LA REGIONE BASILICATA FACCIA CHIAREZZA SU NOMINE E STANZIAMENTO FONDI


“La Regione Basilicata faccia chiarezza sulle nomine e sui 15 milioni di euro destinati all’accoglienza dei lavoratori stagionali. Il contrasto allo sfruttamento si misura dai risultati, non dagli annunci”. È quanto affermano Cgil, Cisl e Uil  Basilicata, che esprimono “forte preoccupazione per le modalità con cui si sta procedendo alla nomina dei cinque componenti dell’Osservatorio regionale sull’immigrazione, istituito attraverso l’integrazione della legge regionale n. 13 del 2016, introdotta dalla legge regionale n. 23 del 2025.

“Il caporalato – sostengono le tre sigle sindacali – non è soltanto una grave forma di illegalità, ma un fenomeno che colpisce la dignità delle persone, altera il mercato del lavoro, penalizza le imprese oneste e compromette la qualità dello sviluppo economico e sociale della Basilicata. Per contrastarlo non sono sufficienti dichiarazioni di principio o nuovi organismi istituzionali: occorrono responsabilità chiare, strumenti efficaci, risorse certe e una strategia capace di intervenire sulle condizioni che alimentano lo sfruttamento” .

Per Cgil, Cisl e Uil “una materia così delicata, che incrocia le politiche migratorie, l’inclusione sociale, i diritti delle persone e la prevenzione dello sfruttamento lavorativo, richiede il massimo rigore istituzionale, trasparenza nelle procedure, competenze comprovate e garanzie di autonomia. Dalla documentazione relativa alle procedure di nomina – è la denuncia dei sindacati – emergono criticità che necessitano chiarimenti.

In primo luogo, non risultano sufficientemente esplicitati i criteri attraverso i quali valutare le competenze e le esperienze maturate dai candidati nel campo dell’immigrazione, come richiesto dalla normativa regionale. Non appaiono inoltre adeguatamente definite le modalità di verifica delle eventuali situazioni di incompatibilità, dei conflitti di interesse e delle condizioni che potrebbero compromettere l’imparzialità dei componenti”.

La richiesta è di  “assicurare, nel rispetto delle disposizioni vigenti, tutte le verifiche necessarie sui requisiti di onorabilità e sull’eventuale sussistenza di situazioni rilevanti in materia di sfruttamento lavorativo, intermediazione illecita, lavoro irregolare e tratta delle persone. Particolare attenzione – sostengono Cgil, Cisl e Uil – deve essere riservata anche agli incarichi eventualmente ricoperti presso soggetti pubblici e privati operanti nell’accoglienza, nella formazione, nell’assistenza tecnica e nella gestione di servizi o progetti finanziati con risorse pubbliche. Non si tratta di formulare giudizi preventivi sulle persone, ma di affermare un principio irrinunciabile: chi è chiamato a svolgere funzioni di osservazione, verifica e indirizzo su materie così sensibili deve garantire indipendenza, competenza e assenza di interessi incompatibili con il proprio mandato. La credibilità delle istituzioni si costruisce attraverso regole trasparenti, non attraverso nomine prive di adeguate garanzie”.

A queste criticità si aggiunge la “necessità di definire con chiarezza le modalità operative dell’Osservatorio e il suo raccordo con gli altri strumenti regionali di programmazione e monitoraggio, evitando duplicazioni, sovrapposizioni di competenze e ulteriori frammentazioni amministrative. 

Occorre – aggiungono – fare chiarezza anche sul mancato rinnovo, nell’attuale legislatura, degli organismi di indirizzo e scientifici dell’Osservatorio regionale del lavoro e del Comitato di coordinamento delle politiche del lavoro, così come sull’effettiva operatività degli strumenti di coordinamento e consultazione in materia di immigrazione previsti dalla legge regionale n. 13 del 2016. La Regione deve inoltre chiarire quali risorse organizzative e tecniche intenda rendere disponibili per assicurare lo svolgimento delle attività previste, ferma restando la gratuità della partecipazione all’Osservatorio stabilita dalla legge.

Non possiamo continuare ad assistere alla costituzione di nuovi organismi senza una verifica preventiva dell’efficacia di quelli esistenti e senza una programmazione capace di tradurre gli indirizzi istituzionali in risultati verificabili”. Ancora, secondo i sindacati  “va chiarita la distinzione tra le funzioni dell’Osservatorio e quelle del Tavolo regionale anticaporalato, impegnato nell’ambito dei progetti Su.Pr.Eme. 1 e 2. Si tratta di strumenti con finalità differenti, che devono essere coordinati e valorizzati, senza che l’attività dell’uno possa sostituire gli adempimenti previsti per l’altro”.

Ma il punto centrale non riguarda soltanto le nomine. Riguarda il modello di contrasto allo sfruttamento che la Basilicata intende costruire. “Il caporalato – affermano – si combatte certamente attraverso l’azione della magistratura, delle forze dell’ordine e degli organismi ispettivi, ai quali va riconosciuto un ruolo fondamentale. Ma la repressione, da sola, non è sufficiente.

Occorre intervenire prima che lo sfruttamento si manifesti, sottraendo alle reti illegali il controllo del reclutamento della manodopera, dei trasporti, degli alloggi e dell’accesso al lavoro. Per questo – sottolineano – è necessario rafforzare il sistema dei controlli, garantire un efficace coordinamento tra Ispettorato del lavoro, INPS, INAIL, servizi sanitari e istituzioni competenti, valorizzando l’interoperabilità delle banche dati e gli strumenti di verifica della regolarità delle imprese e delle filiere produttive.

Serve soprattutto dare piena attuazione alla legge n. 199 del 2016, a partire dalla sua dimensione preventiva, rafforzando la Rete del lavoro agricolo di qualità e rendendo effettivamente operative le sezioni territoriali, con il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali, delle associazioni datoriali e degli enti bilaterali agricoli territoriali. Il mercato del lavoro agricolo deve essere governato attraverso sistemi trasparenti di incontro tra domanda e offerta, il potenziamento dei Centri per l’impiego, il rispetto dei contratti collettivi, la tracciabilità dei rapporti di lavoro e degli appalti, la tutela della salute e della sicurezza e la valorizzazione delle imprese che operano nella legalità.

Anche la piena operatività della Banca dati degli appalti in agricoltura, insieme all’applicazione della condizionalità sociale nei finanziamenti agricoli, rappresenta uno strumento importante per contrastare le irregolarità, prevenire la concorrenza sleale e premiare chi rispetta i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. La qualità delle produzioni agricole non può essere separata dalla qualità del lavoro. Non può esserci un’agricoltura competitiva e sostenibile se lungo la filiera si tollerano salari insufficienti, lavoro nero, condizioni abitative degradanti, insicurezza e violazioni dei diritti fondamentali.

Allo stesso tempo, bisogna rafforzare la protezione delle vittime dello sfruttamento, garantire percorsi di regolarizzazione e inclusione secondo la normativa vigente, strumenti di tutela delle retribuzioni sottratte illegalmente e condizioni che consentano alle persone di denunciare senza essere esposte a ulteriori ricatti o marginalità. In questo quadro assume particolare gravità la vicenda dei finanziamenti europei destinati al completamento del Centro di accoglienza per lavoratori stagionali di Scanzano Jonico e alla realizzazione delle strutture di Boreano e Gaudiano.

Secondo le notizie emerse, sarebbero andati perduti finanziamenti per complessivi circa 15 milioni di euro, relativi a interventi che avrebbero dovuto garantire circa 450 posti di accoglienza, insieme ai servizi necessari per assicurare condizioni dignitose ai lavoratori stagionali. Non stiamo parlando semplicemente di opere pubbliche incompiute, ma di infrastrutture sociali essenziali per contrastare lo sfruttamento, superare gli insediamenti precari e garantire un sistema organizzato di accoglienza, mobilità e inclusione lavorativa.

Ogni posto di accoglienza non realizzato, ogni servizio di trasporto che manca, ogni ritardo nell’organizzazione del mercato del lavoro rischia di ampliare gli spazi nei quali prosperano illegalità, intermediazione illecita e sfruttamento. Per queste ragioni – concludono – chiediamo alla Regione Basilicata di chiarire ufficialmente lo stato dei finanziamenti, le cause dell’eventuale perdita delle risorse, le responsabilità amministrative e politiche e le iniziative che intende assumere per recuperare i progetti e garantire la realizzazione degli interventi programmati.

È necessario aprire un confronto istituzionale con le parti sociali, gli enti locali e tutti i soggetti competenti, finalizzato a definire un piano regionale integrato contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo, con obiettivi misurabili, tempi certi e una verifica periodica dei risultati. La Basilicata ha bisogno di una politica del lavoro agricolo che tenga insieme legalità, diritti, salari giusti, sicurezza, inclusione, qualità delle produzioni e competitività delle imprese sane.

La lotta al caporalato non può essere affidata alla gestione delle emergenze né ridotta a una questione burocratica. Deve diventare una scelta strutturale di sviluppo e di giustizia sociale, costruita attraverso il coinvolgimento effettivo delle parti sociali e la responsabilità delle istituzioni. Non chiediamo altri tavoli destinati a rimanere sulla carta. Chiediamo che funzionino quelli previsti, che siano impiegate le risorse disponibili e che ogni lavoratrice e ogni lavoratore possa entrare in un campo agricolo senza dover rinunciare alla propria dignità. Perché dove il lavoro è sfruttato, non perde soltanto chi lo subisce: perde l’intera comunità. E una regione che vuole costruire il proprio futuro non può permetterselo”.




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