratta però di un affinamento di un modello già esistente, non di un cambio di paradigma. L’obiettivo è introdurre una serie di strumenti di protezione e di gestione del nuovo flusso di testi, aumentato profondamente dalle capacità generative dell’IA. Per Pezzana, però, non basta: «È uno strumento filtro, ma il punto non è cosa è scritto con l’IA e quale sia invece il contenuto originale. L’IA è utilissima per alcuni aspetti. Ma il tema è non far generare all’IA le idee, i progetti, i contenuti, la struttura delle azioni».
La valutazione in due fasi passa dal confronto con chi progetta
La crescita di progetti generati o supportati dall’IA può diventare anche l’occasione per modificare in modo più strutturale il meccanismio. È la proposta di Pezzana: «La modalità attuale in molti casi è efficace, ma per altri aspetti ha fatto il suo tempo. Per capire cosa fanno davvero i soggetti del terzo settore servono dei dispositivi conversazionali. In altri termini, discutere, relazionarsi, “farsi delle camminate” con i soggetti sui territori. Serve a capire se il bisogno c’è, quali sono i progetti, come davvero sono capaci di tessere reti e come queste cose avvengono».
L’idea che emerge sempre di più nella discussione è quella secondo cui, dopo una prima fase di selezione e verifica dei requisiti, la seconda parte diventi relazionale, costruita assieme ai progettisti. I valutatori verificano effettivamente e sostanzialmente gli impatti, la capacità di gestione progettuale e la tenuta di un progetto prima di erogare le risorse. Si passa così da un bando competitivo a un processo capace di valutare relazioni, connessioni e capacità, soprattutto per un terzo settore chiamato a essere davvero generativo.
«Ci sono modelli che dividono ancora in maniera più netta le due fasi. Nella prima si valuta l’idea progettuale e se ne finanzia lo sviluppo, che poi viene valutato nella seconda fase una volta sviluppato», spiega Pezzana. È un meccanismo che ha anche dei vantaggi indiretti. «Per le piccole realtà del terzo settore, dove le risorse iniziali per sviluppare un progetto non sono così facili da reperire, può avere effetti positivi», conferma Pezzana. «Avere un budget finanziato per coinvolgere advisor o progettisti nello sviluppo ha creato anche degli effetti positivi di empowerment.
Ma a beneficiarne è la qualità della valutazione progettuale, perché tra la fase 1 e la fase 2 il finanziatore incontra, chiede, si fa spiegare, entra nel dettaglio». Pezzana indica poi l’accorgimento, adottato da diverse fondazioni, di «mettere nei gruppi dei valutatori sempre qualcuno che conosca bene il territorio e che possa integrare anche le valutazioni degli altri, basandosi sull’esperienza, sulle valutazioni di chi ha concreta conoscenza delle realtà in cui si opera».
Coprogettazione e coprogrammazione, l’alternativa ai bandi
Se una prima risposta alla crescita dei progetti generati con l’IA è restituire centralità alle persone e alla loro capacità di leggere contesti e relazioni, la riflessione successiva è più radicale: ripensare, in modo più generale, il sistema dei finanziamenti e dell’accesso alle risorse da parte del terzo settore. Da un lato i contributi in cui le verifiche riguardano i requisiti e l’adesione a linee di lavoro già identificate. Dall’altro una parte generativa, in cui la centralità è data alla costruzione del progetto e alla sua qualità.
«In generale si tratta di costruire le condizioni perché i soggetti erogatori, pubblici o fondazioni, usino sempre di più la coprogrammazione e la coprogettazione». Si tratta di due strumenti, previsti dal Codice del Terzo settore, che vengono considerati come alternativa al rapporto fondato su mercato e competizione. Con la coprogrammazione, ente pubblico ed enti del terzo settore leggono insieme i bisogni di un territorio e decidono quali interventi servano e con quali risorse. Con la coprogettazione definiscono e realizzano insieme un progetto o un servizio specifico. Nel bando, invece, l’ente erogatore fissa da solo obiettivi e criteri, e i soggetti competono con proposte scritte a distanza. Nel percorso condiviso il progetto nasce invece dal confronto, prima che le risorse siano assegnate.
Il terzo settore davanti all’IA deve ripensare l’accesso ai fondi
I progetti generati con l’intelligenza artificiale mettono sotto pressione un sistema consolidato come quello dei bandi. La domanda è come rinnovare e ricostruire un modello capace di rispondere alla grande capacità di generazione dei modelli LLM, con una valutazione diversa della generatività e degli impatti che il terzo settore può avere.
La riflessione sui modelli da ripensare parte da qui, secondo Pezzana: «Fondazioni, enti erogatori possono continuare a finanziare i bandi per alcune specifiche iniziative, ma il cuore è virare sempre più alle coprogettazioni, alle coprogrammazioni territoriali. Dare centralità alle relazioni, definire budget, verificare concretamente e progettare insieme, toccando con mano gli impatti e le relazioni che le risorse possono generare».
Un tema di ripensamento generale che riguarda enti pubblici, formatori, valutatori, progettisti, il mondo del terzo settore e le sue componenti. Non solo per generare filtri, meccanismi di contrasto o tecniche, ma per vedere contromisure che diventino un’alternativa capace di salvaguardare i principi e i valori del terzo settore anche ai tempi dell’intelligenza artificiale.
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