La partita sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea entra in una fase decisiva e, con essa, torna al centro del confronto il ruolo dell’agricoltura nelle priorità strategiche comunitarie. La proposta di compromesso presentata dalla Presidenza irlandese del Consiglio prova a conciliare la tutela delle politiche consolidate, dalla coesione alla Politica agricola comune, con le nuove esigenze di spesa per difesa, sicurezza e competitività. Ma l’equilibrio individuato da Dublino non sembra ancora sufficiente a rassicurare Parlamento europeo e rappresentanze della filiera agricola.
La questione, infatti, non si esaurisce nella dimensione finanziaria. A essere discussi sono anche l’architettura della futura Pac, il margine di autonomia lasciato agli Stati membri, la distribuzione degli aiuti e la capacità dell’Unione di sostenere un settore chiamato a rispondere contemporaneamente alle pressioni economiche, climatiche e geopolitiche. In gioco c’è la coerenza tra gli obiettivi dichiarati dall’Europa e gli strumenti necessari per renderli concretamente raggiungibili.
Il compromesso: 261 miliardi per il sostegno al reddito
Pubblicata il 10 ottobre, la nuova proposta negoziale della Presidenza irlandese mantiene un bilancio complessivo di 1.620 miliardi di euro per il periodo 2028-2034, circa l’8% in meno rispetto alla proposta originaria della Commissione europea. Restano confermate anche le dotazioni nazionali precedentemente ipotizzate per agricoltura, coesione e pesca.
Per la Pac, il testo conserva una dotazione minima di 261,01 miliardi di euro destinata agli interventi di sostegno al reddito degli agricoltori, all’interno dei Piani di partenariato nazionali e regionali (Nrpp). La Presidenza sottolinea che la scelta risponde alle richieste della maggioranza degli Stati membri di mantenere le allocazioni nazionali delle principali politiche comunitarie, senza ulteriori riduzioni rispetto alle cifre già individuate nel negoziato.
Il compromesso riconosce inoltre la necessità di preservare l’identità della Pac, prevedendo disposizioni specifiche nel relativo regolamento e consentendo agli Stati membri di inserire capitoli agricoli dedicati nei rispettivi piani nazionali. Stabilizzazione dei redditi, ricambio generazionale, sicurezza alimentare e sostenibilità economica, ambientale e sociale restano tra gli obiettivi fondamentali.
È un riconoscimento importante, ma non risolve tutte le criticità. Il nodo più controverso rimane infatti l’integrazione della spesa agricola in piani finanziari più ampi, nei quali confluiranno anche interventi per la coesione territoriale e altre priorità nazionali. Una struttura che, pur mantenendo una quota minima per il sostegno al reddito, potrebbe modificare il rapporto tra la politica agricola e il quadro generale delle politiche di investimento europee.
La proposta prevede anche che almeno il 10% delle risorse pertinenti dei piani nazionali, escluse le dotazioni minime per Pac e pesca e i finanziamenti del Fondo sociale per il clima, sia destinato alle aree rurali. A questo si aggiunge un margine di flessibilità pari al 25% delle allocazioni nazionali, utilizzabile per rispondere alle crisi e per la revisione intermedia. Gli Stati membri potrebbero impiegare fino a due terzi delle risorse disponibili per quest’ultima finalità a favore di interventi Pac o misure rurali fin dall’inizio del nuovo quadro finanziario.
Si tratta, tuttavia, di possibilità che non equivalgono a stanziamenti agricoli aggiuntivi garantiti: la loro effettiva destinazione dipenderà dalle scelte nazionali e dalla composizione dei singoli piani.
Il rischio di un bilancio insufficiente
Le riserve più nette arrivano dal Parlamento europeo. I correlatori del prossimo quadro finanziario pluriennale, Siegfried Mureșan e Carla Tavares, insieme ai correlatori sulle risorse proprie Danuše Nerudová e Sandra Gómez López, hanno giudicato la proposta irlandese una base non accettabile per raggiungere un accordo.
Secondo le loro valutazioni, la riduzione dell’8% rispetto al progetto della Commissione rischia di indebolire politiche già chiamate a rispondere a responsabilità crescenti. Il Parlamento contesta inoltre una lettura del bilancio che ne evidenzia l’incremento nominale rispetto al periodo attuale senza considerare adeguatamente l’inflazione e i costi di rimborso del debito legato a NextGenerationEU.
I negoziatori parlamentari stimano che, tenendo conto di questi fattori, il valore reale del nuovo quadro finanziario potrebbe risultare inferiore del 10% rispetto a quello attuale. Per l’agricoltura, il rischio è che la conferma formale di una dotazione minima non si traduca in una capacità di spesa sufficiente a sostenere gli obiettivi assegnati al settore.
La posizione del Parlamento è legata anche alla questione delle entrate europee. L’Irlanda propone un pacchetto di nuove risorse proprie che potrebbe generare circa 55 miliardi di euro l’anno, ma il confronto tra gli Stati membri rimane aperto. Gli eurodeputati chiedono maggiori progressi, sostenendo che le ambizioni politiche dell’Unione debbano essere accompagnate da entrate adeguate.
Sul fronte agricolo, Copa e Cogeca contestano il permanere di una riduzione della PAC superiore al 20%, secondo la loro valutazione, rispetto alle risorse attuali, senza considerare l’inflazione. Le organizzazioni europee degli agricoltori e delle cooperative denunciano inoltre l’assenza di garanzie vincolanti sull’effettiva destinazione all’agricoltura di eventuali risorse aggiuntive.
Critiche analoghe arrivano dal think tank Farm Europe, che invita a non considerare la Pac finanziariamente protetta sulla sola base della conferma della dotazione minima. Secondo le sue stime, circa 45 miliardi di euro potrebbero essere potenzialmente mobilitati attraverso i meccanismi di flessibilità dei piani nazionali, ma senza un obbligo per gli Stati membri di destinarli al settore agricolo.
Anche lo sviluppo rurale presenta margini di incertezza. Il fondo previsto per queste finalità conterrebbe almeno 48,9 miliardi di euro, ma la sua portata sarebbe più ampia rispetto all’attuale programma di sviluppo rurale della Pac. Senza un vincolo specifico, una parte delle risorse potrebbe quindi non tradursi in interventi a favore delle imprese agricole.
Aiuti diretti, redistribuzione e ricambio generazionale
La distribuzione del sostegno al reddito rappresenta un altro punto sensibile del negoziato. Il testo irlandese mantiene un sistema di riduzione progressiva degli aiuti diretti più elevati, con tagli del 15% per la quota compresa tra 100.000 e 125.000 euro, del 25% tra 125.000 e 150.000 euro e del 50% oltre i 150.000 euro. È inoltre previsto un massimale di 300.000 euro per il sostegno annuale al reddito basato sulla superficie, mentre resta da chiarire se il meccanismo sarà obbligatorio o volontario. Le relative disposizioni sono ancora oggetto di negoziato.
La proposta si discosta, su aspetti rilevanti, dall’impostazione iniziale della Commissione. La European Coordination Via Campesina (Ecvc), che rappresenta una componente del mondo agricolo particolarmente attenta alle piccole e medie aziende, ritiene che l’innalzamento delle soglie possa ridurre l’efficacia redistributiva degli aiuti e favorire le imprese di maggiori dimensioni.
L’organizzazione chiede un tetto obbligatorio di 60.000 euro per agricoltore attivo, accompagnato da riduzioni progressive, e propone di portare fino a 5.000 euro il pagamento forfettario annuale per le piccole aziende, rispetto ai 3.000 euro ipotizzati dalla Commissione. Sollecita inoltre maggiori risorse per il ricambio generazionale e per le aziende condotte da donne, insieme a condizioni ambientali e sociali applicabili a tutti i pagamenti della Pac.
Hansen: «Il carattere comune della Pac è fondamentale»

A ribadire il valore strategico della politica agricola è intervenuto il commissario europeo all’Agricoltura e all’alimentazione Christophe Hansen, aprendo il 14 ottobre a Stoccolma il 12° Congresso degli agricoltori europei. Il commissario ha difeso il sostegno al reddito e messo in guardia da ulteriori tagli, sottolineando che il confronto sul bilancio non può considerarsi concluso.
Hansen ha insistito soprattutto sulla necessità di preservare il carattere comune della Pac, giudicando inadeguata una rinazionalizzazione della politica agricola di fronte a sfide che superano le capacità dei singoli Paesi. Stabilità e prevedibilità, nella sua lettura, rappresentano condizioni essenziali per consentire alle imprese di programmare investimenti e affrontare le trasformazioni in corso.
La resilienza interna ed esterna e la modernizzazione del settore sono le tre direttrici indicate dal commissario. Tra le priorità figura una gestione del rischio più strutturata: la compensazione successiva alle calamità, da sola, non sarebbe più sufficiente. Hansen ha sostenuto che gli strumenti di gestione del rischio dovrebbero diventare obbligatori, superando l’approccio volontario difeso da alcuni Stati membri, e ha annunciato il lavoro su un nuovo strumento finanziario assicurativo e riassicurativo per colmare le lacune di protezione e i costi elevati delle polizze agricole.
Altrettanto centrale è il tema dell’acqua. Irrigazione efficiente, invasi, raccolta delle acque piovane, riutilizzo, colture resistenti alla siccità, diversificazione e conservazione del suolo dovrebbero concorrere a una strategia europea più organica. Per Hansen, i futuri piani nazionali dovrebbero mettere in relazione Pac, piani di partenariato e Fondo per la competitività, con l’obiettivo di sviluppare un vero piano europeo per le risorse idriche e le infrastrutture necessarie.
Il commissario ha richiamato anche la necessità di garantire condizioni eque nella concorrenza internazionale e nel processo di allargamento dell’Unione, oltre a proteggere i terreni agricoli e assicurare che i fondi europei raggiungano chi svolge effettivamente attività agricola.
Infine, innovazione e digitalizzazione dovranno contribuire ad aumentare produttività e prestazioni ambientali. Agricoltura di precisione, satelliti, intelligenza artificiale, robotica e nuove varietà colturali offrono opportunità significative, ma Hansen ha avvertito che le aziende più piccole rischiano di rimanere escluse a causa dei costi delle tecnologie e delle carenze infrastrutturali. Da qui la necessità di accompagnare gli investimenti con ricerca, formazione, consulenza e progetti che coinvolgano l’intera filiera.
La sfida di trasformare le priorità in garanzie
Il confronto sul bilancio 2028-2034 mostra una contraddizione che le istituzioni europee non possono ignorare. Da una parte, l’agricoltura viene riconosciuta come settore strategico per la sicurezza alimentare, la competitività, la gestione del territorio e l’autonomia dell’Unione; dall’altra, il nuovo assetto finanziario rischia di rendere meno certe le risorse necessarie per tradurre queste ambizioni in risultati concreti.
Il compromesso irlandese rappresenta un tentativo di avvicinare posizioni nazionali differenti, ma la conferma di una dotazione minima non basta, da sola, a sciogliere i nodi sulla dimensione reale degli aiuti, sulla gestione delle crisi e sulla permanenza di una politica autenticamente comune. Allo stesso tempo, le richieste di una distribuzione più equa delle risorse richiedono soluzioni capaci di tenere conto della diversità delle strutture produttive europee, senza compromettere la competitività delle imprese.
Il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre sarà un passaggio politico rilevante, non necessariamente risolutivo. L’obiettivo indicato dal presidente António Costa è arrivare a un accordo entro la fine del 2026. Perché questo percorso sia credibile, sarà necessario trovare un punto di equilibrio tra nuove priorità e politiche fondanti dell’Unione, evitando che la ricerca della flessibilità si traduca in incertezza per chi produce.
La Pac non è soltanto una voce di bilancio: è uno dei meccanismi attraverso cui l’Unione tiene insieme mercato, territori e produzione alimentare. Preservarne il carattere comune non significa rinunciare alla flessibilità, ma definire regole e risorse sufficientemente solide da impedire che le differenze nazionali diventino disuguaglianze nella capacità di produrre, investire e affrontare le crisi. È su questo equilibrio, più che sulle sole cifre annunciate, che si misurerà la credibilità della futura politica agricola europea.
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