Il bando europeo per lo stoccaggio delle materie prime critiche entra domani nella fase di valutazione. Dopo l’annuncio di Meloni in Senato sulla candidatura di Porto Marghera a hub europeo delle terre rare, la sfida è trasformare il progetto in un piano industriale
Porto Marghera non può limitarsi a fare da magazzino all’Europa.
Se la partita delle materie prime critiche è strategica per il futuro industriale del continente, Venezia deve provare a giocarla da protagonista, andando oltre lo stoccaggio e puntando a costruire un polo produttivo.
La differenza è sostanziale: il primo riguarda la disponibilità di materiali strategici, il secondo implica la capacità di generare investimenti, competenze e lavoro.
Martina Semenzato, deputata di Noi Moderati e capogruppo in Commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera, lo dice chiaramente e per questo chiede di affiancare alla candidatura di Marghera un vero piano industriale.
La candidatura italiana è già sul tavolo europeo: la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenendo in Senato, ha ufficializzato ieri la proposta di Porto Marghera all’Unione europea come hub strategico per le materie prime critiche.
Ma il progetto pilota europeo, dedicato in particolare alle terre rare e al tungsteno, può rappresentare un punto di partenza, non il traguardo.
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Onorevole, lei ha più volte detto sul tema che investire su Venezia significa investire sull’Italia. Ci spiega perché?
Perché Venezia non è soltanto un patrimonio da conservare. È un territorio che può contribuire al futuro industriale, alla ricerca e alla capacità del Paese di affrontare le sfide ambientali. Investire qui significa proteggere una città unica e valorizzare competenze, infrastrutture e attività produttive utili all’intero Paese.
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Quali tre risultati concreti può offrire Venezia al Paese?
Può contribuire alla sicurezza delle forniture di materie prime strategiche per le imprese; sviluppare attività di trasformazione e riciclo a Porto Marghera; produrre innovazione nella protezione dei territori costieri.
I risultati devono essere misurabili: investimenti realizzati, occupazione stabile e interventi completati. Venezia può diventare un riferimento nazionale sia nella salvaguardia ambientale sia nella capacità di coniugare logistica, industria e innovazione.
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Quante risorse servono per la salvaguardia di Venezia?
Serve un quadro unico e aggiornato che comprenda gestione e manutenzione del MOSE, interventi sulla laguna, riequilibrio ambientale e manutenzione urbana. Non sarebbe serio indicare una cifra complessiva senza prima distinguere queste esigenze e verificare le risorse già disponibili.
La mia proposta è chiedere un piano pluriennale che chiarisca quanto serve, quanto è finanziato e quanto manca. La salvaguardia deve poter contare su risorse continuative, non su decisioni prese di volta in volta.
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Concretamente cosa significa ospitare un sito di stoccaggio strategico delle materie prime critiche?
Significa contribuire alla disponibilità di materiali necessari alle industrie italiane ed europee anche in caso di interruzioni delle forniture. Non si tratta soltanto di custodire merci, ma di organizzarne acquisto, conservazione, tracciabilità e disponibilità secondo regole precise.
Il progetto pilota europeo riguarda in particolare le terre rare e il tungsteno, materiali strategici per numerose produzioni industriali.
Per Marghera sarebbe una funzione importante. Il nostro obiettivo, però, deve essere collegare lo stoccaggio alla produzione, alla ricerca e alla trasformazione dei materiali.
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A che punto è la candidatura di Porto Marghera?
Ci sono stati passaggi tecnici e politici importanti, dalla missione degli esperti europei alla presentazione della candidatura italiana.
Il bando europeo, pubblicato il 15 settembre, ha fissato al 9 ottobre la scadenza per le manifestazioni di interesse degli organismi attuatori. La valutazione è prevista a partire dal 16 ottobre, con comunicazione degli esiti nel corso dello stesso mese.
Non dobbiamo però confondere la candidatura di Porto Marghera con un’assegnazione già ottenuta. La selezione europea riguarda gli organismi incaricati di realizzare il progetto pilota e prevede anche la successiva individuazione del sito di stoccaggio.
Va quindi chiarito l’esito della procedura e reso pubblico il calendario dei passaggi successivi. È su questo che chiederei un aggiornamento al Governo.
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Esiste già un piano economico? Chi dovrebbe finanziare l’operazione?
Dobbiamo distinguere il progetto pilota europeo di stoccaggio dal programma industriale che vogliamo costruirgli attorno.
La Commissione europea ha previsto 14 milioni di euro per il progetto pilota, destinati a uno o più organismi attuatori. Le risorse riguardano la progettazione e la sperimentazione operativa del sistema, compresi acquisto, conservazione e gestione delle scorte.
Non disponiamo invece di un quadro pubblico completo dei costi e delle coperture di un eventuale sviluppo industriale a Porto Marghera.
Non indicherei quindi percentuali arbitrarie. L’Europa dovrebbe sostenere la funzione strategica comune; lo Stato e gli altri soggetti pubblici le infrastrutture e gli interventi di propria competenza; le imprese gli investimenti produttivi. Ogni contributo pubblico deve avere obiettivi e risultati verificabili.
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Come evitare che Porto Marghera diventi soltanto un deposito?
Affiancando alla candidatura un piano industriale. Dobbiamo creare le condizioni per sviluppare recupero, purificazione, riciclo e trasformazione dei materiali.
Il progetto europeo rappresenta una prima sperimentazione, ma la prospettiva deve essere più ampia. La stessa Commissione considera fondamentali il coinvolgimento delle imprese, la capacità logistica e il coordinamento tra soggetti pubblici e industriali.
Propongo un accordo tra istituzioni e imprese che definisca aree disponibili, infrastrutture necessarie, investimenti e tempi. Lo stoccaggio può essere il punto di partenza: il risultato deve essere nuovo valore produttivo e occupazione in Italia.
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Quali filiere potrebbero svilupparsi? Ci sono imprese già coinvolte?
Le opportunità da approfondire riguardano la chimica, il recupero dei materiali, il riciclo e le lavorazioni necessarie alle nuove tecnologie. Il progetto europeo individua nelle terre rare e nel tungsteno due ambiti strategici, con ricadute potenziali su filiere industriali avanzate.
Marghera deve partire dalle proprie competenze industriali e rafforzarle, valorizzando anche la vicinanza ai distretti produttivi del Nordest.
Sulle imprese serve precisione: essere presenti nel territorio o avere un progetto sulle materie prime non significa partecipare automaticamente al futuro hub. Dobbiamo distinguere le manifestazioni di interesse dagli investimenti deliberati e chiedere progetti concreti, con capitali e tempi definiti.
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Quali ostacoli devono essere rimossi per permettere alle imprese di investire?
La priorità è ridurre l’incertezza. Un’impresa deve sapere quali aree può utilizzare, quali interventi ambientali sono necessari, quali autorizzazioni deve ottenere e quando potrà disporre di energia e servizi.
Il bando europeo attribuisce particolare importanza alla disponibilità delle infrastrutture, alla sicurezza dei siti e ai collegamenti multimodali. Sono elementi sui quali Porto Marghera può mettere a disposizione caratteristiche territoriali importanti, ma che devono essere documentati e verificati.
Propongo di partire dalle aree destinate ai possibili insediamenti, indicando per ciascuna vincoli, responsabilità e tempi. Semplificare non significa ridurre le tutele ambientali: significa rendere chiaro il percorso e individuare chi deve decidere.
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Quanti posti di lavoro potrebbero nascere?
Oggi non sarebbe serio dare un numero senza un piano industriale. Le ricadute dipenderanno soprattutto dalle attività produttive che accompagneranno lo stoccaggio.
Il progetto pilota europeo ha una funzione inizialmente operativa e sperimentale. Le opportunità occupazionali più significative potranno derivare dall’eventuale sviluppo delle filiere di trasformazione, recupero e riciclo. A ogni progetto dobbiamo chiedere quanti addetti prevede, quali competenze richiede e quando potranno partire le assunzioni. Bisogna distinguere il lavoro temporaneo dei cantieri dall’occupazione stabile e costruire la formazione sulle professionalità effettivamente necessarie.
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Quale impegno concreto si assume?
Mi impegnerei su due richieste al Governo: un quadro aggiornato dei fabbisogni e delle coperture per la salvaguardia di Venezia e un aggiornamento preciso sulla candidatura di Porto Marghera, anche alla luce della procedura europea avviata a settembre.
È importante conoscere l’esito della selezione, i soggetti coinvolti, le condizioni necessarie per individuare il sito e i successivi passaggi operativi.
Proporrei di presentare questo quadro entro novanta giorni. Non significa promettere che tutto sarà concluso, ma assumere un primo impegno verificabile: chiarire dove siamo, che cosa manca e chi deve fare il passo successivo.
Consuelo Terrin
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